Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino,

è parecchio che non ti scrivo, o anche solo che non comunico con te, ma adesso devo chiederti, senza frapporre ulteriore indugio, un tuo intervento perché qui giù l’aria si è fatta pesante.

In particolare, una grande parte di noi, popolo di Dio, una gran parte di noi poveri cristi ha grossi problemi, di molteplice natura, con la gran parte di quelli, in varia divisa e di diverso grado gerarchico, che parlano in nome tuo; anche se continuiamo a non sapere (e la questione non è proprio irrilevante) quanto parlino realmente per tuo conto.

È vero che questa non è proprio una novità nella storia dell’umanità, ma qui si esagera.

Volevo, pertanto, caro Gesù Bambino, rivolgerti, modestamente quanto sentitamente, qualche richiesta di intercessione alla rovescia.

Una volta ci si rivolgeva ai preti e ai loro superiori perché intercedessero presso la divinità, cioè presso di te; oggi che la gran parte di questi signori, pur continuando a citarti (in verità, sempre meno) nelle loro esternazioni a reti praticamente unificate, nei fatti si sono chiaramente affrancati dalle tue “indicazioni”, come da quelle di chiunque altro non si ponga come più alto in grado nella loro scala gerarchica, vorrei, comunque, che tu tentassi di ricondurli a più miti consigli.

In fondo, è sempre grazie a te, grazie al fatto che essi sono, o almeno si affermano, proprietari esclusivi del tuo marchio, che in ogni discussione, in ogni questione, “dal divorzio alla formula uno, dal totalitarismo all’alopecia” (per citare un grande scrittore), hanno sempre la prima e l’ultima parola; anzi, ormai da un po’ di tempo le discussioni le vincono praticamente a tavolino, per abbandono di campo degli avversari.

In ogni caso, una cosa è certa: tu sei l’ultima speranza; se non ci riesci tu a rimetterli minimamente a posto, non ci riuscirà più nessuno per decenni.

“Proviamo anche con Dio, non si sa mai”, per continuare con le citazioni nobili.

Caro Gesù Bambino, dì ai numerosi portavoce vaticani che tu non hai mai proibito ai tuoi seguaci di ridere, neanche di te; che se mandare materialmente al rogo Giordano Bruno fa orrore, e comunque non brucia insieme a lui le sue idee (come nessun rogo è mai riuscito a bruciare nessun’idea), mandare metaforicamente al rogo Fiorello e la Littizetto fa solo ridere. E questo è un classico esempio di eterogenesi dei fini.

Caro Gesù Bambino, ricorda ai dirigenti delle scuole cattoliche e ai vertici della CEI che tu hai detto “lasciate che i bambini vengano a me”; ma per far questo non hai chiesto nessun finanziamento pubblico. E ai tempi tuoi non c’era neppure l’articolo 33 della Costituzione.

Caro Gesù Bambino, fai realizzare ai porporati d’oltretevere che la parola italiana “pace”, giustamente tanto cara a tutto il popolo di Dio, in latino si scrive “pax” e si pronuncia “pacs”. Nel primo caso vuol dire solo pace, nel secondo anche amore.

Caro Gesù Bambino, fai presente ai proprietari dello sterminato patrimonio immobiliare accumulato, sempre ovviamente in tuo nome, dagli enti ecclesiastici che se tu sei stato ucciso su una croce sulla quale stava scritto “INRI”, forse non è il caso che essi fingano di essere massacrati su una croce su cui affiggono la scritta “ICI”.

Caro Gesù Bambino, specifica al noto umile lavoratore bavarese della tua vigna che, in quella vigna, ci siamo anche noi altri, solito popolo di Dio. Ma soprattutto che rivestiamo il ruolo degli altri, ovviamente ancor più umili, vignaioli; non quello dei grappoli d’uva.

Caro Gesù Bambino, fai comprendere ai responsabili della politica estera dello stato più democratico del mondo, quello Vaticano, che, in Africa come in Italia, cianciare di lotta all’Aids riuscendo a non pronunciare mai la parola “preservativo” significa essere, di fatto, i migliori alleati del virus HIV. Quello, per l’appunto, che porta l’Aids.

