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REFERTO E MALATTIE PROFESSIONALI - Istruzioni per l'uso

L’obbligo di referto nelle malattie professionali: istruzioni per l’uso.

In generale

Quello alla collaborazione con l’ Autorità giudiziaria è un obbligo che grava da secoli sugli esercenti una professione sanitaria.

Una delle sue principali e più antiche forme è costituita dal referto.

Il fondamento di quest’obbligo e dell’istituto correlato che si sta esaminando, ossia il referto, è l’interesse statuale alla repressione dei reati.

La normativa che regola questo istituto si trova sia nel codice penale che nel codice di procedura penale.

Si tratta, in particolare, di due norme, peraltro, non perfettamente coordinate tra loro (forse, anche perché emesse a distanza di quasi 60 anni di tempo), dato, questo, che ha creato alcuni dubbi e contraddizioni nell’applicazione pratica, almeno su qualche aspetto della questione.

In ogni caso, sulla gran parte degli elementi costitutivi del dovere di referto e del conseguente reato di omissione di referto, quando il primo non venga adempiuto o venga adempiuto in ritardo, non vi sono particolari incertezze, almeno nelle relative pronunce giurisprudenziali.

Anzitutto, sono ben individuati i destinatari dell’obbligo: sono tenuti al referto tutti gli esercenti una professione sanitaria, sia principale sia ausiliaria. Nel primo caso, si fa riferimento, com’è facile intuire, alle professioni sanitarie “classiche”: il medico, il chirurgo, l’odontoiatra….. Nel caso, invece, dei cosiddetti “ausiliari”, le figure di riferimento sono quelle degli infermieri, dei fisioterapisti, degli igienisti dentali ecc…. L’unica categoria, in senso lato, sanitaria a risultare esente da quest’obbligo è quella degli esercenti “un’arte” sanitaria, per esempio l’odontotecnico, il massaggiatore, l’ottico.

Altrettanto sicuri sono i tempi in cui l’obbligo dev’essere adempiuto: 48 ore o, se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente.

Come pure la natura del reato che deve essere ravvisabile nel caso in questione: deve trattarsi, cioè, solo di delitto perseguibile d’ufficio, un tipo di reato, cioè, per la cui repressione non è necessaria la querela da parte della vittima.

Sul referto nelle malattie professionali

Le malattie professionali costituiscono assai spesso delitti perseguibili sempre d’ufficio, giacché esse sono da un punto di vista penale sono inquadrabili come lesioni colpose gravi (La lesione personale è grave: 1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni; 2) se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo), ulteriormente aggravate dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale.

Pertanto, a carico dei sanitari che prestino la propria assistenza od opera in casi di malattie professionali l’obbligo di referto è pressoché sistematico.

Le malattie professionali costituiscono un ambito nel quale quest’obbligo risulta assai rilevante a fini di tutela di un numero potenzialmente elevatissimo di persone, giacché i fattori che possono essere a base di questo tipo di patologie (esposizione a sostanze inquinanti e cancerogene in particolare; mancata adozione delle misure, collettive ed individuali, di protezione dei lavoratori; mancata informazione e formazione degli stessi sui rischi in questione….) hanno, di regola, potenzialità assai diffusive, tali, pertanto, da riguardare intere popolazioni di lavoratori (e, come si vedrà appresso, non solo di lavoratori).

E’ del tutto evidente, quindi, che dal puntuale e sistematico adempimento di quest’ obbligo da parte dei soggetti tenuti (i più volte citati “esercenti una professione sanitaria”) dipende la possibilità di rimuovere quei fattori di rischio per i lavoratori, o quantomeno di limitarne in maniera drastica i relativi effetti nefasti.

Ciononostante, è altrettanto noto che quell’obbligo non è adempiuto in maniera né puntuale né sistematica dai soggetti gravati, che, quindi, a tacere in questa sede di ogni altra considerazione di deontologia professionale, per non dire di etica pubblica, commettono, con notevole frequenza, il reato di omissione di referto.

Le specificità del referto in caso di malattie professionali iniziano già dal contenuto.

La norma penale che descrive quest’ultimo elemento con riferimento al referto in generale è stata, infatti, interpretata da alcuni documenti appositamente redatti da enti pubblici preposti alla tutela della salute, e di quella dei lavoratori in particolare, in modo da garantire, da parte dei sanitari appartenenti agli enti in questione, uniformità e puntualità di moduli operativi a beneficio dell’efficacia e tempestività della conseguente azione giudiziaria.

In particolare, si è affermato che il referto, in caso di malattie professionali, deve contenere questi imprescindibili elementi: 1) generalità del lavoratore; 2) datore di lavoro attuale; 3) lavorazione o sostanza che avrebbero determinato la malattia; 4) datori di lavoro esercenti tali lavorazioni se diversi dall’attuale; 5) periodi nei quali l’ammalato è stato addetto a queste lavorazioni con specificate le mansioni; 6) sintomatologia accusata - esame obiettivo – diagnosi – prognosi; 7) data d’inizio della completa astensione dal lavoro (in tal senso, cfr. documento Inail – Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia del 23\12\2005).

Rilevante è anche la peculiarità che, in queste particolari vicende, è propria della speciale causa di esclusione del reato per cui “questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale”, contenuta nella norma che prevede l’omissione di referto.

