Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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Stragi asimmetriche, crolli infiniti

Quando cesseranno di caderci addosso gli innumerevoli calcinacci delle due torri?

Quando si diraderà definitivamente l’inesauribile (anche perché costantemente alimentata) cortina di fumo e polvere che avvolge, ormai da cinque anni, un pezzo del pianeta, tanto minoritario oggettivamente quanto totalitario nella sua percezione, ma soprattutto nella sua autopercezione?

Quando finirà l’ottundente moviolone del crollo delle torri gemelle?

Non voglio chiedermi come mai un allievo, particolarmente tardo di comprendonio, di un corso di volo si impadronisca di un Boeing da 100 tonnellate e riesca a fargli fare evoluzioni degne di una pattuglia acrobatica, fino a farlo schiantare contro un grattacielo nel cuore di New York.

Voglio fingere di non cogliere la lieve contraddizione di un’aviazione militare che spadroneggia nei cieli del mondo, anche e soprattutto di quelli di altri paesi, da Ustica a Belgrado, dal Cermis a Baghdad, e che poi non riesce ad intercettare in un arco di oltre due ore nessuno di quattro aerei della propria consorella civile dirottati sulla testa delle più nevralgiche metropoli americane.

Voglio rimuovere la strana coincidenza per cui l’immagine del crollo di due torri, asseritamente dovuto all’impatto con le stesse di due aerei, presenti al suo interno, curiosamente, gli “squibs”, gli sbuffi di cemento tipici delle cariche esplosive che si usano nelle demolizioni controllate.

Né intendo pormi una sola delle oltre cento simili domande che l’Associazione Familiari delle Vittime dell’11 settembre ha posto pubblicamente al governo statunitense senza ricevere alcuna risposta.

Voglio sviluppare alcune brevi considerazioni partendo da un’ipotesi surreale: che quello che è accaduto l’11 settembre di cinque anni fa corrisponda realmente a quello che ci hanno raccontato, spiegato, inoculato in questi cinque anni.

Voglio credere che quello di New York e di Washington sia davvero il più devastante attacco terroristico mai portato dall’esterno allo stato americano.

Ma, se anche mai così dovesse essere, non si potrebbe non chiedere e chiedersi quale sistema metrico della vita umana, delle vite umane sia ormai stato capillarmente imposto nelle nostre società “democratiche”, se le stesse televisioni, gli stessi giornali, gli stessi “opinionisti” che sganciano in serie, ormai ogni 11 settembre, compunti e bellicosi commenti sui quasi tremila morti delle torri gemelle – “crimine contro l’umanità”, “atto di guerra contro la civiltà” -, sono gli stessi che un anno fa hanno pietosamente rimosso il sessantesimo anniversario di un altro evento (quando non hanno pelosamente giustificato l’evento stesso) non proprio benemerito nella storia dell’umanità, tenendo conto che è costato qualche centinaio di migliaia di morti subito (a tacere di quelli successivi), come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Se sono gli stessi che, meno di un anno fa, hanno oscurato un altro (tra gli innumeri) olocausto, assai più vicino a noi nel tempo, di un popolo lontano, quale quello degli uomini, delle donne e dei bambini di Falluja, fatti bersaglio del fosforo bianco e di ogni altro pestifero strumento di morte su scala industriale.

Eventi nei quali non era “la grande nazione americana” a vestire propriamente i panni dell’aggredito in casa propria, ma erano i suoi governanti a rivestire quelli, che storicamente si confanno loro assai di più, di sterminatori di altri popoli; almeno di quelli, per le ragioni più varie, refrattari al suo dominio imperiale su scala planetaria.

E di ecatombi analoghe, più o meno vicine nel tempo, la storia del democratico occidente, in particolare quella del sedicente faro mondiale della democrazia e della libertà, è zeppa; a livello fondativo, a partire dal genocidio primigenio dei nativi.

Ciononostante, almeno da cinque anni, gli stermini gettonati nella “informazione” e nella cultura (dalla letteratura al cinema al teatro), insomma nell’immaginario collettivo di questo minoritario pezzo di mondo che sta a cavallo della parte settentrionale dell’Oceano Atlantico, sono solo quelli nei quali una parte di abitanti di questa porzione di mondo ha avuto la parte di vittime; in particolare, la shoà, il tremendo genocidio degli ebrei (per mano, peraltro, di massacratori di purissimo conio occidentale), e, per l’appunto, di tutt’altro segno e scala, la strage dell’11 settembre.

Questi orribili crimini hanno avuto conseguenze immediate, in chiave di politica internazionale: il primo è stato la causa determinante della creazione di uno stato illegittimo nei suoi fondamenti - perché istituito, senza alcuna seria ragione storica, sulla terra e sulla pelle di un popolo, quello palestinese, che non aveva alcuna responsabilità di quel crimine – oltrechè governato per sessant’anni in maniera più o meno criminale nei confronti di quell’altro popolo; l’orrendo crimine delle due torri, invece, è stato posto a base di atti “di risposta” ancora più criminali, come solo possono essere due guerre di aggressione (fino ad oggi) perpetrate scientificamente da uno stato incommensurabilmente più forte nei confronti di due stati e soprattutto di due popoli, quello afgano e quello iracheno, tanto innocui quanto innocenti rispetto all’accusa ufficiale.

Entrambi questi, pur tra loro diversissimi, stermini presentano, tuttavia, ai giorni nostri e nelle società nostre, un’ulteriore serie di effetti, o meglio, è l’uso e l’abuso mediatico degli stessi che dispiega questi effetti: le apposite giornate della memoria (per come progressivamente evolute nella loro gestione materiale, se non proprio per come inizialmente ideate), le ricorrenti, martellanti commemorazioni, la debordante produzione artistica sull’uno o sull’altro degli eventi producono, in maniera non è dato sapere fino a che punto involontaria, verso l’esterno una fatale percezione dei popoli medio-orientali, arabi in specie, quantomeno come sospetti (non c’è giornata della memoria, ormai, che non si risolva nel vibrante allarme finale sul presunto rinascente antisemitismo e, dunque, sul preteso “accerchiamento” e sui “rischi per la sopravvivenza” di Israele; come se i lager li avessero creati i Palestinesi); verso l’interno, ossia nelle nostre società, l’imponente apparato mediatico che seleziona e seziona chirurgicamente genocidi, stragi e morti, tra quelli che meritano i primi piani e quelli che, invece, sono destinati a rimanere sullo, sfuocatissimo, sfondo, suscita la commozione mirata, l’indignazione selettiva, la conoscenza distorta, la coscienza irreggimentata.

