Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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Una storia disonesta

Una storia disonesta

Ma qual è il livello di criminosità oltre il quale un reato (contro l’incolumità pubblica, contro la salute e la vita di migliaia di persone, per esser più precisi) smette di esser tale per diventare una questione “di interesse strategico nazionale”?

Da quale momento un soggetto che commette uno, dieci, cento delitti (contro la pubblica amministrazione, contro l’amministrazione della giustizia, contro la fede pubblica, contro la personalità dei minori… sempre reati seria, roba di classe, non bagattelle da venditore di cd tarocchi) cessa, nella indefettibile vulgata (ha la stessa radice di “volgare”) nazionale, di esser un imputato pluricondannato in sede di merito (fino in appello) per diventare “il Presidente” (di cosa?), “il leader di uno delle principali forze politiche del paese”, “il titolare della golden share del governo”….?

Quando e chi (il perché possiamo desumerlo anche da noi) ha deciso di far passare un personaggio politico dichiarato, con sentenza passata in giudicato, autore del reato di associazione per delinquere di natura sostanzialmente mafiosa fino al 1980 (non “di tipo mafioso” solo perché all’epoca del commesso reato non esisteva questo specifico illecito introdotto solo nel 1982) per un illuminato statista, nonché brillante intellettuale?

E, soprattutto, in che occasione precisa e da parte di chi (per il perché vale lo stesso discorso accennato sopra) si è deciso di marchiare chiunque si permetta di ricordare queste elementari verità, storiche e cronachistiche, con il bollo di pubblica infamia di “divisivo”, “antipolitico”, “antinazionale” ecc….?

Questi oziosi interrogativi evocano questioni che in questa nazione costituiscono ataviche piaghe su un corpo sociale e politico che, evidentemente, ha la stessa capacità di farle rimarginare di quante ne abbia quello di un diabetico terminale.

La vicenda Ilva, in questo senso, rimane un impareggiabile caleidoscopio delle più archetipiche figure dello spirito pubblico nazionale.

A partire da quelle appartenenti alle cosiddette “classi dirigenti.”

La Cassazione, confermando pienamente quanto sancito dal Tribunale del Riesame di Taranto in merito agli arresti dei padroni e dirigenti dell’Ilva per i delitti di disastro ambientale, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, avvelenamento di sostanze alimentari ed altre simili amenità, denuncia “la pervicacia e la spregiudicatezza dimostrata da R.E. e dal C., ma anche da R.N., succeduto alla presidenza del consiglio di amministrazione in continuità con il padre, che hanno dato prova, nei rispettivi ruoli, di perseverare nelle condotte delittuose, nonostante la consapevolezza della gravissima offensività per la comunità (tarantina) e per i lavoratori delle condotte stesse e delle loro conseguenze penali e ad onta del susseguirsi di pronunzie amministrative e giudiziali che avevano già evidenziato il grave problema ambientale creato dalle immissioni dell'industria”.

Chi si nasconde dietro quelle iniziali lo si lascia immaginare a chi legge.

Su questa base delittuosa (integrata dall’associazione per delinquere) e in forza del principio di “responsabilità da reato delle imprese”, introdotto nel nostro ordinamento giuridico ormai 12 anni fa ma ancora troppo poco attuato, la Procura di Taranto chiede e ottiene dal Gip il sequestro di € 8,1 miliardi nella disponibilità della “Riva fire” (questo cognome ha qualcosa a che vedere con le iniziali di cui sopra), importo corrispondente a quello che occorrerà, secondo la stima dei custodi giudiziari, per “ambientalizzare” gli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto.

Si tratta di somma esclusivamente relativa al fabbisogno di liquidità della società Ilva ai fini degli interventi di risanamento delle macchine; dal calcolo mancano del tutto i costi inerenti il danno ambientale patito dal territorio tarantino e, dunque, quelli inerente le conseguenti, necessarie, bonifiche.

A tacere del danno alla salute degli uomini, delle donne e dei bambini che vivono su quel territorio sventurato.

Il governo, con l’ennesima, inusitata, dimostrazione di formidabile reattività, almeno per i suoi tempi di reazione “fisiologici”, si fionda ad emanare un altro decreto legge, rubricato gustosamente “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute (sic!) e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale” (scrivere direttamente nel titolo della legge “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’Ilva” pareva brutto. Ancora per un po’, almeno).

Anche se i precedenti scatti “ad Ilvam” (quelli che hanno conferito ai padroni dello stabilimento di Taranto una vera e propria licenza di uccidere con la revoca a mezzo di legge del sequestro disposto dalla magistratura agli impianti fonte di inquinamento e di morte e con l’autorizzazione a proseguire la produzione anche prima delle opere di risanamento) sono stati realizzati da un esecutivo formalmente diverso, data in questa materia la perfetta continuità di parole, opere e omissioni di Palazzo Chigi non pare incongruo l’uso di un più comodo e veritiero singolare: “il governo”.

A costo di dare ragione postuma a quell’antico e distinto signore con la barba bianca che si divertiva ad evocare spettri in giro per l’Europa e che parlava del governo come “comitato d’affari della borghesia”.

Come che sia, nel citato testo legislativo, che secondo la consueta vulgata sarebbe mirato esclusivamente al commissariamento dell’Ilva, all’art. 1, comma 11, si legge che “Il giudice competente provvede allo svincolo delle somme per le quali in sede penale sia stato disposto il sequestro, anche ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2001, in danno dei soggetti nei cui confronti l'autorità amministrativa abbia disposto l'esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell'a.i.a. e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale, nonché degli enti o dei soggetti controllati o controllanti, in relazione a reati comunque connessi allo svolgimento dell'attività di impresa. Le predette somme sono messe a disposizione del commissario e vincolate alle finalità indicate al periodo precedente.”

Il commissario nominato alla bisogna è il dott. Enrico Bondi, già amministratore delegato della stessa Ilva, assunto da R.E. e R.F., dei quali la Cassazione, come visto, ha suggellato “la pervicacia e la spregiudicatezza” criminale, e dimessosi appena un paio di settimane fa.

Just in time.

Il senso dell’operazione è solare: gli 8,1 miliardi di euro vengono dalle mani in toga e graziosamente messi in quelle, assai più affidabili, di un ex dipendente di R.E. e R.F.

Non ho mai pensato che la magistratura fosse, in sé, un baluardo di legalità costituzionale, per varie ragioni.

La prima è che fino a pochi decenni fa essa, nella sua larghissima maggioranza, era parte integrante del blocco socio – politico dominante, e più che alla Costituzione della Repubblica era ossequente alla “costituzione materiale” del potere in questo paese, con tutto quello che questo comportava in termini di parzialità e strumentalità politica dell’attività di giurisdizione.

In quell’epoca aurea, davvero e in maniera quasi inderogabile i magistrati “facevano politica”, solo che facevano la politica giusta: quella che serve ai padroni.

Dunque, nessuno aveva niente da ridire.

La seconda ragione è che la magistratura, come qualsiasi altro corpo sociale, non è interpretabile “al singolare”, come fosse un monolite; ciò non è possibile ancora oggi.

D’altro canto, è notorio pure che le “élites” di questo paese soffrono storicamente, “costituzionalmente” verrebbe da dire, di una violentissima allergia al concetto e soprattutto alla pratica del controllo di legalità.

Senza scomodare un altro padre nobilissimo del pensiero politico che denunciava il “sovversivismo delle classi dirigenti”, basta qui ricordare quanto scrive un magistrato come Roberto Scarpinato, lucidissimo analista (anche in forza di un osservatorio del tutto privilegiato a sua disposizione, come, soli, possono essere gli uffici giudiziari di Palermo e Caltanissetta) delle dinamiche del potere in questo paese, anche in chiave comparativa con gli altri paesi europei, sulla “storia nazionale, quella con la S maiuscola, inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente, tanto che in taluni tornanti essenziali non è dato comprendere l’evoluzione dell’una senza comprendere i nessi con la seconda.”

Ciononostante, non si può non rilevare che oggi è sotto gli occhi di tutti un salto di qualità: l’idiosincrasia di lorsignori e dei loro servi in livrea governativa e parlamentare all’idea stessa di norma generale ed astratta e di applicazione della medesima in base al principio di uguaglianza, dunque di limite alla loro cannibalesca voracità, si fa, da un lato, pratica fondativa di governo e di apposita legislazione, con la copertura di tutti i presunti “organi di garanzia”; e questo in aperto sabotaggio dell’operato di quei settori di un altro potere dello Stato, la su citata magistratura (settori, per fortuna, assai più ampi di qualche decennio fa, e comunque enormemente più larghi dei corrispondenti in ambito politico – parlamentare), che, invece, provano in maniera disperata a far sì che la legge sia un po’ meno disuguale tra i cittadini e che almeno la salute e la vita umane valgano un po’ più dei profitti d’impresa.