Caro Gesù Bambino, spiega a vescovi, cardinali e papi che se una donna rivendica la sua autodeterminazione, la sua sessualità, il suo corpo, ella esercita il suo primo, fondamentale, inalienabile diritto umano, non fa peccato; che la scelta di una donna di abortire, per qualsiasi ragione, di regola per quella donna è una scelta lacerante, nello spirito e nel corpo, non una scelta “di comodo”, e che, comunque, l’unico, serio rimedio preventivo a quella lacerazione è la contraccezione. Se no vale il discorso fatto per l’HIV.

Caro Gesù Bambino, illustra agli scienziati cattolici specialisti di “bioetica” (che notoriamente è la scienza che studia e pratica quello che è etico secondo il Vaticano) che non si possono onestamente, da un lato, deificare le macchine che tengono in vita artificialmente un corpo che non è più in grado da solo neppure di prendersi l’aria di cui ha bisogno per sopravvivere, contro la volontà della persona che è dolorosamente imprigionata in quel corpo; dall’altro, demonizzare le macchine che possono permettere ad una vita di venire al mondo, in maniera molto meno artificiale, contro la volontà di chi, dal proprio corpo, quella vita vorrebbe far nascere.

Caro Gesù Bambino, evidenzia a questi luminari che, in caso contrario, una plateale contraddizione logica del genere verrebbe da molti interpretata in un solo modo: che, cioè, per la chiesa cattolica l’unica scienza buona è quella che non permette ad una persona di disporre liberamente del suo corpo, della sua vita.

Caro Gesù Bambino, rammenta ai cattolicissimi e onorevoli compagni di partito di Totò Cuffaro, che vogliono che il medico che ha compiuto quel gesto di estrema e straziante carità di staccare il respiratore artificiale di Piergiorgio Welby sia incriminato per omicidio, che non bisogna vedere la pagliuzza nell’occhio altrui e ignorare la trave nella propria. A maggior ragione, dunque, un pilastro di cemento armato.

Caro Gesù Bambino, ribadisci ai capi ed ai capetti della chiesa cattolica che non hanno “perdonato” Welby di aver voluto far cessare, comunque, le sue mostruose sofferenze e non hanno permesso che la sua salma entrasse in chiesa, che uno dei tuoi principali insegnamenti è che bisogna perdonare “settanta volte sette” (per intendere che bisogna perdonare sempre); e che non è cristiano dimenticare così brutalmente quei numeri per ricordarsene immancabilmente solo altri, dei quali peraltro non risulta tu abbia mai parlato, per esempio “otto per mille”.

Caro Gesù Bambino, fai capire a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà che l’unica, imperdonabile colpa di Piergiorgio Welby è stata quella di aver voluto morire come aveva vissuto: ispirandosi al principio della responsabilità individuale, alla luce del sole. Di non aver voluto, cioè, sottostare alla più mortifera e farisaica sottocultura cattolica: quella per cui si può fare tutto ed il contrario di tutto, purchè non lo si dica in pubblico, purchè non si “dia scandalo”.

Caro Gesù Bambino, fai capire a tutti noi, ma in particolare ai nostri attuali governanti, cattolici e “laici”, che è drammatico oggi e che sarà tragico in futuro per questo paese e per tutte le migliaia di persone nelle condizioni di Piergiorgio Welby se quella sottocultura rimarrà ancora impunemente a lungo l’etica pubblica di questa indicibile nazione.

Caro Gesù Bambino, accetta per Piergiorgio Welby e per tutti coloro che sono nel suo stato la nostra laica, dolente, smisurata preghiera.

Grazie.

Stefano Palmisano

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Postato il 31/12/2006  


Il grano e il loglio

Credo che il pontificato di Karol Woytila meriti una valutazione critica molto approfondita, tanto ha svolto un ruolo platealmente centrale in un'epoca tanto platealmente rivolgitrice (non è il caso di ricorrere all'aggettivo "rivoluzionaria").

Una valutazione critica soprattutto da parte di chi continua a credere e a perseguire quella nota utopia concreta "dell'altro mondo possibile".