È un vero e proprio ricatto delle “vittime che contano”, non certo nel senso che ne siano artefici le povere vittime, che come tutte le vittime innocenti meriterebbero anzitutto un sincero dolore ed un pietoso rispetto, ma nel senso che le stesse vengono gettate nel tritacarne mediatico non certo per onorarle e per conoscere seriamente le cause e gli autori delle terribili morti, ma per tutt’altri, inconfessabili fini.

Sono “vittime che contano” perché sono come noi: bianchi, occidentali, normali.

È un ricatto perché toglie a tutti noi la libertà di pensiero, la memoria, la dignità civile, l’aria.

Così nessuno più ricorda che oltre all’11 settembre 2001, quello “ufficiale”, c’è un altro 11 settembre: quello del 1973, in cui “la grande nazione americana” non fece la parte della vittima, bensì furono i suoi governanti a fare, ancora una volta, la parte dei carnefici; la vittima fu la stragrande maggioranza del popolo cileno ed il suo presidente democraticamente eletto, Salvador Allende.

Così nessuno più ricorda che la guerra di aggressione all’Afghanistan è stata mossa senza che si sia mostrato al mondo da parte dei suoi autori uno straccio di prova sulle reali responsabilità dello stato afgano (del popolo non è neppure il caso di parlarne) nella strage delle due torri.

Ed oggi un governo di centrosinistra decide di lasciare i militari italiani a combattere quella guerra al fianco di chi l’ha perpetrata.

Bisognerebbe provare a rompere questo circuito infernale di distorsione della verità, di estorsione del consenso, di manipolazione delle coscienze.

Ma non lo farà nessuno.

L’agenda delle priorità ce l’hanno saldamente in mano lorsignori e non si vede in giro alcuno che voglia realmente provare a strappargliela di mano.

Se fosse per i fassini e per i bertinotti, lorsignori non avrebbero neppure necessità di munirsi di un’agenda per dettare le priorità politico-culturali; gli basterebbe un block-notes.

Ci vorrebbe qualche intellettuale, di quelli che una volta servivano a disvelare gli inganni del potere, a denudare il re.

Oggi, quei pochi che non sarebbero disposti a disegnare, dietro lauto compenso, per il re le mutande più inverosimili, per foggia e dimensioni, pur di coprirne le vergogne, sono confinati o autoconfinati nelle terre senza mass media.

Ci aspettano ancora molte celebrazioni dell’11 settembre.

Fasano, 13\9\2006

Stefano Palmisano

Lasciate almeno l’ignoranza, che è molto meglio della vostra idea di conoscenza, che quasi fatalmente chi ama troppo l’informazione oltre a non sapere niente è anche più coglione. [.…] C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria. ” (Giorgio Gaber)

La sinistra italiana che conosciamo è morta. [….] Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno”, (Luigi Pintor)

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Postato il 13/09/2006  


Il silenzio dei vivi

Forse il popolo israeliano, come il popolo tedesco del dopoguerra, farebbe bene ad iniziare a cercarsi il suo Ernst Nolte, i suoi storici revisionisti e giustificazionisti, i suoi difensori davanti al Tribunale della Storia; coloro, insomma, che, quando verranno aperti i cancelli di Ramallah, di Betlemme, di Gaza e ne deborderà un orrore molto simile a quello annichilente che straripò da Auschwitz, da Bergen Belsen, da Mauthausen, dovranno rassicurare, confortare, difendere ed assolvere quelli che, a pochi chilometri di distanza dai nuovi campi di concentramento e di sterminio di un popolo, "vivevano tranquilli nelle loro tiepide case", e che quando perdevano la loro tranquillità, tra una commemorazione e l'altra della shoa, lo facevano solo per maledire "i terroristi", i ragazzini e le ragazzine che si facevano saltare in aria pur di restituire "un pò del suo disordine, del suo terrore" allo stato che nel disordine e nel terrore li aveva costretti a nascere ed a crescere.

Forse il popolo che vota un massacratore di bambini e di vecchi di un campo profughi, che ha promesso di risolvere i problemi di sicurezza dello stato d'israele cancellando Oslo e la questione palestinese, non vota quel massacratore "nonostante" il suo passato, lo vota "per" il suo passato.

Forse, se da noi il 25 aprile di qualche decennio fa non fosse successo

niente, e il popolo dello stato di Germania invasore, a grande maggioranza, avesse eletto il maggiore Kappler come cancelliere mentre proseguiva ancora l'invasione, noi non avremmo avuto una grande ammirazione ed un grande affetto per il popolo tedesco.

Forse se, dopo eletto, Kappler avesse fatto tante altre Fosse Ardeatine, magari solo un pò più piccole, nel silenzio quasi totale e certamente tombale del popolo tedesco, noi avremmo pensato il popolo tedesco consenziente con Kappler sulle tante Fosse Ardeatine; e, quindi, suo complice, se non proprio suo mandante.

Forse anche il popolo tedesco, i suoi giornali, i suoi "intellettuali", i

suoi governanti dissero che tutta la responsabilità, tutta la colpa delle

Fosse Ardeatine era di Carla Capponi e dei suoi compagni dei GAP romani che fecero saltare in aria una pattuglia di truppe d'occupazione. E Carla Capponi ed i suoi compagni erano meno disperati di una ragazzina di 16 anni di Gaza, perchè loro per fare un'azione di guerra contro l'invasore della loro terra non avevano necessità di far saltare in aria loro stessi.

Forse se un popolo gode, nel senso più materiale, dell'usurpazione, della rapina della terra, fatta dai propri governanti e dalle proprie armate, sulla carne di un altro popolo e poi se ne va in giro col mitra a tracolla per difendere il frutto di quella rapina, forse il primo popolo non è proprio vittima come il secondo.

Forse se un popolo sfrutta ad arte il "senso di colpa", da omesso

impedimento di genocidio, che tutto il mondo "civile" nutre verso di lui per perpetrare un altro genocidio contro un popolo che col primo genocidio non c'entra niente, forse quel primo popolo non merita molto rispetto.