D’altro lato, quell’avversione delle classi dominanti alla signoria della legge ed al controllo di chi è preposto ad applicarla gode in permanenza del fondamentale supporto costituito dalla sistematica menzogna dei mezzi d’intossicazione di massa e dalla mistificazione “intellettuale” dei chierici di regime, variamente collocati (con una menzione particolare, in questo caso, per quelli “che sanno di legge”), la cui prioritaria funzione storica, evidentemente, è quella di tradire.

Ma quello che, in una vicenda come quella dell’Ilva e di Taranto, costituisce davvero il valore etico aggiunto di queste nobili dinamiche del “paese legale” è dato dal fatto che queste ultime si giocano, in modo diretto e immediato, sulla salute e sulla vita di qualche decina di migliaia di uomini, di donne e, soprattutto, di bambini.

Per tutelare i quali, com’è tragicamente evidente, non bastano certo le esigue forze delle poche unità delle minoranze etiche (stavolta in senso reale) esistenti anche in quella città.

Ancora una volta la lezione della storia è quella per la quale le speranze di salvezza degli ultimi, degli oppressi, delle vittime predestinate passa prioritariamente per le loro mani, per la loro intelligenza, per la loro assunzione di responsabilità personale, per la loro resistenza.

Specie quando, come in questo caso, quella storia è una storia disonesta.

Fasano, 14\6\2013

Stefano Palmisano

“A volte, quando taluno, mi chiede che vita io faccia, sono solito rispondere che frequento assassini e complici di assassini. [….] All’inizio ero convinto di dovermi confrontare con una sorta d’impero del male, con un mondo alieno da attraversare giusto il tempo necessario per poi ritornare nel mondo degli onesti, delle persone normali. Poi lentamente la linea di confine ha preso a divenire sfumata, fino quasi a dissolversi. Inseguendo le loro tracce, sempre più spesso mi accadeva di rendermi conto che il mondo degli assassini comunica attraverso mille porte girevoli con insospettabili salotti e con talune stanze ovattate del potere. Ho dovuto prendere atto che non sempre avevano volti truci e stimmate popolari. Anzi i peggiori tra loro avevano frequentato le nostre stesse scuole, potevi incontrarli nei migliori ambienti e talora potevi vederli in chiesa battersi il petto accanto a quelli che avevano già condannato a morte.” (R. Scarpinato, Procuratore generale di Palermo)

“Due casi di tumore in più all’anno... una minchiata.” (R.F., dall’intercettazione di una telefonata con uno dei suoi avvocati)

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Postato il 28/06/2013  


Finis terrae

Finis terrae

Si narra che molti secoli fa i capi di cinque paesini limitrofi, incastonati in una sontuosa ed aspra collina a strapiombo sul Mar Tirreno, divisi da feroce rivalità fra loro intorno al miglior vino prodotto dai cinque, decisero di rivolgersi a un eremita (che viveva su un’isoletta di fronte a Vernazza), studioso di erbe e della Bibbia, saggio e timorato di Dio, prodigo di consigli, investendolo del difficile compito di sciogliere lui la questione, designando il vino migliore dei cinque borghi.

L’anacoreta, ascoltati gli ospiti, chiese loro di portargli alcuni grappoli delle rispettive uve e di mantenere una tregua finché non avesse emesso un responso.

Dopo qualche tempo il saggio eremita convocò gli stessi capipopolo e offrì a ciascuno di loro una coppa di vino.

Per tutti risultò un vino nuovo, diverso, migliore di tutti quelli prodotti dai contendenti e di tutti quelli da loro conosciuti.

Tutti ne restarono entusiasti e lo lodarono assai.

Il savio giudice spiegò che quel vino era stato fatto con tutti i grappoli dei diversi vitigni che gli erano stati consegnati e i mosti ottenuti da quella loro peculiare cuvée avevano dato quella bevanda straordinaria.

I cinque borghi erano le Cinque Terre e il vino era lo Sciacchetrà, un grande vino passito, “da meditazione”, che oggi è uno dei simboli di quel mirabile ecosistema costituito, da est verso ovest, dai cinque paesini di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso.

Lo Sciacchetrà (il cui nome deriva da «sciacàa», schiacciare, utilizzato semplicemente per indicare l'operazione di pigiatura dell'uva) è un emblema di quei territori anche e soprattutto perché è un vino, e il vino, più ancora che “della natura”, è un prodotto fondamentalmente dell’attività umana, della fatica e della cura dei vignaioli e dell’acume e della sapienza dei cantinieri.

Anche le Cinque Terre, in sé, sono un segno illuminante di quanto possa essere radicalmente opposto “l’impatto” del bipede umano sul territorio che lo ospita.

Le Cinque Terre, per come le conosciamo oggi (o, forse, per come le conoscevamo fino a martedì scorso) sono sostanzialmente una creazione umana, tanto più mirabile quanto più gli autori di quella creazione hanno saputo coniugare fatica, acume, sapienza in quell’attività creatrice e tanta cura per “l’oggetto” di quest’ultima: l’ambiente circostante.

I terrazzamenti realizzati con la terra portata con grandi cesti da contadini che si calavano da un piano all’altro appesi ad una corda a strapiombo sul mare, i muretti a secco, i vigneti “a tendone basso”, tanto basso che i vignaioli spesso dovevano lavorare la vigna inginocchiati, tutto questo parla di un rapporto degli uomini e delle donne di quei posti con la loro terra che era un autentico, simbiotico rapporto d’amore.

E, come in un vero rapporto d’amore, gli uni miglioravano, arricchivano, affinavano l’altra e viceversa.

Un legame amoroso degradato da qualche decennio in un feroce, implacabile stupro degli uni verso l’altra.

Una violenza tanto patologicamente distruttiva da aver fatto sperperare ai suoi responsabili, in una sola generazione, uno dei patrimoni antropici ed ecologici (e, dunque, anche economici) più inestimabili dell’umanità, in cambio di un miserabile incremento del patrimonio bancario.

Una furia devastatrice fatta di interminabili colate di cemento che rendono il terreno ovviamente del tutto impermeabile, colate molto più lunghe anche di quella di fango che ha sepolto parte delle Cinque Terre due giorni fa; di letti dei fiumi compressi da orrende escrescenze edilizie sugli argini e, dunque, non più capaci di canalizzare le piene derivanti dalle piogge, pur eccezionali come quelle dei giorni scorsi; di suolo divorato da metastasi di calcestruzzo; di campagne abbandonate a se stesse, e dunque ormai prive di qualsiasi ruolo di equilibrio idro-geologico, in nome della proliferazione neoplastica di alberghetti, pensioncine, b&b per attrarre branchi di turisti, molti dei quali sedicenti “sostenibili”.

E che queste dinamiche scellerate, in parte, non riguardino direttamente le Cinque Terre ma solo i territori vicini cambia di poco o punto il senso complessivo del discorso.

Qualche anno fa ho fatto parte anch’io del branco di cui sopra, della sua parte più “ecologicamente corretta”.

Sono rimasto incantato dall’acqua limpidissima del santuario dei cetacei, dalla scenografia pastello delle casette che declinano verso il mare, dal trenino che porta i visitatori e i loro bagagli nel borgo di Riomaggiore, rigorosamente vietato alle automobili, dal lirico sentiero dell’amore; sono stato deliziato dallo sciacchetrà e dalle alici di Monterosso (4 microcrostini 15 euro) degustate insieme ad un bicchiere di Vermentino di fronte a quel mare incontaminato.

E, forse, l’incanto eco-sostenibile, o presunto tale, di Riomaggiore mi ha suggestionato, mi ha fatto abbassare lo spirito critico ambientalista.

Non mi ha fatto porre alcuna domanda sul numero enorme di b&b che punteggiavano tutto il minuscolo centro storico (tra i quali v’era quello nel quale alloggiavo io, ovviamente); sulla quantità di “ospiti” che quelle strutture ricettive avrebbero potuto accogliere. Su quella che, invece, avrebbe potuto “sostenere” senza danni un ambiente peculiarissimo come quello di quel paesino.

Il gusto sapido delle alici di Monterosso, forse, ha impregnato di sé non solo le mie papille gustative, ha sviato la prima sensazione, quella più immediata, che mi provocò la prima immagine della stessa Monterosso, il paese più noto delle Cinque Terre: la fungaia di ombrelloni sulla spiaggia che mi ricordò epidermicamente la riviera Romagnola.

Forse bisognerebbe tenere la guardia alta anche quando si va in un Parco naturale.

Forse occorrerebbe provare a guardare oltre la cartolina naturalistica, per capire se si tratta davvero di una zona protetta. Per comprendere chi sono i suoi protettori. E per capire chi protegge quel territorio dai suoi protettori.

Forse si dovrebbe esplorare qualche itinerario “eccentrico” anche rispetto a quelli certificati come ecologici, per non dire ecologistici.

Forse sarebbe necessario provare a capire davvero quale sia complessivamente l’impronta ecologica di ogni nostro viaggio, almeno di quelli di piacere; soprattutto se sommata a quelle di migliaia di altri piedi che calcano quello stesso suolo, magari anche questi mossi da spirito di eco-compatibilità.