Una valutazione critica che, necessariamente, dovrà attendere che si smorzino gli invasivi riflettori (come fossero quelli di una sala autoptica) che, per settimane, hanno illuminato a giorno, squarciandola, quella che, invece, nella considerazione di qualsiasi animo men che ammorbato dalle venefiche quantità industriali di tele-tossine, non avrebbe dovuto essere altro che la pietosa, umana penombra che deve avvolgere le sofferenze terminali di un essere umano, di qualsiasi essere umano.

Una valutazione critica che separi il grano del dolore sincero, della "com-passione" profonda di milioni di persone che vedono nel pontefice di Roma il più elevato simbolo vivente della loro fede, dal loglio del cordoglio istituzionale, delle lacrime da talk-show, del “totalitarismo mediatico che uccide l’elemento fede”, come un coraggioso sociologo, Gian Enrico Rusconi, ha avuto modo di commentare quello che è successo in occasione di quell’autentico media-event che è stato la morte del papa; per rispettare il primo e trattare col dovuto, demistificante disprezzo il secondo.

Ma, comunque, una valutazione critica.

Proprio quello che oggi, per le ragioni solo in parte accennate e per tante altre ancora, sembra quasi impossibile da fare.

Non v'è dubbio: quello di Karol Woytila è stato un pontificato forte, fortissimo, come la personalità dell'uomo; ma il segno principale che ha lasciato, per non dire l'unico, siamo proprio sicuri che sia stato di denuncia "della ingiustizia sociale”, incentrato “sulla pace, contro la guerra ed il capitalismo selvaggio, a favore dei popoli martoriati e dell'immigrazione", come scriveva un carissimo amico cattolico di dichiarata ispirazione antiliberista e dalle notorie capacità di lucida analisi politica e sociale?

Siamo proprio certi che il Woytila che abbiamo apprezzato, che abbiamo amato (si, proprio amato) tutti noi che abbiamo manifestato, abbiamo militato contro l'ultima (in ordine di tempo) guerra di sterminio dell'imperialismo americano, quella contro il crocefisso popolo iracheno, il Woytila, già malato e sofferente, che ha mirabilmente recuperato e levato gli ultimi aneliti della sua voce tonitruante contro i serial killers di Washington e i loro servi sciocchi e sanguinari che si apprestavano a dare la morte e la distruzione di massa ad un altro popolo, ebbene siamo proprio certi che quel Woytila sintetizzi e simboleggi fedelmente il Woytila di tutti i 27 anni di pontificato?

Come si conciliano, allora, le parole di vicinanza ai "popoli martoriati", con l' apparizione benedicente sul balcone della Moneda, a Santiago del Cile, nel 1987 al fianco di un personaggio che, quanto a capacità di infliggere tremendi martiri a pletore di innocenti, o meglio di uomini e donne colpevoli solo di avere fame e sete di giustizia, aveva ampiamente mostrato di aver pochi rivali al mondo, come Augusto Pinochet?

Come stanno insieme le pretese denunce dell' “ingiustizia sociale” con la condanna senza appello della commovente insurrezione, per usare una parola grossa, dei campesinos zapatisti in Chapas il 1 gennaio 1994 o con lo sdegnoso rifiuto del bacio dell'anello opposto a monsignor Ernesto Cardenal, vescovo del governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua?

Come si conciliano le aperture ecumeniche, il dialogo con alcune importanti autorità religiose ebraiche, i riconoscimenti di passati “errori” della curia vaticana, come quello su Galileo, (tutti eventi che, ovviamente, hanno meritato in tempo reale la qualifica di “storico”) con la sistematica, brutale repressione di qualsivoglia forma di dissenso politico e teologico nella chiesa cattolica, a partire da quello delle eroiche esperienze della teologia della liberazione in Sud America, repressione che ha fatto dire al teologo Hans Kung che la “libertà di ricerca e di pensiero dei teologi cattolici è inversamente proporzionale alla distanza che li separa da Roma”?

