Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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La notte della Repubblica e quella della verità

Avantieri, 12 dicembre, era l’anniversario, il 39°, della strage di Piazza Fontana in cui furono uccise diciassette persone; domani, 15 dicembre, sarà l’anniversario, il 39°, della morte di Pino Pinelli, ferroviere anarchico, precipitato dal quarto piano della questura di Milano, diciottesima vittima.

Quest’anno, se possibile, la ricorrenza ha avuto ancora meno visibilità mediatica degli altri anni; il che vuol dire, semplicemente, che non si è vista. Che non l’hanno fatta vedere.

Perché non ha più alcuna attinenza con l’attualità. Perché “è storia”.

Dunque, per nove nostri concittadini su dieci, non si conosce. Non si deve conoscere.

Quando va bene. Perché c’è anche il rischio che qualcuno impari a conoscere Piazza Fontana, Valpreda, Pinelli, Calabresi da voci e penne non proprio “terze”.

Per esempio, quelle di Mario Calabresi, figlio di Luigi Calabresi.

Quello che scrive che Pinelli e Calabresi sono “accomunati da quasi quarant’anni”; che “sicuramente Pinelli in casa nostra non è mai stato un nemico”. Quello che parla di libri donati da Pinelli a Calabresi; ed è vero.

Ce n’è stato anche uno regalato da Calabresi a Pinelli; ma, dopo il 15 dicembre 1969, Licia Pinelli, moglie di Pino Pinelli, gliel’ha restituito.

E questo Calabresi scrittore non lo dice.

Forse non lo sa.

Forse, dopo aver detto cos’è stato Pinelli in casa Calabresi, dovrebbe chiedersi cosa è stato Calabresi, il padre, in casa Pinelli.

A prescindere da quello che è stato in assoluto, in realtà, il commissario Calabresi per Pinelli; perché la bizzarra categoria del “malore attivo”, coniata da un giudice democratico oggi parlamentare (ovviamente democratico), che ha chiuso processualmente la questione non può seriamente esser utilizzata per chiudere quella questione anche storicamente. “Apax legómenon”, così è stata definita quella locuzione: concetto di cui esiste un solo esempio in letteratura, giurisprudenziale e medico – legale.

Mario Calabresi ha scritto la sua verità sul commissario Calabresi, su suo padre.

Sarebbe stato legittimo, umanamente comprensibile, se fosse rimasta solo quella: la sua verità, la verità di un figlio che ha avuto il padre ammazzato sotto casa.

È diventata altro: è diventata LA verità su Luigi Calabresi.

Era facilmente prevedibile nel paese senza passato e senza memoria.

Nel paese in cui i parlamentari comunisti sono passati dalle isole di confino all’isola dei famosi.

Se poi quella verità sul commissario Calabresi viene divulgata dall’autore in giro per l’Italia, possibilmente nelle scuole, e letta sulla televisione “pubblica” in prima serata - non senza, ovviamente, esser trasposta in un elegante cofanetto libro+dvd in vendita nelle migliori librerie - dalla bocca del commissario più famoso d’Italia, il commissario Montalbano, l’effetto è scontato: quella è LA storia del commissario Calabresi. Di più, è la storia delle vittime del terrorismo.

È la storia delle vittime degli “anni di piombo”.

La storia delle traiettorie dei proiettili delle pistole più immortalate negli anni 70.

La storia delle vite in divisa spezzate da quelle pallottole; delle giovani mogli di giovani meridionali finiti a fare i poliziotti a Milano rimaste vedove troppo presto; di bambini rimasti orfani brutalmente, come nel caso del vicebrigadiere della polizia di stato Antonino Custrà, da Napoli, ucciso il 14 maggio 1977, in via De Amicis a Milano.

Ed anche questo è legittimo; è giusto.

È la storia delle uniche vittime degli “anni di piombo”: quelle del terrorismo, per l’appunto, degli “opposti estremismi.” Uomini dello stato; sempre e solo uomini di stato; possibilmente tutori dell’ordine.

Al massimo, ma comunque in second’ordine, passanti, clienti di una banca, passeggeri di un treno.

Questo non è legittimo; non è giusto; non è vero.

Non ci sono state solo le P38, i proiettili, le vittime dei terroristi, per non dire dei manifestanti in quegli anni.

Ci sono state anche le pistole d’ordinanza, le pallottole, le vittime delle forze “dell’ordine”, tra i manifestanti, tra i militanti. Tante, troppe.