Forse verso il popolo palestinese nessuno proverà mai alcun senso di colpa, perchè esso non possiede banche, non ha una tradizione plurisecolare di commercio, non ha lobbies sparse in tutto il mondo. E forse sarà meglio così, perchè così al popolo palestinese nessuno regalerà mai la terra di un altro popolo ed il popolo palestinese non diventerà, da oppresso, oppressore ed usurpatore di quell'altro popolo.

Forse quando immaginiamo, parliamo del "conflitto israelo - palestinese", più che far riferimento ad immagini di tecniche militari, più che parlare di "parti in guerra", di "contendenti", ed altre categorie nobilmente equidistanti di tal fatta, dovremmo semplicemente ricordare un apologo del testo sacro del popolo ebraico: quello di Davide e Golia. Con l'aggravante per il popolo palestinese che esso le fionde ha già provato ad usarle contro

l'esercito israeliano, ma questo è terribilmente più corazzato e feroce del gigante Golia; e per questo il Davide palestinese è stato costretto ad imbracciare il mitra. Ma la lotta resta lo stesso schifosamente,

vigliaccamente, sanguinariamente impari.

Forse dovremmo tragicamente rivedere un'antica certezza nobilmente

costitutiva della sinistra e del movimento operaio; quella per la quale i

colpevoli sono sempre i governi e mai i popoli.

Forse dovremmo sottrarci all'immondo ricatto per cui chiunque osi criticare lo stato di israele, il suo governo ma anche il suo popolo, diventa automaticamente un persecutore della "razza ebraica", dunque, un cripto-nazista.

Forse dovremmo smettere di dire forse; di blaterare che "la ragione non sta mai da una parte sola"; di rimanere afasici e subalterni di fronte a quelli che esprimono il loro "sdegno" e la loro "commozione" solo e sempre quando salta in aria un ragazzo bianco, ricco e che va in discoteca, cittadino di uno stato occidentale ed invasore, e mai quando vengono crivellati di colpi di carro armato e di mitragliatore decine di bambini scuri di carnagione, poveri (perchè derubati) e che vivono in un campo profughi, cittadini di un popolo di una terra invasa e di uno stato negato; di assentire davanti a quelli che esprimono "preoccupazione" per l'assedio ad Arafat, manco fosse una malattia; di dialogare con quelli che, da sindaci di Roma, vanno con lo

zucchetto ai funerali dei volontari internazionali dell'esercito di

occupazione; di cercare intese con quelli che sono "buoni" sempre e solo con i forti, con i carnefici, con gli ex avversari e mai con gli oppressi, con le vittime.

Certo dobbiamo fare qualcosa, quel poco che è nelle nostre possibilità;

facciamo manifestazioni; chiediamo agli enti locali di inviare proteste alle rappresentanze diplomatiche israeliane; chiediamo al parlamento italiano di inviare una delegazione in Palestina; boicottiamo i prodotti, le aziende, tutto quello che viene dallo stato massacratore di israele; organizziamo viaggi di scudi umani lì; adottiamo il Popolo Palestinese, non solo i bambini, anche gli adulti, i prigionieri, quelli che vengono torturati nelle caserme, che vengono uccisi con un colpo alla testa, che spariscono nel nulla.

Forse è poco, forse non salverà il martoriato Popolo Palestinese, forse non ci salverà neppure la coscienza; ma almeno servirà a provare a limitare i danni per qualche sventurato di quel popolo; e per la nostra coscienza.

Certo sarà meglio di niente, sarà meglio del silenzio; e quando un popolo muore sterminato non c'è niente di peggio del silenzio, del "silenzio dei vivi".

Fasano, aprile 2002

Stefano Palmisano

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Postato il 25/08/2006  


Comizio elettorale dell'avv. Stefano Palmisano per Rifondazione Comunista per le elezioni provinciali 2004

Cari compagni, care compagne. Cari cittadini, care cittadine, sentivo l’altro giorno per televisione una notizia curiosa: ad un torneo di golf femminile è stata organizzata una colletta per la ricerca sul cancro. E’ una di quelle notizie che a prima vista e a primo ascolto possono anche destare simpatia, sentimenti Deamicisiani.

Se uno si ferma a riflettere soltanto trenta secondi coglie che c’è qualcosa che non va. Intuisce che la decenza di uno Stato che affida ai tornei di golf la ricerca sul cancro, la raccolta dei fondi per la ricerca sul cancro, è una decenza che non gode –verrebbe da dire per rimanere in tema- grande salute.

Che cosa accadrebbe mai alla ricerca sul cancro se non si organizzassero più tornei di golf femminile in questo Paese? Che cosa accadrebbe mai alla ricerca sulle malattie genetiche se il giorno di Telethon ci fosse un altro black-out in tutta Italia come quello del settembre scorso?

Forse non si farebbe più ricerca. Con buona pace di chi il cancro ce l’ha addosso.

Cosa c’entri tutto questo con queste elezioni immagino che sia un dato immediatamente percepibile e percepito da chiunque: noi crediamo che uno Stato che gestisce, che è garante, che è rappresentante di una società che produce cancro si debba fare cura della ricerca sul cancro.

Noi crediamo che uno Stato che spesso e volentieri da queste parti ha portato esso stesso, in prima persona, cancro, debba portare anche la cura del cancro.

Chi vi parla si occupa per ragioni professionali del petrolchimico di Brindisi. Quello è uno stabilimento di Stato, quello nasce come uno stabilimento di Stato. Quanto cancro ha portato a Brindisi quello stabilimento? Perché mai lo Stato che ha portato nel meridione in prima persona il cancro deve delegare la ricerca e la cura del cancro ai giovani, alle persone, alle associazioni che giocano a golf piuttosto che a football americano?

E’ una elementare questione di decenza dello Stato.

Guardate, compagni e cittadini: sulla partita della sanità si può capire di che pasta sono fatte le persone che ambiscono a rappresentare la collettività in una istituzione. Sulla partita della sanità, sulla cultura della sanità, si capisce di che cultura sono portatori quelli che vogliono governare una comunità.

Abbiamo almeno tre culture sulla sanità. La prima è quella tristemente nota e tragicamente praticata dal governo delle destre che crede, che fa sì che la salute sia una merce come le altre, una merce che si vende e si compra al mercato come qualsiasi altra merce. Le bancarelle spesso e volentieri però sono gestite da soggetti molto meno dignitosi dei venditori ambulanti, perché sono baroni che lucrano sulla sofferenza delle persone ingenti capitali.