Forse in questi ed in tanti altri, sintomatici episodi simili, non certo iniziati negli ultimi anni, la dimensione profetica della chiesa cattolica, al cui vertice c'era Karol Woytila, aveva di nuovo ceduto drammaticamente il passo ad una dimensione molto più bassamente secolare, per non dire proprio complice dei poteri costituiti, anche i più discutibili, purchè questi svolgessero il classico, fondamentale (nella considerazione delle gerarchie vaticane) ruolo di barriera contro "la sovversione ed il comunismo ateo".

O forse, in maniera più precisa, la più lucida chiave di lettura di quei comportamenti e dei tanti analoghi è quella che suggeriva molti anni fa un prete che, invece, della dimensione profetica della fede aveva fatto la sua ragione di studio, di impegno sociale e di vita, padre Ernesto Balducci, che affermava che la chiesa ormai da tempo usa il valore della carità in contrapposizione a quello della giustizia, quasi per neutralizzare quest'ultimo.

E che dire ancora delle posizioni affermate dal Vaticano durante questo pontificato, quando non direttamente dal papa, su aborto, contraccezione, diritti delle donne e degli omosessuali, in cui, a volte, si ha la sensazione che sia lo stesso mero valore della carità ad essere brutalmente e ciecamente espulso dai documenti ufficiali e dalle posizioni pubbliche; si pensi, ancora una volta a mero titolo esemplificativo, a cosa voglia dire oggi continuare a negare la legittimità dell'uso del preservativo in un continente come l'Africa letteralmente infestato dall'aids.

Quella di Giovanni Paolo II è una figura, comunque la si pensi, di enorme importanza nel contesto del "secolo breve", anche e soprattutto per le sue contraddizioni, o per quelle che appaiono tali; una figura che, per questo, dovrà essere seriamente studiata, senza cedere da un lato a insensati pregiudizi ideologici e dall'altro a pulsioni (genuine o indotte che siano) istericamente e freneticamente canonizzatorie, in senso ufficiale o anche solo in senso morale.

Quello studio è importante per chiunque voglia ancora provare a capire come funziona, ancora oggi, questo nostro incredibile mondo, ma soprattutto per chi ha nella testa e nel cuore "quell'altro mondo possibile"; perchè quest'ultimo o sarà fondato sulla Verità e sulla Memoria o non sarà.

Quella Verità che per tutti i giusti e per tutti gli uomini di buona volontà deve essere sempre e comunque la stella polare del loro pensare e del loro agire: per i primi perchè "è sempre rivoluzionaria", per i secondi perchè “li farà liberi".

Fasano, 14\4\2005

Stefano Palmisano

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Postato il 07/09/2006  


Un eroe laico

Luca Coscioni è andato in pace.

Quella voce sintetica che rivelava la ricchezza di una mente, la grandezza di un animo massimamente umani, imprigionati in un corpo che l’immondo morbo aveva provocatoriamente reso inadeguato, non si farà sentire più, non mi farà più sentire terribilmente inidoneo, con la mente, con lo spirito prima che col corpo, a fronteggiare l’ attacco subdolo di un’eventuale malattia.

Ho ascoltato la voce di Luca Coscioni solo due – tre volte, per radio.

Gli ho fatto un grandissimo torto: non ho colto subito le analisi lucide, i concetti brillanti, le affermazioni forti, turbato com’ero da quell’impasto inestricabile di stupore per il timbro metallico, di ammirazione per il coraggio eroico, di terrore per il suono della malattia.

Non credo che riuscirò adesso a sopperire a quell’imperdonabile, seppur breve, calo di attenzione verso i contenuti di Luca Coscioni, a beneficio di una forma che, invece, meritava sempre meno credito; non sarei comunque in grado di trovare parole e concetti minimamente adeguati all’oggetto e, soprattutto, al soggetto della riflessione.

Voglio invece fare qualche considerazione più generale su alcuni dei temi enormi che evocano la vita recente, le battaglie, il calvario, l’insegnamento di quest’uomo straordinario (mai come in questo caso questi termini non hanno nulla di retorico né di stereotipato): la libertà di cura, la libertà di ricerca, la libertà di pensiero, la laicità dello Stato, cioè la libertà dello Stato stesso e dei suoi cittadini, ossia di tutti noi, dai condizionamenti, dalle ingerenze, dalle invasioni di tutte le chiese e di tutte le fedi religiose.