Chi si arroga il ruolo di censore delle parzialità, delle miopie, delle asimmetrie altrui, deve vedere anche queste pistole; seguire anche le traiettorie di queste pallottole, conoscere anche le vedove, le madri, i figli di quei ragazzi il cui corpo è stato centrato da questo tipo di proiettili.

Come nel caso di Roberto Franceschi, 21 anni, da Milano, studente appartenente al Movimento studentesco, sparato alla testa durante una manifestazione mentre fuggiva, alle spalle, da un reparto celere della polizia di stato il 23 gennaio 1973 a Milano, davanti all’università Bocconi, e morto il 30 gennaio.

Oppure come nel caso di Saverio Saltarelli, da Pescasseroli, militante di Rivoluzione Comunista, colpito in pieno petto da un candelotto lacrimogeno partito da un reparto dei carabinieri il 12 dicembre 1970, a Milano, in via Larga, durante un corteo in occasione del primo anniversario della strage di Piazza Fontana.

O come nel caso di Pino Pinelli, per l’appunto, precipitato per “malore attivo” dalla stanza del commissario Calabresi, al quarto piano della questura di Milano, il 15 dicembre 1969, mentre era illegalmente trattenuto da tre giorni dopo esser stato arrestato da quello stesso commissario.

Solo per fare tre esempi tra i tanti. Solo per restare a Milano.

Ci sono anche queste vittime negli “anni di piombo”.

È piombo anche quello che esce dalle pistole e dai fucili dei tutori dell’ordine; dello stato.

E uccide anche quello.

Spesso innocenti. Troppo spesso.

Colpevoli solo di credere in un mondo migliore, più giusto; e di lottare per questo.

Non valgono meno di quelli in divisa, questi morti.

Per quanto a quelli vengano riservate medaglie della presidenza della Repubblica e a questi non venga neppure data giustizia in un processo penale.

Per quanto questi spesso ricevano anche ingiurie atroci dopo morti, oltre al danno senza ritorno della morte: da parte di chi li ha uccisi, che nega vilmente l’evidenza, che mente spudoratamente.

Come nel caso di Roberto Franceschi: “ucciso da un sasso lanciato da un suo compagno”, secondo la prima versione della polizia.

Evidentemente, la polizia ha storicamente un’enorme considerazione delle potenzialità omicidiarie del lancio di sassi tra manifestanti: a Milano nel 1973 come a Genova nel 2001.

Come nel caso di Saverio Saltarelli, morto per un malore “forse dovuto alla tensione nervosa del momento”, come disse il questore di Milano in una conferenza stampa tenuta il giorno dopo.

Come nel caso di Pino Pinelli, che avrebbe “improvvisamente compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto", gridando “è la fine dell’anarchia”; e ciò perchè “il suo alibi si era rivelato falso”, come affermò Guida, il questore di Milano nella conferenza stampa tenutasi subito dopo la morte di Pinelli.

Alla presenza del commissario Luigi Calabresi.

Mario Calabresi, col suo libro, oggi vuole spingere la notte più in là.

I ragazzi come Roberto Franceschi, come Saverio Saltarelli, come Pino Pinelli quarant’anni fa andavano in piazza “a fare il giorno nuovo”, per prendere in prestito una splendida locuzione di un grande poeta contadino di queste parti.

Nell’anno di grazia 2008, nel quale abbiamo nuovamente assistito al solito indegno copione di un pezzo dello stato che, di fatto, assolve un altro pezzo dello stato dall’accusa di aver organizzato e realizzato la più sanguinosa e variegata mattanza repressiva degli ultimi trent’anni di un movimento di opposizione, quella di Genova 2001, sarebbe già una grande cosa se facesse appena giorno.

Se si diradassero, finalmente, le tenebre della lunga notte che avvolge da decenni la storia del pezzo più degno e significativo delle giovani generazioni dell’Italia repubblicana.

Fasano, 14\12\2008

Stefano Palmisano

E la gente chiedeva: Zaire, Angola, cosa sono? Poi trovava risposta non in televisione, ma in casa, perché in ogni famiglia c’era almeno uno di questi ragazzi comunisti e se non c’era, peggio per chi non l’aveva, perché quella era la parte migliore della gioventù di questo paese, dal dopoguerra in avanti. La parte migliore: compresa quella che è andata alla malora con il terrorismo e con l’eroina. La peggiore è rimasta a casa in quegli anni, la pessima è sugli schermi.