La seconda cultura è quella di chi crede e di chi dice che la gestione della sanità debba essere ispirata a principi di carità. E’ stato detto in questa piazza, addirittura da parte di chi sosteneva le ragioni dell’ospedale di Fasano, e diceva che l’ospedale non si deve chiudere perché “non è caritatevole”.

Noi abbiamo un’altra cultura della sanità, e si sintetizza in questa formulazione semplice e immediata: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Questo è l’articolo 32 della nostra Costituzione repubblicana.

Questa è la nostra carta d’identità sulla salute, sulla politica della sanità. Noi crediamo che ogni persona abbia dei diritti inalienabili, ma crediamo soprattutto che ogni persona malata abbia dei diritti inalienabili. A questi diritti non possono non corrispondere obblighi. A diritti dei cittadini devono corrispondere obblighi degli amministratori. Obblighi e servizi.

Se questi obblighi non vengono adempiuti, se questi servizi non vengono forniti, deve scattare un’azione individuale e collettiva da parte dei cittadini. Deve scattare una forma di responsabilità da parte degli amministratori che quei cittadini hanno maltrattato. Altro che carità!

Noi vogliamo cittadini e cittadine in piedi e a testa alta a rivendicare diritti anche e soprattutto quando sono malati. Non vogliamo questuanti pezzenti che chiedono la carità anche e soprattutto quando sono malati!

C’entra tutto questo con queste elezioni, compagne e compagni, c’entra moltissimo. Perché la Provincia ha grandi poteri in materia di sanità. Indirettamente, ma li ha, perché ce li ha in materia di ambiente. E se si realizza un ambiente più sano, un ambiente meno inquinato, un ambiente meno cancerogeno, si realizza un miglioramento delle condizioni sanitarie di vita di una collettività.

Ma c’entra anche per un’altra ragione: perché –ve l’ha detto lui, ve l’ha detto il “Cavalier Banana”, una volta tanto prendetelo sul serio- ha detto che queste elezioni devono essere considerate un plebiscito sulla sua persona, e quindi anche un plebiscito sulla sua politica. Prendetelo sul serio perché non è soltanto la macchietta sgrammaticata che spesso e volentieri ci viene proposta in televisione il nostro Presidente del Consiglio -con sommo sprezzo del ridicolo. E’ anche colui che nella Finanziaria del 2004 ha stanziato 19.670 euro di spese militari.

Quanti ospedali si possono costruire con 19.670 euro? Quanta cura a domicilio si può garantire con quei soldi? Quanta sofferenza si può lenire?

Conosciamo già le obiezioni che verrebbero a questa affermazione. Le obiezioni di quelli che conoscono cos’è la politica, di quelli che ci direbbero che tutta questa è utopia.

A parte il fatto che un grande uomo, mio amico -un prete che veniva spesso a Fasano, fino a quando è morto nel ’94- diceva che senza l’utopia probabilmente oggi gli uomini starebbero ancora a trasportare pietre per costruire le piramidi. Quindi probabilmente nella storia un minimo di utilità l’utopia l’ha pure avuta. Ma il punto non è tanto questo.

A chi dice che questi sono ragionamenti utopici io dico che prendo atto con molto rispetto -soprattutto nei confronti di chi conosce cos’è la politica- prendo atto di queste obiezioni, però a me interesserebbe sapere innanzi tutto cosa pensa di queste argomentazioni chi conosce la sofferenza, chi sa che cos’è quella coda vergognosa che uno splendido manifesto di Rifondazione Comunista di due mesi fa ha immortalato davanti all’ospedale oncologico di Bari. A me interesserebbe sapere cosa pensa quella gente dell’aumento dell’1,5% delle spese militari nella Finanziaria del 2004.

C’entra tutto questo con le elezioni, cari compagni e care compagne. C’entra, perché questi sono i principi a cui si ispira il programma elettorale di Rifondazione Comunista. C’entra, perché questi sono i principi a cui si è ispirato l’operato di Rifondazione Comunista, in Italia come a Fasano, negli ultimi due anni. Nella società i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista, in Consiglio comunale il compagno Giorgio Cofano.

E per piacere, non ci vengano più a dire degli sprovveduti -veri o falsi che siano- che non ci votano, che non votano questa lista, che non votano questi candidati perché credono-perché temono-perché sospettano che siamo, che siano tutti uguali, no.

Dopo due anni dal momento in cui Rifondazione Comunista a Fasano è entrata in Consiglio comunale questa menzogna non è più tollerabile!

Ci dicano che non condividono le battaglie che ha fatto Rifondazione Comunista in questi due anni. Ci dicano che non condividono la battaglia per la legalità e contro la criminalità, contro le criminalità, ci dicano che non condividono la battaglia contro la lottizzazione selvaggia, contro le speculazioni edilizie, per un ambiente minimamente meno mercificato, meno privatizzato. Ci dicano che non condividono la battaglia eroica che il compagno Giorgio Cofano ha condotto in difesa dell’ospedale di Fasano, in questo paese.

Ci dicano questo, ma non ci dicano più che siamo tutti uguali!

Questi siamo noi. Questi a Fasano sono i comunisti e le comuniste.

Poi ci sono gli altri. Li vedete sui manifesti. Basta che usciate da questa piazza e troverete caterve di carta che insudiciano questo paese fin nei suoi più reconditi meandri. Quelli che sui manifesti scrivono: “Un solo interesse: Fasano”.

Questo territorio, Fasano. Iniziate a chiedervi quale idea possa avere dell’interesse di Fasano chi la sporca con manifesti che ci stanno entrando nelle orecchie da tutte le parti. Ma soprattutto fatevi una domanda: se questo Sindaco, se questa Giunta avessero avuto minimamente a cuore gli interessi di Fasano, credete veramente che avrebbero permesso a quel bellimbusto venuto da Bari due anni fa di occupare militarmente questa società, questa collettività, questa piazza e di prenderla ferocemente in giro? Voi credete che un Sindaco, che una Giunta, che degli assessori che avessero minimamente a cuore gli interessi di questa città avrebbero permesso questo scempio di decenza di questa città?

No. Probabilmente non ci credete neanche voi.

Io mi accingo a chiudere, compagne e compagni, con una “chicca”, diciamo, di costume e fotografica, per rimanere in tema di manifesti.