Forse coloro che davvero nutrono ambizioni di responsabilità dovrebbero abbandonare l’idea di poter andare sempre ovunque, perché ci sono posti, ecosistemi, troppo delicati per poter sostenere l’arrivo di tutti coloro che vorrebbero anche solo cantarne le lodi per la sostenibilità.

Forse l’idea che la mia libertà di “girare, vedere gente, muoversi, conoscere, fare cose”, non debba subire limiti è solo uno dei tanti epifenomeni del pensiero unico neo-liberale, e neanche tra i meno sgradevoli.

Forse, come insegnavano i sussidiari della scuola elementare dei miei tempi, quando si va in un posto nuovo occorrerebbe prima di tutto capire quante persone vi lavorano la terra, quali sono i prodotti tipici di quest’ultima e in che condizioni sono le terre di quel luogo.

In quel viaggio, dopo le Cinque Terre, feci tappa a Boves, una delle tante città martiri dell’occupazione nazista dopo l’8 settembre.

Non avevo immaginato nessun legame tra la prima parte del mio viaggio e la seconda.

Forse, nel mio cammino vacanziero di quell’anno, senza conoscerla, stavo visualizzando concretamente quella geniale intuizione di Andrea Zanzotto per la quale il dopoguerra, in molti posti, ha segnato il passaggio dai campi di sterminio allo sterminio dei campi.

Fasano, 28\10\2011

Stefano Palmisano

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Postato il 03/03/2012  


Moniti

"Sono tributi molto dolorosi che paghiamo, ma che si pagano in molti paesi, per quelli che purtroppo sono o cambiamenti o grossi turbamenti climatici."

Questa la ferma presa di posizione del Capo dello stato sui morti in seguito ai recenti eventi in Liguria e Toscana.

L'esternazione è tanto più nobile quanto più coraggiosa e controcorrente, dato che, piuttosto che prendersela, banalmente, con i facili bersagli costituiti dall'incuria delle autorità che hanno la responsabilità della prevenzione dei disastri "naturali", dagli autori delle colate di cemento che hanno fatto scempio (anche) di quei territori, dal governo che continua (anche in queste ore) ad iniettare nella terra e nell'anima (o in quel che ne resta) di questo paese il cancro di condoni, sanatorie, "piani casa" ed altre simili amenità, il Garante dell'unità nazionale (ma, evidentemente, non dell'integrità del territorio nazionale) ha arditamente preso di mira la pregnante entità dei "grossi turbamenti climatici".

Si attendono immantinente un severo monito contro il destino cinico e baro che ha fatto sì che il terremoto dell'Aquila se la prendesse giusto con le case costruite impastando sabbia e cera pongo, nonché una dura condanna del Monte Toc che (giusto pochi giorni fa sono stati quarantotto anni) non si è tenuto per un pò di acqua che gli bagnava i piedi, crollando nel lago sopra la diga e provocando l'ecatombe del Vajont.

Fasano, 26\10\2011

S. P.

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Postato il 03/03/2012  


Buon anno!

Buon anno agli uomini ed alle donne precari! Perché per nessuno di loro il posto fisso che stanno cercando diventi un posto nell’eternità. E, se proprio a qualcuno deve succedere, che almeno si rimanga nella media europea!

Quindi, buon anno a loro e tutti gli altri uomini e alle altre donne che lavorano! Perché si sforzino di capire che i loro padroni non è che non vogliano applicare le nuove norme che diminuirebbero i rischi di infortuni sul lavoro; è che proprio non possono economicamente. Ma, anche e soprattutto, perché si sforzino, insieme, di far capire ai loro padroni, una volta per tutte, che non è che loro, i lavoratori, non vogliano, è che proprio non si può morire per non far perdere un euro di profitto all’azienda. Cioè, agli stessi padroni.

Buon anno agli uomini, alle donne e, soprattutto, ai bambini del quartiere Tamburi di Taranto! Perché si sforzino di capire che non è che Riva, il padrone dell’Ilva, non voglia abbattere i livelli di emissione di diossina, osservando, peraltro, in questo modo una legge regionale finalmente arrivata tra noi, è che proprio non può. Ma, anche e soprattutto, perché si sforzino, insieme, di far capire a Riva, una volta per tutte, che non è che loro non vogliano, è che proprio un bambino non può ammalarsi di cancro per non far perdere un euro di profitto all’Ilva. Cioè, a Riva.

Buon anno a Eluana e Bepin Englaro! Perché la prossima volta si ricordino che per la morale cattolica nostrana, e dunque in questo paese laico e sovrano, non è tanto grave e peccaminoso farle certe cose, dall’aborto all’interruzione dell’alimentazione artificiale per chi vegeta; è dire in pubblico che si fanno e rivendicare il diritto a farle.

Dunque, buon anno a loro e a tutti coloro che si trovano nelle loro condizioni! Perché trovino la forza di affermare in faccia ai nostri talebani, di ogni foggia e natura, che come nascere, vivere e morire è, deve essere un diritto esclusivo di chi vuol far nascere, di chi vuol vivere e di chi, in certe condizioni estreme, non vuole più vegetare. E che uno stato laico deve solo garantire quel diritto. E che se proprio i comitati per la vita vogliono mobilitarsi per salvare qualche vita possono farlo tranquillamente per gli uomini, le donne e, soprattutto, per i bambini di Gaza; sarebbero i benvenuti tra noi.

Buon anno al direttore di Liberazione (Li-be-ra-zio-ne), Giornale comunista (co-mu-ni-sta), che ha rifiutato di pubblicare sul “suo” giornale una vignetta di Enzo Apicella poiché essa, per denunciare la carneficina israeliana dei bambini di Gaza, “faceva riferimento al fascismo”! Perché la Rai, o chi per lei, programmi subito un reality show su tutti i bambini palestinesi massacrati da Israele, a forza di bombe e missili, negli ultimi sessant’anni, dopo che Israele aveva rubato ai genitori di quei bambini la terra, le case, il futuro. Un reality che potrebbe chiamarsi “L’isola degli esplosi”. Così che il direttore di Liberazione non solo possa tranquillamente pubblicare tutte le vignette di Apicella, ma magari, dopo aver trovato il suo Obama gender, possa trovare anche la sua Anna Frank palestinese e possa ammettere, senza timore di perdere il posto di ospite fisso in tutti i talk show, che quello israeliano è un regime fascista e stragista. O, al minimo, che è una democrazia degna di quella di Erode.

Buon anno ai bambini ed alle bambine di Gaza! Perché anche uno solo di loro riesca a farsi seppellire in un cimitero ebraico europeo. Così, se qualche nazistello tedesco o francese dovesse un giorno fare la solita porcata di profanare quel cimitero, almeno allora quel bambino sentirà l’indignazione incondizionata e unanime per un torto da lui subito, pure dopo morto, e avrà la solidarietà senza se e senza ma delle cancellerie europee, dei media europei, delle comunità ebraiche europee, delle sinistre europee. Dato che tutto questo a quel bambino sarà mancato in vita, quando un esercito nazista ha raso al suolo la sua casa, la sua vita e la sua città, facendone un immane cimitero a cielo aperto.

Buon anno a tutti gli uomini e a tutte le donne di pace e di giustizia del mondo, che in questi giorni stanno fremendo di dolore e di indignazione per quello che quell’esercito nazista sta facendo a quei bambini di Gaza! Perché non dimentichino mai che la stragrande maggioranza delle “verità” da cui oggi siamo soffocati sui crimini e sugli orrori (come il genocidio del popolo palestinese) che infestano questo pianeta è fatta solo di indegne menzogne ripetute cento, mille, un milione di volte (come insegnava, qualche decennio fa, un esperto in comunicazione a cui la propaganda di Israele, dei suoi padrini e dei suoi servi devono essersi ispirati non poco); specie se a reti unificate. Perché essi ricordino sempre che la pace è figlia della verità e della giustizia!

Buon anno alle mie compagne ed ai miei compagni, alle mie amiche ed ai miei amici di Salute Pubblica e di Medicina Democratica, donne e uomini, come me, non “impegnati politicamente”, ma solo donne e uomini che, come me, ogni tanto assumono degli impegni, e provano a mantenerli! Perché, si tratti di Brindisi o di Baghdad, di Taranto o di Gaza, riescano, perché riusciamo a chiedere, anche nel 2009, qualche volta ancora al meglio della loro, della nostra faccia una polemica di verità e di giustizia! Cioè, di dignità.

Fasano, 3\1\2009

Stefano Palmisano

Si sese de mutria mala, Morigande in sos pensamentos, E lestra de su grecu s’ala, Ispinghet ecos de lamentos, Brinca sos tra bentos, Ei bessi dae su ludu, Puru si non as a ottenner bentos, Proa a dare un’azudu, [….] Arantzos in bucca a sos pitzinnos, A sa muda in sa rena, setzidos, Fusileddos in sa pala, Pedras in sa bertela, Issoso cherent una terra, Pitzinnos in sa guerra” (L. Martelli – F. De Andrè, Pitzinnos in sa gherra – Bambini in guerra, cantata dai Tazenda)

Se sei di cattivo umore, Rimestando nei pensieri, E la veloce ala del grecale, Spinge echi di lamenti, Evita i precipizi, Ed esci dal fango, Anche se non otterrai riconoscimenti, Prova a dare un aiuto, [….] Arance in bocca ai bambini, In silenzio nel terriccio, seduti, Fucilini in spalla, Pietre nella bisaccia, Loro vogliono una terra, Bambini nella guerra.