(E. De Luca)

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Postato il 25/12/2008  


12 Dicembre: il vizio della memoria

Come molti avranno certamente colto dal martellamento mediatico, pari solo a quello relativo al delitto di Cogne, ieri era il 12 dicembre, ossia il 37° anniversario della strage di Piazza Fontana.

Credo che il modo migliore per ricordare quella, per molti ormai insignificante, data sia ricordare le parole, straordinarie per coraggio e lucidità, di Gherardo Colombo sull’appendice istituzionale di quella come di tutte le altre stragi che hanno insanguinato il conflitto politico, più precisamente la lotta di classe, in Italia: quell’istituzione intimamente ed esclusivamente italiana che era la “Commissione stragi”.

Ovviamente, le note di Colombo (magistrato e consulente della commissione), pur mirabili per acutezza analitica e tensione ideale, rivestono una valenza meramente storiografica, senza che le stesse, in alcun modo, possano esser surrettiziamente, da qualche dietrologo cronico, trasposte nell’attualità politica del Paese.

L’Italia, infatti, è ormai retta da un Governo che sta effettuando una radicale ed altrettanto temeraria operazione di rottura con gli antichi metodi ed i vecchi arnesi dell’ordine pubblico scelbian-berlusconiano e di totale bonifica degli apparati della sicurezza, interna ed estera, statale da tutti i soggetti appena sospetti di infedeltà democratica e costituzionale.

In tal senso, ed in via meramente esemplificativa, il liberticida e losco governo Berlusconi:

1) aveva mantenuto al suo posto di capo della polizia quell’ineffabile e immortale creatura per tutte le stagioni, per tutti i padroni politici e per tutte le repressioni che risponde al nome di Gianni De Gennaro (nominato, a suo tempo, infatti, dall’ultimo governo di centro – sinistra pre-berlusconiano), anche dopo che la forza dell’ordine da lui diretta si era fregiata della collana di perle genovesi, col diamante, per l’appunto, del massacro della scuola Diaz;

2) aveva promosso a dirigente del Dipartimento Sicurezza del Ministero dell’interno quel tal Roberto Sgalla (recentemente definito dal senatore Cossiga “scagnozzo del capo della polizia De Gennaro”; e già sindacalista del SIULP, il sindacato “democratico” di polizia) che, in qualità di capo dell’ufficio stampa nazionale della polizia di stato, presidiava, la notte tra il 21 e 22 luglio 2001, la Scuola Diaz di Genova, spiegando ai giornalisti, in un’improvvisata conferenza stampa, che i ragazzi che uscivano esanimi, in quelle sorte di body bags da guerra interna, dall’edificio nel quale avevano appena fatto irruzione i mazzieri della P.S., quei ragazzi, per l’appunto, presentavano “ferite pregresse”;

3) annoverava un ministro dell’interno, Scajola, che, in parlamento, aveva apertamente rivendicato la mattanza di Genova, assassinio di Carlo Giuliani compreso;

4) aveva nominato direttore del Sismi (il servizio segreto militare) Nicolò Pollari, il quale, tra le tante gemme di limpidezza, democrazia e fedeltà costituzionale del suo operato, poteva vantare quello che secondo la Procura di Milano è il concorso con (ma, forse, sarebbe il caso di dire il grazioso servizio reso a) gli agenti Cia nel rapimento dell’imam Abu Omar a Milano, ossia in territorio italiano, reato per il quale, per l’appunto, l’Autorità Giudiziaria su citata ha chiesto qualche giorno fa il rinvio a giudizio del prestigioso servitore dello stato.

Con riferimento alle stesse questioni, lo si ripete estratte solo a titolo di riduttivo esempio, a fronte di questi comportamenti torbidi del passato governo di centro - destra, dunque antidemocratico, il nuovo esecutivo e la nuova maggioranza di centro – sinistra, dunque democratici:

1) hanno prontamente sostituito il vecchio e compromesso capo della polizia, Gianni De Gennaro, con un nuovo funzionario di provata fede costituzionale e democratica che solo per un tiro del destino baro e comunista porta lo stesso nome e cognome del suo predecessore;

2) idem;

3) hanno coraggiosamente relegato il reazionario Scajola ad un ruolo di infimo rango, quale la presidenza del COPACO, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, con il voto unanime di tutti i commissari, anche quelli dei partiti che, coerentemente, invocano una commissione d’inchiesta su Genova, in particolare sulla tonnara della Diaz, o meglio “sulla linea di comando che ha deciso quei comportamenti nelle piazze, alla scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto” (G. Russo Spena). In tal modo, uno dei responsabili della stessa linea di comando viene eletto alla presidenza di una commissione che dovrebbe vigilare, per l’appunto, sui servizi segreti, sulla sicurezza e sui segreti di Stato. Quando si dice un paese fondato sui conflitti d’interesse;

4) hanno immediatamente (dopo soli sette mesi da quando sono andati al governo, dopo un avviso di garanzia per concorso in sequestro di persona del diretto interessato e qualche giorno prima della prevedibile richiesta di rinvio a giudizio) rimosso il capo del Sismi, Pollari, nominandolo, però, astutamente, in contemporanea, Consigliere di stato alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio.