Ho notato -l’avrete notato tutti- che qualcuno, un candidato, ha pensato di fare immortalare la sua effigie vicino a quella di un presunto leader della prima Repubblica (della presunta prima Repubblica), che non si era propriamente connotato per una moralità specchiata. Che non aveva fatto propriamente della limpidezza morale e politica il suo principale cavallo di battaglia -mettiamola così, eufemisticamente.

Ognuno si fa immortalare vicino ai referenti politici e culturali nei quali si riconosce, il problema non è questo.

Una puntualizzazione doverosa ritengo di fare. Chi vi parla non ha mai avuto un rapporto fideistico con la storia del movimento operaio, con la storia del Partito Comunista, e in particolare con la storia dei gruppi dirigenti del Partito Comunista. Questo non toglie che se c’è qualcuno, in questa campagna elettorale, che ritiene di dover rendere omaggio a chi ha tagliato la scala mobile nell’84, a chi è morto latitante ad Hammamet, a chi è stato il protettore di Berlusconi, chi vi parla -e credo anche i compagni e le compagne del circolo di Rifondazione Comunista di Fasano- ritengono di dover rendere omaggio a chi ha portato la sua solidarietà ai cancelli della FIAT nell’80, agli operai in lotta. A chi ha parlato di questione morale per primo. A chi ha parlato di diversità comunista.

Se c’è chi ritiene di dover rendere omaggio a Fasano a Bettino Craxi, io ritengo di dover rendere onore alla memoria del compagno Enrico Berlinguer, di cui dopodomani ricorre il XX anniversario della morte. L’uomo della Questione morale, l’uomo della Diversità comunista. L’uomo che è morto su un palco di comizio nell’84 a Padova dopo aver parlato con gli operai di un’azienda in lotta, la Galileo. Questi sono i comunisti! Quelli sono gli altri!

Questi siamo noi! Quelli sono loro!

Questi sono i nostri candidati, quelli sono i loro candidati!

Basatevi anche e soprattutto su queste immagini, su questa comparazione, quando andrete a decidere chi portare a Brindisi, in chi riporre la vostra speranza elettorale, la speranza di una comunità diversa, di una difesa diversa della vostra comunità!

Io chiudo, compagni. Chiudo nel dirvi, però che non è per tutte queste –pur probabilmente valide- ragioni che io vi chiedo di votare Rifondazione Comunista. Non principalmente per queste.

Io vi chiedo di votare Rifondazione Comunista per un’altra questione, per un altro principio, per un'altra discriminante politica, programmatica, culturale, ormai antropologica: la discriminante fra la guerra e la pace.

Per fare questo voglio citare per esteso le parole di un grande giornalista, di un grande uomo, un combattente per la libertà e la giustizia sociale. Di un comunista. Si chiamava Luigi Pintor.

Il 24 aprile del 2003, nel suo ultimo articolo di fondo apparso sul Manifesto, in quello che sarebbe diventato il suo testamento politico e umano, scriveva questo: «Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione fra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità, ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne, farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile».

Io, cari compagni e care compagne, credo certamente che non basti un voto per creare una pratica di vita di pace. Però credo che non sia possibile creare una pratica politica di pace e contro la guerra se si vota chi in qualunque modo, in qualunque occasione, in qualunque tempo, ha avuto un cedimento di tolleranza o di compromissione nei confronti di una cultura e di una pratica di guerra. Rifondazione Comunista da quando è nata nel 1991 ha sempre limpidamente, coerentemente, coraggiosamente praticato una cultura e una politica contro la guerra. Una cultura e una politica di pace.

E’ per questa ragione che io vi chiedo di votare Comunista. E’ per questa ragione che io vi chiedo di votare Rifondazione

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Postato il 25/08/2006  


Il ricatto della shoà

Libano, un problema di coscienza

Noi antirazzisti rifiutiamo il ricatto dell'antisemitismo

di Angelo d'Orsi

Questo è un giornale di sinistra. Chi scrive si considera di sinistra, e si impegna culturalmente, da decenni, in battaglie per quelli che sono ancora da considerare ideali di sinistra: pace, giustizia sociale, eguaglianza delle possibilità fra le persone, libertà del singolo temperata dalle esigenze di solidarietà e di legalità…

Chi scrive ha, come tanti suoi sodali della Repubblica delle Lettere, Scienze ed Arti, dedicato sforzi a combattere, con le capacità e i mezzi di cui dispone, le disuguaglianze, specialmente nelle loro forme ideologiche, volte cioè a sancirle, nelle loro diverse, mutevoli e insieme eterne forme: a cominciare dall'idea che ci siano singoli individui o intere classi che avrebbero diritto a un benessere da cui grandi fette di umanità sono escluse, fino - last, but not least - alla più odiosa teoria della disuguaglianza, quella che discrimina e classifica i popoli su base razziale.

Il razzismo, insomma.

Esso si basa sul preteso principio dell'equipollenza tra la specie umana e specie animali, affermando l'esistenza ab aeterno di "razze" (che come è stato dimostrato da tempo non esistono), e di "naturali" gerarchie tra i popoli.

L'umana vicenda pullula di teorie che pretendono di giustificare le disuguaglianze sociali, economiche, culturali, giuridiche, civili… Teorie che trovano una puntuale applicazione pratica nella vita reale: il ricco che dice di essere tale per merito, mentre ostenta la sua ennesima villa al mare; il leghista che attribuisce un deficit intellettivo a meridionali o arabi; il potente che si stupisce se, per un accidente del destino, finisce - per breve tempo, di solito - in una prigione, e ne scopre le nefandezze…; ma, in termini storicamente più significativi, le tante istituzioni o legislazioni nate da teorie della disuguaglianza. Che sono teorie dell'ingiustizia, della sopraffazione, e, in sostanza, dell'assoluta irragionevolezza.


Delle tante forme di razzismo, la più perniciosa, per gli effetti che ha partorito, è senza dubbio l'antisemitismo, in particolare il moderno antisemitismo politico, quello partorito da teste come Gobineau (indimenticato autore del Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane, negli anni Cinquanta del XIX secolo) a Gumplowicz, da Chamberlain a Drumont e compagnia cantando. Quell'antisemitismo porta direttamente a Hitler, e al suo ispiratore politico e poi goffo seguace Mussolini; porta al campo di sterminio: Auschwitz, insieme con Hiroshima, è il nome stesso della "modernità" del Novecento. Tragica e perfetta macchina di sterminio, meccanismo totalizzante che ingloba vittime e carnefici (Primo Levi dirà che quel che non poteva perdonare ai nazisti era di "averci resi simili a loro", nell'inferno concentrazionario), perfetta industria della morte, di cui mai la Storia aveva visto l'eguale.