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Postato il 22/02/2009  


Bolzaneto (Italia)

In una delle scene più belle di uno dei film più belli che io abbia visto, Sedotta e abbandonata, di Germi, un maresciallo dei carabinieri siciliano,

decisamente eccentrico, sintetizzava la sua lucida, trasgressiva e disperata analisi della realtà siciliana dell'epoca in un gesto e in una frase: stando

davanti alla carta geografica dell'Italia, copriva con una mano la Sicilia, come a cancellarla, e

sospirava: "meglio, molto meglio..."

Ormai da molto tempo ho scelto di non occuparmi più di Genova, né professionalmente né politicamente.

Ciononostante, oggi è una di quelle giornate in cui, se appena mi fermo a pensarci, mi riconosco appieno nel gesto di quel simpatico maresciallo.

Con la sola differenza che vorrei avere una mano sufficientemente grande per coprire l'intera penisola.

Stefano Palmisano

"Anche se avete chiuso

le vostre porte sul nostro muso

la notte che le "pantere"

ci mordevano il sedere

lasciandoci in buonafede

massacrare sui marciapiedi

anche se ora ve ne fregate,

voi quella notte voi c'eravate."

(F. De Andrè, Canzone del maggio)

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Postato il 25/12/2008  


Crimini e porcate

La notte scorsa il rosario di morte dei cosiddetti “infortuni” sul lavoro ha visto sgranare una nuova vittima sacrificale, Jan Zygmunt Paurovvicz, 54 anni, polacco; stavolta, ancora, in quella specie di tempio satanico per gli esseri umani e per l’ambiente circostante che risponde al nome di stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.

Ancora un dipendente dell’appalto, come gli ultimi due poveri sventurati che lo hanno preceduto quest’anno, vera e propria carne da macello immolata sull’altare di un’inarrestabile catena di montaggio a due linee parallele: profitti esorbitanti per l’azienda da una parte (878 milioni di utili nel solo 2007), morti e feriti per i lavoratori dall’altra (tre morti nel solo 2008, per l’appunto).

Ovviamente, anche tenendo conto della mattanza dei giorni scorsi su tutto il territorio nazionale, oggi la locuzione più ricorrente in chiave bipartisan è la solita: “basta, mai più” ecc…. Durerà poco; solo per i canonici due – tre giorni di lacrime di coccodrillo.

Se mai, infatti, in capo a qualche anima bella, per quanto non estremamente perspicua, fossero residuati dubbi sulla reale volontà delle parti padronali, o quantomeno delle loro più alte rappresentanze di categoria, di rimuovere o almeno di provare a contrastare seriamente le cause più profonde del massacro quotidiano di loro dipendenti, l’articolo pubblicato sul Manifesto di venerdì 5 u.s., a firma di Sara Farolfi, spazza il terreno da ogni equivoco.

Vi si legge, infatti, di una “ipotesi di avviso comune sulla sicurezza” a firma di tutte, diconsi tutte, le sigle dei “sindacati dei padroni” (loro per definizione bipartisan), da Confindustria alla Lega delle cooperative, per sabotare, letteralmente, le parti più innovative ed incisive del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro.

Non tanto quella sulle sanzioni detentive, già per loro conto votate ad un sistematico autosabotaggio di fatto, stante la natura meramente contravvenzionale delle stesse che le rende, per l’appunto, quasi fatalmente destinate ad estinguersi per prescrizione, prim’ancora che desolantemente inadeguate nel merito rispetto all’entità dei valori in campo, ossia la vita e l’incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici; ma alcune fondamentali previsioni precettive.

Tra queste c’è proprio la norma dell’art. 26 del Testo Unico che stabiliva (a questo punto l’imperfetto è quasi d’obbligo) l’obbligo per il datore di lavoro committente, nel caso di lavori affidati in appalto all’interno della propria azienda, di redigere il cosiddetto “documento di valutazione dei rischi da interferenza esterna”, i rischi, cioè, che derivano dalla presenza di imprese e di lavoratori diversi, anche molto diversi tra loro, nello stesso sito produttivo, con conseguente attribuzione di responsabilità allo stesso datore committente nel caso in cui quella valutazione dei rischi non fosse stata fatta sul serio, o non fosse stata fatta per niente.

E c’è (c’era?) un’altra importantissima previsione legale, sempre disposta all’art. 26 del T.U., ossia quella per cui “nei contratti di appalto o di subappalto e di somministrazione [….] devono essere specificamente indicati a pena di nullita' ai sensi dell'articolo 1418 del codice civile i costi relativi alla sicurezza del lavoro con particolare riferimento a quelli propri connessi allo specifico appalto”.

Ebbene, gli estensori dell’ “avviso comune” pare non gradiscano particolarmente queste disposizioni; più precisamente, vogliono sbarazzarsene, liberarsi da questi ennesimi lacci e laccioli nei quali s’impigliano le ali benemerite dell’italica libera iniziativa economica individuale; quella mirabilmente rappresentata dalla presidente di Confidustria, Emma Marcegaglia, già capitana coraggiosa Cai, il cui gruppo industriale, pochi mesi fa, ha patteggiato una condanna per corruzione al Tribunale di Milano a proposito di una tangente pagata nel 2003 a un manager dell’Enipower in cambio di un appalto: pena pecuniaria 500 mila euro e 250 mila di confisca alla Marcegaglia Spa, pena pecuniaria di 500 mila euro e 5 milioni di confisca alla controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione patteggiati dal vicepresidente Antonio Marcegaglia (fratello di Emma). Il padre della presidente, invece, Steno, è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 4 anni per la bancarotta Italcase-Bagaglino.

È questa quintessenza di imprenditori schumpeteriani che oggi pretende che quelle previsioni presunte giugulatorie per le imprese, per definizione libere e belle (le imprese, naturalmente), si applichino solo negli “appalti di una certa (sic!) consistenza, economica e temporale.”

Così, secondo lorsignori e signorotti, si combattono le morti da lavoro: abbattendo, anzitutto, quelle norme che realmente sarebbero in grado di porre un argine alla strage quotidiana.

Magari credono che queste siano pessimistiche, ed oggi, com’è noto, il pessimismo è uno dei reati che genera maggiore allarme sociale. O, addirittura, che portino male, quasi una sorta di profezia che, alla fine, si autoavvera; dunque, esorcizzando le norme, essi credono, o vogliono far credere, che così si scongiurino anche le morti.

A volte, in presenza di una porcata, si dice, quasi per consolarsi: “è un elemento di chiarezza”.

L’ “ipotesi di avviso comune” è indubbiamente un elemento di chiarezza; cionondimeno, o forse proprio per questo, resta un’indubitabile porcata.

Sarebbe bello, ma prim’ancora minimamente dignitoso, se qualcuno tra i partiti e i movimenti che una volta, in qualche modo, recavano nel loro statuto più volte le parole “lavoro” e “lavoratori”; tra gli intellettuali che una volta quelle parole le ripetevano come intercalare; oltreché, soprattutto, tra i sindacati i cui vertici non si intrattengono in incontri clandestini con il presidente del consiglio – operaio, cercasse un modo, uno solo, purché serio, per far sapere che non è dello stesso avviso.

Ma, soprattutto, sarebbe doveroso che lo facesse sapere chiunque ancora si riconosce in quella Carta, tanto nobile quanto svillaneggiata, il cui principio fondativo è quello che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Fasano, 12\12\2008

Stefano Palmisano

La tragicommedia della storia umana fa sì che si erigano monumenti celebrativi ai morti in guerra con i quali il potere che ha pianificato le guerre costruisce e alimenta un patriottismo che gli fa comodo, ma i detentori del potere non hanno mai fatto erigere monumenti a coloro che sono stati sacrificati sul lavoro per garantire e aumentare i loro profitti.” (R. Tomatis)

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Postato il 24/12/2008  


Gomorra, o Dell'agenda dei delitti e delle pene

Scena 1. Nell’ufficio direzionale di una fabbrica del Nord-est. L’imprenditore e l’intermediario della camorra, lo “stakeholder”. Trattano. Sul servizio di smaltimento dei rifiuti industriali dell’azienda. Lo stakeholder offre un prezzo ridotto alla metà rispetto a quelli di mercato. Per il servizio completo: certificazioni, stoccaggio e trasporto. Prova a specificare che tutto finirà nelle discariche di Marcianise, in provincia di Caserta, comune in provincia. L’imprenditore lo stoppa. A lui non interessa dove e come. Gli interessa solo che sia “ tutto clean, come dicono gli americani”. L’affare è fatto.