Almeno nello spazio pubblico.

Si, perché la prima, imprescindibile lezione che ci viene dalla vita e dalla morte di Luca Coscioni è quella per cui se, per l’appunto, nello spazio pubblico la società e comunque lo Stato devono regolarsi, operare, procedere “etsi Deus non daretur”, come se Dio non ci fosse, questo principio deve valere a fortiori nella scienza e nella medicina, giacchè questo è l’unico modo di interpretare e di praticare le stesse garantendo la loro conservazione in quanto attività degli umani per lo studio e la cura degli umani e degli altri esseri senzienti.

Sono sempre più convinto che questa sia, che questa debba essere la priorità politico-culturale del nostro tempo; anche e soprattutto “a sinistra” (non riesco più ad usare questa locuzione senza ricorrere alle virgolette, soprattutto in questo ambito).

La vita e la morte di Luca Coscioni sono lì a ricordarcelo drammaticamente.

Come drammaticamente ce lo ricorda un altro recente evento della storia patria, un evento che è legato a filo doppio alla vita recente e molto probabilmente anche alla morte di Luca Coscioni: il referendum sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita.

Il referendum che ha visto la vittoria di uomini e di donne piccoli piccoli, ovunque socialmente collocati, che si nascondono dietro parole e concetti grandi grandi.

Quel referendum, la sua vicenda sono la foto più vividamente desolante del periodo che stiamo vivendo; il periodo che fa temere sempre più che uno scontro di civiltà sia realmente in atto. Non, però, nel senso che propalano gli “atei devoti”, questa indicibile genia che è l’ennesima limpida autobiografia della nazione italica, ossia il conflitto tra occidente cristiano e oriente islamico.

No, in un senso radicalmente opposto: il conflitto tra una concezione ed una pratica della società pluralista, libera e libertaria tra gli individui, le collettività e soprattutto i generi, reciprocamente aperta e accogliente, razionale, incondizionatamente critica e criticabile, pienamente fondata sull’etica della responsabilità individuale, in una sola parola una società laica, e dello Stato come essenzialmente garante di quelle prerogative della società, oltre che dei diritti sociali dei singoli cittadini, in una parola uno Stato laico, da una parte; ed una visione ed una pratica della società monoreligiosa, chiusa, compartimentata per etnie, quando non puramente etnica, invasa in ogni più recondito anfratto, privato ma anche pubblico, da simboli, miti e riti ostentatamente e bassamente fideistici, al limite del feticismo, nonchè dai sacerdoti di quella “fede”, sostanzialmente intollerante rispetto a critiche e dissensi, più o meno celatamente misogina ed omofobica, in pratica una società confessionale, e dello Stato come guardiano di quei requisiti, e perciò stesso opprimente se non direttamente oppressivo, in breve uno Stato confessionale.

Il conflitto tra la civiltà da una parte e l’inciviltà dall’altra.

Queste ultime, si badi bene a scanso di equivoci, sono caratteristiche che risultano sempre più spesso inquietantemente trasversali rispetto alle varie fedi; per di più con una certa tendenza, almeno tra le religioni istituzionalizzate, a coalizzarsi tra di loro quando anche una di esse viene offesa da un infedele.

Rivelatore è stato in tale ultimo senso il riflesso solidaristico che hanno subitaneamente avuto i massimi organismi rappresentativi della chiesa cattolica, per mezzo dell’Osservatore romano, e delle comunità ebraiche nei confronti dei fedeli islamici all’esplodere del caso delle vignette danesi; a tacere dello sguardo neppure tanto nascostamente ammirato di molti occidentali “cristiani”, severi fustigatori della secolarizzazione e del conseguente rammollimento dei costumi socio-religiosi dei loro correligionari o comunque della loro società, i quali rivivono, quantomeno grazie al loro televisore a schermo piatto, le emozioni forti dello spirito guerriero della loro religione di stato, dei bei tempi in cui “Dio era con noi”, quando si andavano a mazzolare gli infedeli. Esattamente come stanno facendo oggi, in branchi, quei raffinati intellettuali cosmopoliti che mettono a ferro e fuoco città ed ambasciate per esprimere il loro civile dissenso verso alcune vignette.