Non avremo mai sufficienti parole per esecrare quell’orrore.

Ed è bene che ogni sforzo sia compiuto per ricordare a chi tende a dimenticare, e, scomparendo gli ultimi testimoni, per ricostruire storicamente, con la maggiore accuratezza possibile, la verità del tentativo di annientare un popolo, ma anche tutti coloro che, per dirla con Zygmunt Bauman, non rientravano nella logica del giardiniere Hitler: comunisti, zingari, omosessuali, testimoni di Geova… La scomparsa, appena avvenuta, di Pierre Vidal-Naquet, grande studioso, vigoroso avversario dei “negazionisti”, deve indurci a essere ancora più fermi nel mantenere le postazioni, quasi vigili sentinelle della verità della Storia.


Essere di sinistra, e sentirsi personalmente, anche affettivamente, vicino alla tragedia del popolo ebraico, e di tutti coloro che ne hanno condiviso le conseguenze, significa forse appoggiare la politica israeliana?

Di più: significa accettare gli orientamenti politici delle Comunità israelitiche?

Si guardi a quella italiana: non fu il capo rabbino di Roma ad accompagnare, e a preparare, la famosa visita di Fini in Israele? In pieno berlusconismo, mentre lo stesso Fini, che poco prima aveva dichiarato Mussolini “il più grande statista del secolo”, che si era espresso contro la possibilità per un omosessuale di essere docente a scuola, firmava l’odiosa legge anti-immigrazione insieme a Umberto Bossi…: un esempio di razzismo e di discriminazione clamoroso.

La medesima Comunità israelitica, sempre più prona alle scelte politiche dei governanti israeliani, in una pericolosa confusione di ruoli, per bocca delle sue autorità, non si è forse pronunciata in occasione della trattativa per la costituzione del governo Prodi, contro uno dei più significativi intellettuali italiani degli ultimi decenni, Alberto Asor Rosa, già oggetto di anatema, da parte dell’intero ebraismo italiano (per aver duramente attaccato la politica israeliana nel suo bel libro Sulla guerra)? Un’organizzazione religiosa, rappresentativa di meno di quarantamila persone, poneva un veto alla designazione a ministro di un individuo: a proposito di laicità dello Stato!

Davanti a fatti come questo, un silenzio preoccupante ha lasciato libero campo all’integralismo israelitico, sempre più legato all’oltranzismo politico israeliano, quello che si sta rivelando nella sua cecità strategica e nella sua ferocia morale, nella campagna del Libano in corso.

E non dovrebbero inquietarsi almeno un po’, gli ebrei democratici e di sinistra, a Tel Aviv come a Roma, della solidarietà ingombrante che la destra, tranne qualche frangia folclorica, tributa alle poderose armate d’Israele?

Si osserva, al contrario, da parte di sostenitori delle ragioni di Israele, che il fatto che scrittori come David Grossman, Amos Oz, Abraham Yehoshua, o la cantante Noa, di solito colombe nel panorama del loro paese, questa volta pur con accenti diversi abbiano accettato questa guerra, dimostrerebbe la sua natura “giusta”. Poi sono cominciati a moltiplicarsi gli “errori” - Cana, è solo uno dei più emblematici e sanguinosi - e qualcuno, come Grossman, per esempio, ha accennato a uno smarcamento.

E da noi? Non pochi intellettuali democratici, ma anche politici del Centrosinistra, hanno mostrato attenzione soprattutto per il diritto all’autodifesa di Israele, in una troppo equanime spartizione dei torti: insomma, il “feroce volto della guerra” a mezzadria tra Hezbollah e Talallah (l’esercito israeliano), evocato da Gianni Riotta, che tuttavia rischia di dimenticare il terzo attore, la vittima sacrificale, il popolo libanese.

E che dire della cinica ironia dispensata dal Foglio di Giuliano Ferrara ieri l’altro? Una disgustosa requisitoria scagliata contro gli imbelli pacifisti che avessero osato piangere di fronte alla strage di bambini di Cana, «è una vita che siete buoni e che piangete, che c’avete la commozione incorporata e la lacrima in servizio permanente lacerante - un’idea originale, si diceva, non potevate trovarla? Almeno su Cana? Un modo per sorridere del dolore sui bambini che pure vi travolge e vi ha impedito il bagno allo stabilimento, o la cotoletta panata con gli amici?». E via di seguito fino al finale beffardo: «Non potevate fingervi ebrei per una volta nella vita, come avrebbe detto Kennedy, e scherzare che quel missile sulla casupola di Cana era figlio, che ne so?, della Mira del pianto?».

Ci sono poi i soliti Bettiza o Magdi Allam (a cui, in questa come in tutte le ultime guerre infinite, spetta la palma del peggiore, un osceno seminatore di odio), per citare solo due nomi, che ingigantiscono le minacce che gravano su Israele, costruiscono foschi scenari geopolitici, per arrivare ancora una volta a giustificare l’ingiustificabile.

A loro, però, non è nemmeno più necessario menzionare l’Olocausto; siamo noi, noi intellettuali di sinistra, che siamo soggetti a questa continua sollecitazione, che non si può che chiamare il ricatto della Shoah.

Forse la guerra feroce in corso in quella terra gentile che è il Libano, paese a maggioranza cristiana, paese di “semiti”, costituisce il punto di non ritorno, detonatore possibile di una gigantesca deflagrazione che rischia di travolgerci tutti.

Punto di non ritorno anche per le nostre coscienze: perciò è tempo di gridare sui tetti ciò che tanti di noi - popolo di sinistra, antifascisti, antirazzisti e egualitari - mormoriamo da tempo all’orecchio: basta con il ricatto dell’Olocausto.

Non si può, per riparare a una tragedia irredimibile, consumata nella Seconda Guerra mondiale, dar vita a un’altra tragedia senza fine. Oggi, è chiaro, non è pensabile uno Stato di Palestina, dove vivano in pace arabi, palestinesi, ebrei, cristiani; ma è pensabile e perseguibile uno Stato dei Palestinesi, a cui gli israeliani, fattisi ragionevoli, restituiscano ciò che con la violenza hanno tolto nel corso dei decenni, pezzo dopo pezzo.