Scena 2. Nella discarica di Marcianise. Una lunga fila di camion. Carichi di ogni tipo di rifiuti, di veleni industriali. Del nord-est, probabilmente. Alcuni stanno scaricando, altri aspettano il loro turno. Durante le operazioni di scarico, si apre un fusto. Il contenuto finisce sull’autista del mezzo. Si ustiona. Si copre di piaghe. Tutti gli altri autisti scoprono solo allora cosa trasportavano. Si rifiutano di proseguire le operazioni. Bisogna assolutamente scaricare i camion che sono ancora in fila. Ma è un’attività chiaramente rischiosissima. Lo stakeholder ha un’idea. Va a prelevare col suo prepotente suv cinque ragazzini della zona. Evidentemente provenienti da famiglie male in arnese. Li fa salire sui camion. Gli fa mettere i cuscini del suv sotto il culo, perché se no non arrivano alla pedaliera. Gli fa portare i camion in fondo alla discarica. Gli fa respirare i veleni del carico. Gli fa rischiare sul momento quello che è capitato all’autista. Molto peggio, di lì a qualche anno. Per qualche decina di euro a testa.

Scena 3. Arriva la polizia. Vengono tutti arrestati. Anche lo stakeholder. Il pm gli contesta il reato di traffico di rifiuti. È un reato serio. Un delitto. L’unico in materia ambientale. Rischia fino a sei anni di reclusione. Otto, se c’erano anche rifiuti radioattivi. Ma lo stakeholder è incensurato. Ottiene subito gli arresti domiciliari dal gip. Poi la libertà piena dal tribunale della libertà. Non a caso si chiama così. Manca la prova del reato di traffico a carico dello stakeholder, dice il tribunale. Al massimo, si può ipotizzare il reato di discarica abusiva. Ma è una contravvenzione, non un delitto. Non si possono applicare misure cautelari per una contravvenzione. Non la custodia in carcere. Neanche i domiciliari. Niente. Non è mica un rom, lo stakeholder.

Scena 4. Tribunale di Caserta. Il processo. Ultima udienza. Sei anni dopo. È solo il primo grado. Il delitto di traffico illecito di rifiuti è caduto per strada. Non c’era proprio la prova. Se ne fa una ragione anche il bravo pm. Resta in piedi solo il reato di discarica abusiva. La contravvenzione. Come fosse un divieto di sosta. “…. in buona sostanza, io ritengo che a carico del mio assistito non vi sia la prova del reato per cui è processo. Comunque, la discarica abusiva è una contravvenzione, non un delitto. Dunque, quand’anche l’Eccellentissimo Tribunale dovesse ritenerla provata, è ampiamente estinta per prescrizione, essendo decorsi ormai sei anni dal tempus commissi delicti. In buona sostanza, chiedo che l’Eccellentissimo Tribunale mandi assolto l’imputato da tutti gli addebiti a lui ascritti con la formula più ampia. In via gradata, chiedo dichiararsi il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.” È sempre buona la sostanza dei difensori degli stakeholders. L’Eccellentissimo Tribunale non può non condividerla, almeno nella parte “gradata”. “In nome del popolo italiano, il Tribunale, visti gli artt. 531 e 129 c.p.p., dichiara non doversi procedere a carico dell’imputato in quanto il reato a lui ascritto è estinto per intervenuta prescrizione.

Le prime due scene, come sarà risultato chiaro, sono tratte dall’ultimo capolavoro del neorealismo cinematografico italiano, “Gomorra”, di Matteo Garrone, da pochissimi giorni nelle sale, nel quale l’immenso Toni Servillo interpreta da par suo lo stakeholder; film, a sua volta, tratto dall’altro mirabile esempio omonimo di letteratura del reale di Roberto Saviano.

Le altre due scene costituiscono un’ipotetica prosecuzione della storia narrata da Saviano; prosecuzione ancor meno immaginaria del pur realistico e realissimo romanzo – saggio del giovane e talentuoso scrittore, alla stregua di quello che accade quotidianamente nelle aule di giustizia di questo paese in materia di “reati ambientali”.

Un anno fa il Consiglio dei ministri allora in carica approvava un disegno di legge che predisponeva una bozza di reati contro l’ambiente da inserire nel codice penale. Quei reati, secondo il testo governativo, sarebbero finalmente stati qualificati come delitti.

Quel governo si è ormai estinto e con lui, pare, anche quel progetto legislativo, una tra le non numerosissime iniziative per cui quell’esecutivo potrebbe addirittura farsi rimpiangere dai cittadini di buona e Costituzionale volontà.

Se, infatti, il bilancio consuntivo in termini di produzione normativa, il che vuol dire il bilancio politico-culturale, di quella maggioranza parlamentare è, eufemisticamente, a luci ed ombre, presentando condivisibili iniziative legislative, come quella su citata, insieme ad altre, peraltro largamente maggioritarie, assai meno encomiabili (per continuare con le litoti), come i vari “pacchetti sicurezza”, il bilancio preventivo dell’attuale unanimità dell’assemblea legislativa nazionale si prospetta, a suo modo, decisamente più chiaro: sono rimaste solo le ombre.

Tali e tante che ormai hanno completamente avvolto quella che un tempo si definiva opposizione parlamentare e che oggi, ovviamente, gli stessi “principali esponenti dello schieramento avverso a quello che ha vinto”, restando seri, hanno chiamato “governo – ombra”.

A chiarire definitivamente, laddove mai ve ne fosse stato ancora bisogno per taluno, che la prospettiva “di schieramento” (absit iniuria verbis) oggi al massimo può oscillare tra un governo in luce ed un governo-ombra.

Quanto i due schieramenti siano oggi sostanzialmente sovrapponibili, con la dialettica parlamentare maggioranza – opposizione desolantemente degradata ad un gioco di ombre cinesi, lo si constata proprio sulla questione più illuminante dello stato di salute democratica di un paese appena al di qua dell’Oceania di orwelliana memoria: “l’agenda”, ossia la scala di priorità politico-economiche e socio-politico-culturali propria di ogni parte politica, destinate poi a tradursi in concreti provvedimenti legislativi o, quantomeno, in proposte di testi legislativi quando non si hanno i numeri parlamentari per far diventare, per l’appunto, quelle priorità provvedimenti di legge.

In pratica, compilare l’agenda vuol dire scegliere se far diventare un’emergenza nazionale gli stakeholders o i rom; scegliere se adottare tutti gli strumenti utili per provare a tutelare quello che resta dell’ambiente di Marcianise, di Caserta, di Acerra ecc.…. e della salute pubblica ed individuale delle relative popolazioni dai sistematici, esiziali attentati degli intermediari in doppiopetto grigio della camorra, oppure se usare tutti gli strumenti idonei ad attizzare le più isteriche e carognesche paure del debordante ventre flaccido di questo paese (al cui interno, ovviamente, fanno gran bella mostra di sé larghe fette proprio delle popolazioni il cui territorio e la cui salute pubblica sono più massacrate dalle mafie, come insegna il caso di Ponticelli), canalizzandole verso bersagli sociali ed umani sempre accuratamente scelti tra i più facili e fragili.

Decidere se è più urgente inserire nel codice penale norme che garantiscano un minimo di serietà, prim’ancora che di efficacia, nella repressione di reati dal devastante impatto socio-ambientale, come quello di discarica abusiva, oppure varare l’ennesimo strillato “pacchetto sicurezza” destinato solo a saziare nell’immediato le foie di gogne e di roghi delle maggioranze rancorose delle nostre città, prive solo di decoro individuale e di etica pubblica, producendo un pò di dolore sociale in più a carico di persone prive di tutto fuorché di dolore, sociale ed individuale.

Ma la questione è già ampiamente risolta; la priorità nettamente individuata, l’agenda non solo scritta, ma incisa nelle tavole della legge penale propugnata e praticata come ramazza sociale, buono a ripulire la società dalle figure più brutte e sporche, non certo dai figuri più cattivi e nocivi.

Legge penale fondata sul principio della molestia percepita, non su quello dell’offesa effettiva; alla faccia dell’abc del diritto penale di uno stato di diritto, prim’ancora che di uno stato democratico.

Occorrerebbe qualche allievo appena men che sciocco e servile che si rifiutasse, con un sussulto di dignità, di continuare a scrivere quell’agenda infame sotto la dettatura dei maestri bipartisan (cupi o macchiettistici che siano) tanto della paura dei falsi pericoli quanto dell’oblio, quando non proprio della connivenza con i nemici veri della società.

Occorrerebbe un’opposizione neanche necessariamente di sinistra, anche solo democratica, consapevole, se non proprio orgogliosa, del proprio ruolo democraticamente vitale e vivificante.

Tutto quel che abbiamo, invece, è un governo-ombra; un’opposizione di ombre cinesi, per l’appunto, che vengono ingigantite ed animate solo perché un ininterrotto, abbacinante fascio di luce le proietta con ossessiva frequenza sugli schermi a reti unificate.