Sembrerebbe quasi che, in epoca di globalizzazione, anche le religioni abbiano avviato una lotta su scala planetaria per l’egemonia tra loro che, però, richiede preventivamente uno sforzo di collaborazione, per non dire “di cartello delle anime”, tra le stesse, per sgomberare il campo dai nemici comuni e più temibili: i laici, i “di nessuna chiesa”, per citare il bel titolo di un recente libro di Giulio Giorello.

Ho sempre ritenuto e ritengo ancora oggi una trovata idiota o strumentale quella di separare, se non addirittura contrapporre, i diritti civili e i diritti sociali, la libertà di fare o non fare, di dire o non dire e la libertà dal bisogno.

Fino a poco tempo fa, però, pensavo che venissero prima, per ordine etico, logico e cronologico, i secondi; ritenevo che fosse prioritaria l’uguaglianza sostanziale rispetto a quella formale; ero fermamente convinto che compito dello Stato fosse anzitutto quello “di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita lo splendido secondo comma dell’art. 3 della nostra ineguagliabile Costituzione.

Oggi non lo penso più.

Oggi credo che il tunnel della regressione che abbiamo imboccato ormai molti anni fa (non certo nel 2001 con l’arrivo di Berlusconi al governo) ci abbia riportato così indietro nel tempo e nei livelli di civiltà che bisogni ripartire dai primordi, dai diritti di cittadinanza, dall’uguaglianza formale tra tutti i cittadini, dalla lotta a tutti gli oscurantismi.

D’altronde, ci sarà pure una ragione se il legislatore costituzionale ha anteposto al comma due dell’art. 3 della Costituzione il comma uno che sancisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

La vita e la morte di Luca Coscioni ci dicono di quanto possa essere biecamente crudele una fede “rivelata”, o quantomeno i suoi presunti “rivelatori”, specie quando costoro abbiano costituito un immenso, ferreo e millenario sistema di potere; crudele al punto da imporre l’eliminazione nella spazzatura di migliaia di cellule embrionali soprannumerari già esistenti pur di non usarle per la ricerca scientifica, in nome del principio della “sacralità della vita.” Dell’embrione non certo dei malati, come Luca Coscioni e migliaia di altri uomini e di altre donne come lui.

La vita e la morte di Luca Coscioni ci ricordano quanto si possa soffrire e morire, in un Paese occidentale del 2006, di oscurantismo, di discriminazioni, di lesa uguaglianza formale; di sudditanza delle autorità di uno Stato alle gerarchie di una confessione religiosa statualizzata, una confessione più uguale delle altre, alle quali è stato fatto, tra i tanti, l’ultimo grazioso omaggio: la legge n. 40 del 2004 e, con essa, la dignità, l’autodeterminazione, il corpo stesso dell’altra metà dell’umanità, le donne.

Anche se questo costerà l’uccisione della speranza, della cura, della vita di migliaia di uomini e di donne malati, immolati sull’altare di uno degli dei più feroci e grotteschi dei giorni nostri: il dio embrione.

Ciao, Luca; la terra ti sia lieve!

Fasano, 22\2\2006

Stefano Palmisano

“...dai preti d'ogni credo, da ogni loro impostura; da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura; da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati d'ogni tipo e natura libera, libera, libera, libera nos, Domine!” (F. Guccini)

“Se tutta questa storia, per un miracolo, si fosse svolta in una comunità di credenti, oggi si parlerebbe di ‘odore di santità’. Certo Luca e Maria Antonietta ci dicono che esiste una santità laica. Quando qualcuno usa la parola sprezzante ‘laicismo’ e vi intima di esibirne i valori dite: Luca Coscioni.” (F. Colombo)

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Postato il 22/06/2006  


 

 

 

 

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