Ed è pensabile e necessario che il mondo democratico dica che il terrorismo è anche, e forse prima di tutto, quello israeliano, e statunitense.

E che si può, e oggi, davanti alle braccia irrigidite dei bambini di Cana, si deve, essere antirazzisti e antifascisti, senza cadere nella trappola dell’anatema dell’antisemitismo.

(da Liberazione del 4\8\2006)









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Postato il 23/08/2006  


Immacolati e indistruttibili

“Amianto” viene dal greco e vuol dire incorruttibile, che non si può macchiare, immacolato; proprietà che, evidentemente, continua ad essere tanto comune ai padroni di questo minerale ed alla loro fedina penale quanto aliena ai lavoratori che lo utilizzavano e vi erano esposti ed al loro apparato respiratorio.

“Asbesto” è l’altro nome, scientifico, dell’amianto: vuol dire indistruttibile, inestinguibile; proprio come le teorie sedicenti scientifiche propalate sul conto di questo micidiale materiale un tanto (ma proprio tanto) al chilo da appositi “scienziati” che quella immacolatezza dei loro committenti e del loro certificato penale sono lautamente pagati per preservare. Costi quel che costi.

Teorie, illustrate in dibattimento in risposta a stimolanti domande di altrettanto prestigiosi principi del foro, come quella per la quale la scoperta della cancerogenicità dell’amianto risalirebbe agli anni 80 e, quindi, per tutto quello che è accaduto, ossia per tutto quello che l’asbesto ha provocato, prima di quell’epoca non se ne potrebbe fare una colpa agli ignari imprenditori.

Narrazioni spacciate in aula d’udienza, pur in plateale contrasto con le acquisizioni più consolidate nella gran parte della comunità scientifica, di quella che non è, direttamente o indirettamente, parte nelle varie cause in questa materia e che asserisce e dimostra che la consapevolezza del rapporto causale tra amianto e cancro è almeno dei primissimi anni ’60 e che la certezza della nocività in generale dell’amianto è addirittura dei primi del ‘900.

Principi affermati impunemente in un processo penale avente a base delle morti, pur in documentata contraddizione con altre, opposte tesi sostenute sulla stessa specifica questione dagli stessi “scienziati” qualche anno prima; quando ancora non era scattata nei confronti di costoro quella molla, ineguagliabile per potenza, di pletore di conversioni scientifiche, filosofiche e politiche che è costituita da un ricco onorario “professionale”.

Invenzioni cui viene ancora dato credito da giudici che, evidentemente, credono ancora alla favola della neutralità della scienza e dell’affidabilità, comunque, degli scienziati e sulla base di questo fiabesco presupposto sentenziano che “il fatto non costituisce reato”.

Propalazioni che vengono poste a base di correnti dottrinali e giurisprudenziali, sempre più diffuse, che mirano coscientemente o portano incoscientemente alla sostanziale abrogazione del cosiddetto “diritto penale del lavoro”, quella peculiarissima branca del diritto penale, ispirata alle norme della nostra Carta in materia di diritti del lavoro, che ha come suo statuto fondativo la specifica difesa del lavoro e dei lavoratori; disciplina, dunque, tanto più preziosa a fronte del grosso del diritto penale che, invece, non si è propriamente connotato nei secoli della sua storia in tal senso, per usare un eufemismo.

Questo è quanto è accaduto qualche giorno fa innanzi al Tribunale di Brindisi, dove un gruppo di ex dirigenti dello stabilimento petrolchimico di questa città e delle società che lo hanno gestito in passato sono stati assolti dall’accusa di aver colposamente ucciso due lavoratori della stessa struttura esponendoli all’amianto durante l’espletamento delle mansioni lavorative di costoro, in assenza di qualsiasi serio strumento, generale ed individuale, di protezione; assoluzione, per l’appunto, perché il fatto non costituisce reato.

Medicina democratica, che è stata presente in questo processo penale già dall’udienza preliminare come parte civile e che ha significativamente contribuito, con i suoi consulenti tecnici volontari, il cui lavoro, cioè, è stato completamente gratuito (ed anche questo avrebbe dovuto essere un indice di attendibilità delle diverse tesi scientifiche che si sono confrontate di fronte al giudice), a fornire la prova della cancerogenicità dell’amianto e dell’epoca di conoscenza di quest’ultima, nonché del più specifico potere cancerogeno del petrolchimico di Brindisi (dal 1988 ad oggi sei casi di mesoteliomi su poco più di venti diagnosticati in tutta la provincia), esprime la propria vicinanza ai familiari delle vittime il cui dolore per l’ingiusta ed evitabile perdita dei loro cari riprende vita da questa sentenza.

Ciononostante, o forse proprio per questo, non si può omettere in queste sintetiche note di commento un’ultima amara considerazione: queste persone in questo processo sono state lasciate desolatamente sole.

Era un processo che indubitabilmente non aveva a base patologie dotate dell’appeal mediatico che possiede un collasso da cocktail a base di cocaina, specie quando l’assuntore sia un virtuoso virgulto di sangue blu industriale, ma semplicemente ben più banali tumori da lavoro.

Forse, però, avrebbe meritato un pur flebile segnale di vita da qualche soggetto depositario di una qual forma di “responsabilità”; sia essa istituzionale verso una data collettività, cui indubitabilmente appartenevano le vittime di questa vicenda, considerata in relazione ad un dato territorio, come quella degli enti locali; sia essa politica, come quella dei partiti, quelli “sensibili ai diritti dei lavoratori” in primis; sia essa “ambientale”, tenendo conto che queste morti sono anche e soprattutto il frutto di devastanti ed emblematiche forme di inquinamento del territorio brindisino, come quella delle associazioni ecologiste; sia essa, soprattutto, professionale, tenendo conto che quei poveretti hanno avuto quella tragica fine solo in quanto lavoratori, responsabilità della quale dovrebbero essere investite quelle ineffabili creature che oggi sono, nella loro stragrande maggioranza, i sindacati, quelli confederali in testa.

Quelli che, però, in questo processo restano l’assenza più pesante, il silenzio più assordante sono quelli della quasi totalità delle vittime del petrolchimico e dei loro parenti.

È quello che una grande scrittrice di questa terra avrebbe definito “il silenzio dei vivi”, il silenzio, cioè, di coloro che se non altro dovrebbero sentire una forma di responsabilità etica e sociale verso chi è loro accomunato dalla stessa tragedia umana, familiare.