A coloro che ancora, inspiegabilmente, non si rassegnano all’idea di veder da un lato demonizzare e deportare centinaia di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di vivere in roulottes e di vestire stracci, e dall’altro di veder assolvere, quando non omaggiare, feroci criminali, innocenti solo perché girano in suv e vestono Prada, non basterà solo scegliere spettacoli alti e nobili, come il film dal quale sono partite queste note, al posto di qualsiasi altra insulsa esibizione di ombre cinesi, delle quali i mezzi d’intossicazione di massa, anche qui senza distinzioni di “appartenenza”, sono ricolmi: essi dovranno rassegnarsi all’idea di abbandonare il ruolo di spettatori.

Fasano, 19\5\2008

Stefano Palmisano

« Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli...

a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.

Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del Bipensiero... tanti saluti! »

(Winston Smith, 1984)

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Postato il 20/05/2008  


La fine del lavoro

Qualcuno fino a qualche giorno fa si lamentava che in questa campagna elettorale si parlasse poco di programmi, dopo le pregnanti discussioni, le “fabbriche” e le relative, enciclopediche produzioni che in questo campo ne erano scaturite in occasione delle scorse elezioni.

Questa gravissima lacuna democratica è stata finalmente colmata: adesso il programma c’è.

Ovviamente, non è quello del centrodestra, e men che meno quello del cosiddetto partito democratico.

È quello di Confindustria; il vero programma di governo della prossima legislatura è questo. Qualunque sia la sfumatura cromatica del prossimo esecutivo.

Di questo “decalogo” (com’è stato subito etichettato dai sempre originali mass media) quegli altri due testi, al massimo, possono aspirare ad esser considerati delle editiones minores per importanza.

Non è possibile analizzare partitamente queste illuminanti tavole della legge padronale.

Un punto del “decalogo”, però, si impone all’attenzione in queste giornate: il quarto, quello dedicato al mondo del lavoro.

Questa summa di giuslavorismo confindustriale prevede, tra l’altro: 1) la valorizzazione dell’apprendistato, che deve diventare “lo strumento principale dell’assuzione dei giovani ”; 2) la detassazione degli straordinari, “per dar vita ad un circolo virtuoso salari – produttività – crescita”. Il tutto, naturalmente, “ mettendo al centro la sicurezza sul lavoro”. Anzi, com’è noto, obiettivo prioritario di Confindustria è quello di “creare una vera e propria cultura della sicurezza.

Queste proposte degli industriali non sono nuove; ma desta, comunque, curiosità l’idea di un “circolo virtuoso” che parta da un provvedimento che sarebbe un ulteriore premio e volano per il ricorso alla sovrautilizzazione della forza lavoro già attiva, in un Paese, come l’Italia, con qualche leggero problema di disoccupazione, specie giovanile e specie al meridione. Qualcuno, magari mosso da irredimibile ostilità ideologica al sovrapprofitto delle imprese, potrebbe, infatti, esser indotto a pensare che, se il poco lavoro che c’è, lo si fa fare tutto alle stesse persone, a costo di strizzarle come limoni, questo anzitutto potrebbe non aprire proprio magnifiche sorti e progressive per chi un lavoro lo sta cercando disperatamente.

Ma il punto più significativo ai fini di queste brevi note è un altro. È soprattutto la pretesa “messa al centro” della sicurezza sul lavoro in questo inconfutabile circolo virtuoso che merita qualche altra considerazione, alla stregua di due diversi elementi.

Il primo. È di pochi giorni fa la pubblicazione di una nuova ricerca dell’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (OSHA) che mostra che “i principali rischi psicosociali sono correlati alle nuove forme di contratti di lavoro, alla precarietà del lavoro, all’intensificazione dell’attività lavorativa…. La precarietà del lavoro”, prosegue il testo, “ la necessità di svolgere più di un’attività lavorativa o l’elevata intensità del lavoro possono sottoporre i lavoratori a un alto livello di stress e mettere a repentaglio la loro salute.” Ancora, “ i lavoratori con contratti precari tendono a svolgere i lavori più pericolosi, a lavorare in condizioni peggiori e a ricevere meno formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Gli incentivi a gogò al lavoro straordinario invocati dalle imprese probabilmente non si pongono proprio in antitesi “ all’intensificazione dell’attività lavorativa ” che, tra gli altri, secondo l’Eu-Osha, mette maggiormente “a repentaglio la loro salute”.

Così come l’apprendistato, che secondo il quarto comandamento padronale dovrebbe diventare “lo strumento principale dell’assuzione dei giovani ”, non è cosa molto diversa da un contratto precario.

Curiosamente, nessuno dei protagonisti della cosidetta competizione elettorale, regolarmente ultra-eurofili, si è accorto di questa lieve

discrasia tra le emergenze rilevate da un organismo sanitario europeo in uno studio scientifico e lo stentoreo pronunciamento dei padroni delle ferriere.

Ma l’elemento certamente più idoneo, in queste ore, a lumeggiare l’idea di “vera e propria cultura della sicurezza” che hanno gli industriali italiani è dato dall’atteggiamento di questi verso i decreti legislativi sulla sicurezza sul lavoro che il governo si appresta ad emanare sulla base della legge delega approvata la scorsa estate. Più precisamente, quella assolutamente emblematica è la posizione sulle sanzioni verso i contravventori previste nel futuro testo unico, cioè quelle che si applicherebbero agli imprenditori che fanno lavorare i loro dipendenti in condizioni “di rischio”, per usare una pietosa litote: “troppo repressive”, secondo l’organizzazione datoriale.

Il garantismo padronale e filo-padronale è vecchio almeno quanto la storia stessa del diritto, per non dire dell’uomo, ma ogni volta che si manifesta è capace di regalare sensazioni forti: in questo paese chi ruba un pacco di pasta in un supermercato è punito con una pena che va dai tre ai dieci anni; sorte non molto dissimile può toccare a chi si fa una canna in gruppo.

Naturalmente, non solo dai giuristi di Confindustria, ma nemmeno dalla stragrande maggioranza di quelli “democratici” si sentono di solito lai garantisti particolarmente acuti contro la presenza nel nostro ordinamento di queste figure di reato un po’ repressive. Anzi, al primo scippo che si conclude in dramma, specie se commesso da un rumeno, è immediatamente “allarme sicurezza”, con l’indefettibile corollario del mantra bipartisan della “certezza della pena”.

Quando, però, si tratta di delinquenti (in senso etimologico) perbene questo canovaccio viene completamente sovvertito: dall’invocazione della mannaia della pena esemplare si passa in un batter d’occhio alla richiesta del piumino da cipria della moral suasion.

Come nel caso del testo unico sulla sicurezza del lavoro.

In questo caso, c’è effettivamente una parte in causa che avrebbe molto da protestare contro questa legge, e proprio sullo specifico dell’apparato sanzionatorio: sono i lavoratori.

Le pretese pene draconiane previste dal testo unico (“fino a due anni di arresto”, sic!), contro le quali gli industriali stanno dando vita, nei giorni della Thyssen e di Molfetta, al più inverecondo dei piagnistei, sono, in realtà, né più e né meno che grida manzoniane: si sa che non si applicheranno mai.

A tacere, infatti, della questione della “durezza” delle stesse (due anni di arresto, a fronte di omissioni in materia prevenzionistica che sono regolarmente in grado di rovinare se non proprio di togliere la vita ad uno o a più lavoratori, non sembrano proprio un accanimento repressivo), il punto disperante, più che dolente, della questione è che si tratta, sempre e comunque, di contravvenzioni, cioè non di reati, ma di caricature di reati, alla stregua di quello che accade quotidianamente nella pratica giudiziaria. Per una semplice ragione: le contravvenzioni, che nel nostro ordinamento sono le figure di illecito penale più lievi, si prescrivono, cioè si estinguono, in quattro anni; quando nella maggioranza dei processi non si è ancora arrivati neppure alla sentenza di primo grado. E col reato si estingue, naturalmente, il processo.

È contro queste sanzioni che si stracciano le vesti le nostre classi dirigenti che contano davvero; ed è in queste pene, e dunque in questa legge, che, in fondo, ripongono la gran parte della loro aspettativa di sopravvivenza a quella quotidiana trincea chiamata posto di lavoro milioni di lavoratori e di lavoratrici. O almeno questo i loro dirigenti sindacali e politici li inducono a pensare.

Se anche uno solo di coloro, in entrambi “i campi”, che ci stanno ammorbando con la campagna elettorale più fatua e falsa che si ricordi non avesse rimosso qualsiasi rapporto con la conoscenza e con la verità, non permetterebbe che il lavoro ed i lavoratori oltrechè quotidianamente massacrati venissero anche così atrocemente ingannati.

Nel 60° anniversario della Costituzione che vuole l’Italia “Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

Fasano, 6\3\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 11/03/2008  


La verità in camicia

In uno dei suoi tanti memorabili films, Totò impersonava il pittore Scorcelletti che dipingeva solo quadri di altri autori; li copiava. Infatti, si definiva “copista”.