Quest’esenzione dall’obbligo, infatti, nei casi di malattie – infortunio si traduce, per esempio, nella facoltà del medico di non refertare l’ipoacusia di un titolare di impresa artigiana nella quale prestino attività lavorativa altre persone oltre all’imprenditore medesimo, quando quella patologia possa derivare dall’inadempimento, da parte dello stesso imprenditore, di normativa in materia di sicurezza sul lavoro che goda di tutela penale, in particolare la cui violazione costituisca delitto perseguibile d’ufficio.

Decisamente più interessante è la questione che riguarda l’Autorità destinataria del referto, nelle particolari interpretazioni che ha fornito sul punto la Suprema Corte in materia di malattie professionali.

Questo aspetto è uno di quelli in cui si sono registrati i dubbi e le contraddizioni cui si accennava all’inizio della parte generale di questo lavoro.

Per provare ad illustrare anche queste specifica tematica giuridica con esempi concreti, dalle due norme disciplinanti nel complesso la materia dell’obbligo di referto, interpretato alla stregua dei fondamentali principi del nostro sistema penale, si potrebbe esser indotti a ritenere, in ipotesi, adempiuto da parte di un sanitario il proprio obbligo comunicando la malattia professionale riscontrata a carico di un lavoratore solo all’Inail, giacché quest’ultima, poi, avrebbe, a sua volta, l’obbligo di comunicazione alla Procura della Repubblica.

Invece, la Cassazione è stata di tutt’altro avviso, affermando che integra gli estremi del delitto di omissione di referto la condotta del medico che abbia omesso di presentare il referto al pubblico ministero o a qualsiasi ufficiale di polizia giudiziaria, pur avendo inviato all'INAIL l'informativa prescritta dalla normativa antinfortunistica.

Il sanitario, quindi, per mettersi al riparo da ogni “brutta sorpresa” in casi del genere dovrà inviare, in aggiunta alla denuncia all’Inail, anche il referto alle autorità preposte.

Altra questione nevralgica che si è posta in ordine alla portata ed ai caratteri del dovere gravante sul sanitario ha riguardato, in particolare, eventuali margini di “discrezionalità tecnico - interpretativa” in capo a costui sulle condizioni costituenti la base della sussistenza dell’obbligo.

In pratica, innanzi al Supremo Collegio è arrivato un procedimento penale nel quale un medico era stato assolto dal reato di omissione di referto in un caso di infortunio sul lavoro in quanto, pur non avendo egli effettivamente redatto l’atto cui era tenuto, era stata avallata dal Giudice di merito la sua difesa secondo la quale l’imputato aveva escluso la sussistenza dell’obbligo per aver, pur erroneamente, ritenuto che, nel caso di specie, non si potessero ravvisare violazioni della citata normativa antinfortunistica da parte del datore di lavoro.

La Suprema Corte è stata perentoria nell’escludere qualsiasi valenza giustificante a questo errore nel quale era incorso il sanitario, affermando che non può ritenersi consentito al medico, quando gli risulti che l'ambiente in cui si sono verificate lesioni personali gravi sia quello ove venga prestata, da parte della vittima, attività di lavoro subordinato, di valutare se il fatto lesivo sia da porre o meno in relazione all'avvenuta violazione, da parte del datore di lavoro, di norme concernenti la prevenzione degli infortuni; questa valutazione, infatti, è riservata al giudice e proprio ad essa è strumentale l'obbligatorietà della segnalazione da parte del sanitario. Non compete, infatti, al sanitari alcun potere di accertamento della configurabilità di estremi di reato, dovendo la sua valutazione limitarsi al solo esame “clinico” delle modalità del fatto portato a sua conoscenza.

In conclusiva ed estrema sintesi, il medico deve inoltrare il referto ogni qualvolta abbia anche solo il sospetto di trovarsi in presenza di un delitto perseguibile d’ufficio.

Pur essendo la pronuncia della Cassazione relativa ad un infortunio e non anche ad una malattia professionale, il principio di diritto su enunciato non può non applicarsi anche in quest’ultimo caso.

Infine, l’ultima istruzione per l’uso che s’intende fornire ai destinatari dell’obbligo in esame riguarda sempre la portata applicativa dello stesso, ma questa volta con particolare riferimento al novero delle potenziali persone offese da reato.

Come si accennava all’inizio di questa parte del lavoro, il delitto di lesioni colpose gravi (quando, ovviamente, siano qualificabili come “gravi”) è perseguibile d’ufficio quando è aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale

La Cassazione ha affermato che le norme per la prevenzione degli infortuni sono poste a tutela non solo dei lavoratori, ma altresì dell’integrità del territorio, dell’incolumità fisica e degli interessi economici dei suoi abitanti ed anche degli estranei che si trovano nei luoghi di lavoro, nonché di tutti coloro che in un modo o nell’altro possano essere esposti a pericolo dallo svolgimento dell’attività imprenditoriale.

La conclusione pratica non può che esser una sola: tutte le patologie, di tutti i soggetti, lavoratori e non, causate dalla violazione di queste specifiche norme costituiscono delitti perseguibili d’ufficio.

I sanitari, pertanto, dovranno refertare, oltre alle malattie dei lavoratori esposti ad una sostanza cancerogena, quelle dei loro congiunti, quelle delle persone residenti nei pressi di insediamenti industriali ecc… quando tra la patologia insorta a carico di queste persone e le lavorazioni effettuate in quel sito vi sia, anche solo come mero sospetto, un collegamento causale.

La tutela della salute non può sopportare interpretazioni restrittive delle norme istituite a tal fine.

Fasano, 7\6\2013

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Postato il 28/06/2013  


 

 

 

 

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