Quella responsabilità che parte o dovrebbe partire dalla compassione, nel senso letterale del termine di “condivisione del dolore”, per muovere verso forme di tutela collettiva, di classe (absit iniuria verbis), dei propri diritti: quello alla vita, alla salute e, perché no, al risarcimento dei danni una volta che i primi due fondamentali diritti siano stati lesi.

L’unica forma di tutela che sia storicamente servita ai deboli, agli oppressi, ai lavoratori; anche e soprattutto quando è stata esercitata nelle aule di giustizia.

Fasano – Brindisi, 6\1\2006

Stefano Palmisano

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Postato il 26/06/2006  


Che paese siamo?

“Perché siamo caduti così in basso? [….] Come abbiamo consentito che andasse al potere un uomo come Berlusconi? Che diavolo di paese siamo?”

Questo è il grido di “disperazione sociale”, come egli stesso affermava, che lanciava nel suo ultimo libro, “Ahi serva Italia”, ai suoi concittadini Paolo Sylos Labini, un uomo che, almeno per quello che ha detto e scritto negli ultimi anni della sua vita, rappresenta il classico esempio di “straniero morale” rispetto al senso comune e, soprattutto, all’etica pubblica di quella peculiarissima entità socio-politico-culturale che è il popolo italiano.

Qualità che, ovviamente, onora assai Sylos Labini, molto di meno il popolo italiano.

Quelle domande ferali (per le risposte che contengono in sé) possono tranquillamente esser trasposte nel campo del referendum costituzionale che si svolgerà il prossimo 25 e 26 giugno.

Perché siamo caduti così in basso?

Come abbiamo consentito che la Costituzione nata dalla lotta e fondata sul sacrificio di decine di migliaia di uomini e di donne dell’avanguardia civile più degna e diffusa di questo paese fosse sanguinosamente ferita e impunemente svillaneggiata, insieme ai suoi fondatori, da un soggetto come Calderoli, la cui sola esistenza costituisce un enigma inestricabile per chi si interroga sull’origine dell’uomo, costituendo egli una negazione in termini sia per i teorici dell’evoluzionismo, poiché questo essere in camicia verde dimostra che non tutti gli umani rappresentano un progresso rispetto ai primati, sia per i seguaci del creazionismo, di quelli, cioè, che affermano che l’uomo è stato direttamente creato da Dio a sua immagine e somiglianza, giacché neppure il testo sacro più terrorizzante e teratogeno giungerebbe ad ideare una divinità che avesse una pur remota somiglianza con l’immagine di Calderoni?

Insomma, per riprendere le disperate e disperanti parole di Paolo Sylos Labini, che diavolo di paese siamo?

Perché, comunque vada il referendum costituzionale, il fatto che un popolo venga chiamato a decidere delle sorti della sua Carta fondativa, della sua Costituzione, di questa Costituzione, in seguito ad una “riforma” congegnata in una baita di montagna, tra un grappino ed un altro, da giureconsulti del prestigio di Nania (condannato in primo grado per gli abusi edilizi della sua villa a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia), D’Onofrio ed il già citato Calderoli, ed approvata in parlamento dal partito di Gianfranco e Daniela Fini, nonchè di Salvo Sottile, nomi che hanno temporaneamente rubato la scena del rigore morale e del senso dello stato ad altri ancor più noti e chiarissimi statisti come Berlusconi, Dell’Utri, Previti, Schifani, Cuffaro ecc…., non v’è dubbio che costituisce per la Costituzione di quel paese, per questa Costituzione, il più umiliante degli oltraggi e per quel paese, ahimè per questo paese, il più vergognoso dei marchi d’indegnità civile.

Se, però, s’ode a destra lo squittio sempre più assordante dei mille nuovi roditori della Carta, a sinistra rispondono fiochi, se non proprio ammiccanti, miagolii di quella sterminata legione di salottieri gatti grigi e bipartisan, ormai geneticamente più propensi ad “avviare percorsi costituenti” con i topi, specie quelli più grossi, che a prenderli.

Si tratta della gran parte del ceto politico del centro-sinistra e dintorni, la parte che contribuisce a formare quella che Marco Travaglio definisce “la Casta”, quell’organismo politico-istituzionale ormai strutturalmente trasversale “agli schieramenti”, che condivide sostanzialmente obiettivi, pratiche politiche, e, soprattutto, parole, opere ed omissioni.

A tacer d’altro.

Quel ceto politico è composto da quelli che da sempre ri-fuggono da qualsiasi battaglia politica che trascenda quelle, epiche, che si svolgono a Porta a porta o, quando proprio non ne possono fare a meno, come nel caso di questo referendum, tengono i toni dello “scontro” non bassi, ma sotterranei; con la motivazione ufficiale che, a combatterle, ci sarebbe il serio rischio di perderle, e con la motivazione reale che, a combatterle quelle battaglie, ci sarebbe il rischio di vincerle.

Come nel caso di questo referendum.

Sono quelli che ci hanno risparmiato la perla finale del voto a favore di questa riforma scellerata, ma tanto infaticabilmente hanno seminato negli anni scorsi perché il governo Berlusconi-Calderoli portasse a casa questo fior di raccolto istituzionale, a partire da quell’alluvione di semi geneticamente modificati e modificanti che è stata la cosiddetta “Bicamerale”, non a caso presieduta dal massimo dei creatori del grottesco politico-istituzionale.

Ma, soprattutto, sono quelli che, al posto di spendersi risolutamente per far vincere il referendum che può spazzar via la madre di tutte le leggi vergogna, hanno già annacquato, se non proprio annegato, il loro “No” nel lago stagnante e torbido dei se e dei ma, ambiente naturale di quelle ibride e sinistre (solo nel senso di inquietanti, non in altro) creature che sono gli uomini-inciucio.

“Che diavolo di paese siamo?”, si chiedeva Paolo Sylos Labini.

Il 25 e 26 giugno abbiamo la possibilità di dimostrare, una volta tanto, che siamo un paese che vive come momenti gravi della patria non solo quelli seguenti ad un pareggio della nazionale di calcio ai mondiali e che, in quei momenti, sa essere appena più dignitoso non solo dei suoi “vecchi” governanti, ma anche di tanti di quelli “nuovi”.

Fasano, 19\6\2006

Stefano Palmisano

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Postato il 22/06/2006  


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Studio legale penalista Stefano Palmisano