Nel film, il maestro Scorcelletti viene incaricato da un incallito truffatore, il conte Raoul La Spada (Mario Carotenuto), di copiare la nota “Maya desnuda” di Goya, con una piccola variante: la Maya di Scorcelletti dovrà risultare decisamente più pudica di quella del pittore spagnolo, dato che le proprie grazie dovranno essere coperte da una camicia.

In pratica, il maestro Scorcelletti realizza “la Maya in camicia”.

Il fine del committente del dipinto è quello di creare un’opera “postuma” di Goya, la Maya in camicia, per l’appunto, assolutamente sconosciuta; fingere un casuale ritrovamento nel suo castello e poi rivenderla a qualche collezionista miliardario ad un prezzo spropositato, ovviamente in quanto opera del Goya, tanto più preziosa quanto ignota a tutti fino al momento del rinvenimento. Per rendere più credibile la messinscena, il furfante non manca di coinvolgere nel piano anche un noto critico d’arte, il prof Montiel (impersonato dal grande Louis De Funes) in buona fede ma sprovvedutissimo, assegnandogli l’onere e l’onore di certificare l’autenticità del nuovo Goya.

Il professore abbocca in pieno, rinvenendo, a suo dire, nel dipinto tali e tante tracce della stessa mano dell’autore della Maya desnuda da fargli giurare in tutte le sedi pubbliche che gli vengono appositamente messe a disposizione che si tratta di un autentico, inconfondibile Goya, e che, dunque, si tratta di una scoperta sensazionale per l’intera storia dell’arte.

Ieri sera, Milena Gabanelli ed il suo Report (splendidi organismi geneticamente immodificabili nelle piantagioni di ogm dell’informazione di stato) ci hanno proposto una nuova ricostruzione “alternativa” dell’11 settembre, tanto sconvolgente quanto convincente, anche e soprattutto perché proveniente dagli stessi Stati Uniti, allungando così ulteriormente la già lunga ed esecrata lista nera dei “complottisti”, dato che, oltre allo stesso Report, vi si deve aggiungere una moltitudine di giornalisti, docenti e cittadini statunitensi.

Alla luce di questo ennesimo documento, “l’evento che ha cambiato il mondo”, quello dopo il quale “nulla mai più come prima”, “l’attacco alla civiltà occidentale” assume sempre più le vesti che gli sono storicamente consone: una criminale, sanguinaria, apocalittica patacca.

Una patacca costata quasi tremila morti innocenti l’11 settembre a New York e centinaia di migliaia di altri morti, altrettanto innocenti, fino a tutt’oggi, in giro per il mondo.

Una sorta di Maya in camicia della politica e, ormai, anche della “cultura” internazionale del terzo millennio; con il ruolo del conte La Spada che viene giocato dai teorici neo-con del “Nuovo Secolo Americano”, i quali danno mandato agli Scorcelletti di turno di copiare, adattandola alle circostanze ed alle esigenze del momento, una delle tante auto-provocazioni che hanno costellato la storia della politica estera USA nel vecchio secolo americano, prima e dopo Pearl Harbour.

Non sappiamo ancora, e probabilmente non sapremo mai, chi ha veramente rivestito i panni del maestro Scorcelletti nella tragica bufala delle Torri gemelle, in quella del Pentagono ed in quella dell’aereo caduto in Pennsilvanya; ma non è certo l’aspetto più importante della vicenda.

In compenso, abbiamo iniziato a capire già pochi mesi dopo quali erano le reali finalità della rappresentazione: quando la Unocal, società petrolifera americana è finalmente penetrata in Afghanistan al seguito delle truppe “multinazionali” che avevano appena invaso un paese sovrano, che non si capiva bene di cosa fosse colpevole in relazione alle stragi dell’11 settembre; quando la Halliburton, società, “vicina” al vicepresidente Cheeney, si è aggiudicata il grosso degli appalti della ricostruzione e delle forniture delle forze armate americane, dopo essersi insediata alla ruota dei marines in un altro paese indipendente, l’Iraq, invaso e massacrato per ragioni ancor più improbabilmente riconducibili all’ “attacco all’America”.

E probabilmente continueremo a scoprirlo in un futuro assai poco remoto.

Ma, soprattutto, sappiamo chi fa, in questa tragicommedia, la parte del prof Montiel, quello che aveva certificato il Goya, dissertando sull’inconfondibilità del tratto del maestro spagnolo: sono tutti quegli intellettuali, quegli esperti, quegli opinion makers, anche e soprattutto democratici, per non dire “di sinistra”, che hanno bevuto tutta d’un fiato la verità ufficiale della Casa bianca, masticandola e rimettendola in circolo in versione politicamente corretta, con qualche implorazione a Bush e soci sulla non inevitabilità della “guerra di civiltà” e, come massima espressione di coraggio intellettuale, con qualche pregnante invito al “dialogo tra le culture”.

Sono coloro che si sono uniti al coro delle voci bianche, praticamente eunuche, che ripeteva ossessivamente il temerario refrain “siamo tutti americani” e che ci hanno spiegato perché, se siamo democratici, non potevamo non dirci tali.

Sono quelli che hanno occupato le sale-convegni, sversato fiumi d’inchiostro, inondato le televisioni, i cinema, i teatri per illustrare, rimanendo seri, “le conseguenze dell’11 settembre”: nella politica internazionale, nel rapporto tra le culture e le religioni, “nella percezione e nel rapporto con l’altro”, nella letteratura, nell’arte.

Sono coloro che hanno irriso, e continuano ancora a farlo, tutte le ricostruzioni “complottiste” dell’11 settembre, perché è un modo banale, manicheo, ossessivo, reazionario di fare ricerca storica, ma anche cronachistica; perché un evento così grande non può avere cause così svilenti, perché così non si coglie “il messaggio tragico che la parte più oppressa del pianeta manda a quella più opulenta”….

Come il prof. Montiel aveva asseverato la Maya in camicia, costoro hanno avallato la Verità in camicia. Un camicia di forza.

Non sappiamo se lo abbiano fatto più per conformismo, più per subalternità culturale, più per viltà intellettuale, più per pura imbecillità.

Sappiamo che è l’ennesima, esiziale forma di tradimento dei chierici di sinistra.

Nel film di Totò, quando il prof. Montiel scoprì di essere stato, suo malgrado, complice inconsapevole di una truffa colossale, tentò un macchiettistico suicidio, gettandosi in un pozzo; il suicidio, ovviamente, non andò in porto ed il docente si limitò a ritirarsi dalla vita pubblica.

Le legioni di emuli cattedratici del prof. Montiel, nella vicenda dell’11 settembre, dovrebbero avere lo stesso tragicomico sussulto di dignità che aveva nel film il loro modello originale; dovrebbero ritirarsi in punta di piedi dalla vita pubblica dopo aver tentato il suicidio.

Ma non un suicidio vero: un suicidio per finta, macchiettistico.

Come loro.

Fasano, 25\9\2006

Stefano Palmisano

Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.” (K. Marx – F. Engels)

Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello, che bastan le mie mani, profeti molto acrobati della rivoluzione, oggi farò da me, senza lezione.” (F. De Andrè)

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Postato il 25/09/2006  


Astensione degli avvocati: io no.

Forse lo strumento del decreto legge non era il più idoneo.

Non so quanto il conto corrente fiscalizzato e il divieto dell’uso dei contanti nei pagamenti ai professionisti serviranno seriamente a combattere quel bubbone, il primo e più corrosivo, del tessuto economico, ma ancor prima culturale, del Paese che è l’evasione fiscale; non so, cioè, quanto il mezzo sia realmente adatto al fine che persegue o dice di voler perseguire.

So, però, che l’evasione fiscale è, per l’appunto, il più antico e letale cancro della finanza pubblica italiana, e quindi dell’intera organizzazione socio-economica del paese, oltrechè un specchio fedelissimo dell’etica pubblica di questo popolo; un bubbone, dunque, la cui incisione non poteva non essere in cima alle priorità d’intervento di un governo che avesse velleità minimamente riformatrici sotto il profilo sociale, per non dire appena moralizzatrici.

Sospetto che tanti strali avvelenati lanciati al mezzo, provenienti dalle parti più disparate della società (ma, di solito, tutte “interessate”, o meglio “controinteressate”, allo stesso), celino quantomeno una sottovalutazione, se non proprio un’avversione al fine.

Non sono in grado di valutare quanto fondamento abbiano le critiche, anche più socialmente “generose”, rivolte al provvedimento, previsto dal c.d. “decreto Bersani”, di abolizione dei minimi tariffari per i professionisti, come quella per cui così facendo si creerebbe una giungla di prezzi e prestazioni, nella quale spadroneggerebbero le neonate grandi corporations professionali ed i giovani, o comunque più deboli, professionisti verrebbero cannibalizzati.

So, però, che la gran parte di queste nobili posizioni proviene da pulpiti sulle cui intenzioni democratiche, per non di solidarietà sociale, si farebbe assai fatica a giurare.

In questo paese, ormai, le professioni, come la gran parte delle altre attività socio-professionali che contano, non sono solo chiuse con i lucchetti, come dice Gian Antonio Stella; costituiscono delle vere e proprie cittadelle fortificate e circondate da fossati con i coccodrilli.

Sono le fortezze del privilegio castale, delle caste più varie, ma soprattutto della trasmissione di attività economiche e imprenditoriali, di ruoli e studi professionali, insomma di posizioni e gerarchie sociali per linea di sangue.

Tutti gli studi demografici in questo paese, ormai da anni, denunciano una società nella quale la mobilità sociale si è praticamente azzerata; una società nella quale il figlio di un notaio ha eccellenti probabilità di fare il notaio e, in compenso, il figlio di un operaio ha enormi chances (quando gli va bene) di diventare egli stesso operaio; una società che diventa ogni giorno più vecchia e sclerotizzata non solo sotto il profilo anagrafico, ma anche e soprattutto sotto quello del mancato ricambio nei suoi posti di responsabilità: mancato ricambio di intelligenze, di persone, di aria.

Fatto salvo, per l’appunto, il ricambio che deriva per successione dinastica.

Tutto questo accade in un paese nel quale, “nel dibattito politico-culturale”, non si articola una proposizione di senso compiuto se prima non si fa una solenne professione di fede nei valori del liberalismo e della meritocrazia.

Ancora una volta, in questo paese, la situazione è drammatica ma non è seria, per riprendere il grande Ennio Flaiano.

Chi scrive questa professione di fede non l’ha mai fatta, specie quella “di liberalismo”, ma questo non vuol dire affatto che preferisca quella specie di grottesco e mortificante neo-feudalesimo che si è ricreato nella vita socio-economica del paese.

Gli ordini professionali spesso, troppo spesso, dietro il manto polveroso di parole come “decoro delle professioni”, “non riducibilità della prestazione professionale a merce”, sono i lucchetti che sbarrano le porte d’accesso ai ruoli dirigenziali di questa società ai figli di nessuno, i coccodrilli a guardia della cittadella del privilegio familistico, l’emblema della società immobile, chiusa.

L’astensione indetta dagli organismi di categoria degli avvocati per i prossimi giorni, indipendentemente dalla specifica, principale questione dell’abolizione dei minimi tariffari (su cui si può discutere), reca impresse su di sé le stimmate della difesa a riccio delle prerogative di una corporazione, di questa corporazione, così com’è oggi: con le sue barriere verso l’esterno ed al suo interno.

È una posizione che costituisce l’ennesimo muro alzato contro la stessa mera speranza di una società appena più aperta, più ugualitaria, sotto il minimalistico aspetto dell’uguaglianza di opportunità per tutti, più giusta di quella attuale.

Per questo non posso condividere quest’astensione.

Per questo non vi aderirò.

Fasano, 18\9\2006

Avv. Stefano Palmisano

IL SOTTOSCRITTO FRANCESCO VERGINE,

NEL PIENO POSSESSO DELLE SUE MODESTE FACOLTA' MENTALI, DICHIARA DI CONDIVIDERE LE CONSIDERAZIONI DELL'AVV. PALMISANO (CIOE' STEFANO) ESPRESSE IN QUESTA E-MAIL.

IL SOTTOSCRITTO DICHIARA INOLTRE DI ESSERE STATO TURBATO DAL TROVARSI IN LINEA COL PENSIERO DEL CITATO PALMISANO PER LA PRIMA VOLTA DAL 1987.

SI IMPEGNA TUTTAVIA A DISSENTIRE DALLE SUE PROSSIME DICHIARAZIONI SE ESSE SARANNO NUOVAMENTE PERMEATE (COME TUTTO FA SUPPORRE) DALLA SUA CELEBRE PROSOPOPEA VETERO MARXISTA ALIENA DAL CONTESTO SOCIOCULTURALE IN CUI IL RESTO DELL'UMANITA' E' COSTRETTA A GALLEGGIARE.

CONSAPEVOLE DELLE CONSEGUENZE IN SEDE CIVILE E PENALE CHE QUESTE AFFERMAZIONI POSSONO COMPORTARE, COLGO L'OCCASIONE PER SALUTARE DISTINTAMENTE: STATT BUN.

FRANCESCO VERGINE

> Caro Stefano,

> nella doverosa quanto spontanea premessa sul fatto che leggerti è sempre un piacere ed un - parziale - risarcimento alle innumerevoli ferite quotidianamente inflitte alla lingua italiana (diventa sempre più raro trovare avvocati che scrivano così bene, specialmente tra i penalisti - cui già da ora chiedo venia), entrando nel merito della tua enunciazione adeguatamente motivata dalla tua assolutamente legittima posizione, mi sento, dopo un'accurata (per quello che sono le mie possibilità)riflessione di dichiarare di non condividerla, per cui: IO Sì, ma , più che a malincuore, con immenso scetticismo.

> Scetticismo che nasce da un'assoluta sintonia, per farla breve, con le tue denunce riflessioni sui <>, sui <>, sulle <> e sul <>, ma proprio ragionando (che termine desueto!) su quest'ultimo concetto ho la più che netta impressione che il decreto Bersani non solo non risolva il problema ma, per quanto riguarda la nostra <> (anche in quato tale assai mal messa), non lo centri neanche. Una seria e profonda riforma degli ordini professionali è non solo necessaria, urgente ed anzi inderogabile ma tra le mie ben poche certezze vi è quella che nè l'abolizione dei minimi tariffari, nè i patti di quota-lite (che vergogna!), nè il divieto di contanti nè, tantomeno, il permesso di entrare in quel gran meretricio (e chiedo scusa alle puttane)che è il mercato della pubblicità, riusciranno benchè minimamente a risolvere, nè tantomeno per usare parole tue, essere <>.

> Caro Stefano, urgono altre strade, e ove possibile, altre idee.

> Con imperituro affetto,

> Mino CAVALLO

>

> Ciao Stefano,

sono perfettamente d'accordo con te. Gli scioperi vanno fatti quando sono messi in pericolo i diritti dei lavoratori, ma in questo caso, forse, ad essere in pericolo sono i privilegi di alcuni, forse proprio di quelli che stanno meglio.

Al momento non vedo altra strada che quella delle liberalizzazioni di tutti i settori ecomonico-professionali del paese. Probabilmente potrebbero esserci anche altre e diverse soluzioni, ma, innanzi tutto, è necessario procedere con la riduzione dei privilegi di chi si arricchisce sempre di più togliendo al resto della collettività.

Cercare di combattere (come hai detto tu) il "neo-feudalesimo" credo sia di di primaria e vitale importanza per il futuro della nostra società.

La società è ricca quando la ricchezza è ben distribuita, non quando si concentra nelle mani di pochi eletti e protetti.

Ti auguro una buona settimana.

Sebastiano.

Anche se non sono tuo collega, come iscritto all'Albo dei praticanti avvocati sono solidale con la tua scelta anticorporativa.

Saluti,

Leo Monopoli

leomonopoli@alice.

Astensione avvocati: IO SI

Per (una tantum capita anche a me di pensare ai miei

"inesistenti interessi") un mero, spregevole,

egoistico motivo: sposo una posizione che non

condivido, ma che è l'unica che possa garantirmi una

autotutela.

Mi spiego: tutto quello che Tu argomenti è

perfettamente sottoscrivibile.......ma, tra le tante

aberrazioni che il famigerato "decreto Bersani" è

riuscito a sortire, ve ne è una di singolare: HA

COMPATTATO I MOLTEPLICI E SVARIATI, OLTRECHE'

VARIEGATI INTERESSI DELLA CLASSE FORENSE!!!!!!

Il che, al solo pensarci, mi fa venire la pelle

d'oca!!!!!!

Il sottoscritto, tanto per metterci giustamente la

faccia (come sempre fai Tu) e non parlare in astratto

si trova in questo momento a costruire barricate, che

so, assieme allo studio ........diresTi tu: "

ottimo motivo per non trovarsi sulle medesime

posizioni!!!!!".

Probabilmente è vero anche questo, ma io guardo il

problema da un'altra posizione: NON E' FORSE QUESTA

"CAPACITA'" DEL CONTESTATISSIMO DECRETO, OSSIA QUELLA

DI SCATENARE CONTEMPORANEAMENTE DISSENSI "REAZIONARI E

PROGRESSISTI" A RENDERE OPPORTUNA UNA APRIORISTICA

CONTESTAZIONE??

E poi, caro Stefano, in osseuio alla mia sincerità, Te

la dico tutta: ho così poche udienze da presensiare in

questo periodo, che sciopero o non sciopero, la mia

assenza dalle aule di giustizia soggiace a ben altri

motivi sostanziantisi nella mancanza di lavoro.

La mia quindi, per dirla col linguaggio egli

Avvocatoni ( dei quali mi onoro di NON farne parte) è

una adesione allo sciopero formale ma non

sostanziale.........anzi, io sciopero "per causa di

forza maggiore"!!!!!!! AH AH AH AH AH AH AH AH AH

Avv. Angelo Antonio Rapanà

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Postato il 18/09/2006  


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Studio legale penalista Stefano Palmisano