L’Italia riparte!

Fasano, 13\12\2006

Stefano Palmisano

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Postato il 14/12/2006  


Proposta di legge riconciliazionista

D.L. N. 587 DEL 27\10\2001. PROVVEDIMENTI STRAORDINARI ED URGENTI IN FAVORE DI STERMINATORI, GENOCIDI, BOIA DI MASSA ED OGNI ALTRA GENIA DI CAROGNE NAZI-FASCISTE FULGIDAMENTE DISTINTESI PER IMPRESE DI GUERRA E DI PACE DI PARTICOLARE VALORE MILITARE E CIVILE NELLA EROICA LOTTA CONTRO IL CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ DENOMINATO BOLSCEVISMO [DOTTRINA NOLTE (ERNST, NON NICK) – DE FELICE].

Art. 1) Soggetti beneficiari.

I benefici previsti dalla presente legge si applicano esclusivamente alle seguenti categorie di persone: aggiungi alle categorie già individuate “i ragazzi di Salò”.

Art. 2) Criteri di determinazione delle provvidenze.

Le provvidenze di cui alla presente legge saranno così assegnate: un fisso mensile di £. 5.000.000 ad ogni soggetto risultato in possesso dei requisiti richiesti e che abbia massacrato almeno 50 civili ovvero 10 partigiani, ed un cottimo (da intendersi quale premio di produzione differito) di £. 1.000.000 ogni successivo scaglione di cento civili ovvero di trenta partigiani sterminati rispetto alle predette cifre base.

Ai fini della integrazione dello scaglione è da considerasi equiparata ogni frazione del medesimo superiore alla metà.

Ulteriore bonus di £. 10.000.000 ogni capo partigiano ammazzato, ovvero ogni partigiano particolarmente prestigioso (Es. Dante Di Nanni, Gianfranco Mattei ecc….).

Art. 3) Modalità di erogazione.

Le somme spettanti ai soggetti interessati alla presente legge saranno corrisposte mediante bonifico su conti correnti accesi appositamente ed esclusivamente presso le banche convenzionate con il Ministero della Riconciliazione Nazionale e per la Memoria Storica Sui Crimini del comunismo in Italia e nel mondo, ai fini dell’attuazione della presente legge.

Le banche convenzionate saranno rigorosamente rappresentative di tutte le componenti politico – culturali del Paese e del Parlamento, perché nessuna discriminazione ideologica possa essere perpetrata in contrasto con lo spirito di pacificazione nazionale cui si ispira la presente legge.

Art. 4) Prova del possesso dei requisiti richiesti.

I soggetti che intendano fare istanza di accesso ai benefici della presente legge dovranno rigorosamente dimostrare di essere in possesso dei requisiti soggettivi di cui all’art. 1). A tal uopo saranno ammessi tutti gli strumenti di prova di cui comunque fossero in possesso i richiedenti e che saranno poi valutati discrezionalmente dalla Commissione esaminatrice.

In particolare, costituirà prova invincibile del possesso dei requisiti di cui all’art.1 la produzione, in allegato all’istanza di accesso, di: a) oggetti personali di valore dei soggetti gasati, cremati, impiccati o, comunque, sterminati; b) occhiali, denti, ed ogni altro tipo di protesi, naturalmente d’oro, o comunque di valore, sempre sottratti ai soggetti di cui al punto a); c) saponette ed impasti vari provenienti dalle città di Auschwitz, Mauthausen, Bergen Belsen ecc….

La Commissione si riserva, inoltre, in caso di dubbio, di convocare il candidato per acquisire ulteriori informazioni sui fatti ed i correlativi requisiti dedotti nonché eventualmente sottoporlo a esperimenti giudiziali dal vivo (dimostrazione pratica di: fucilazioni di massa, deportazioni, direzione di campi di sterminio, concentramento in stadi cileni ecc….).

Art. 5) Copertura finanziaria. La presente legge sarà finanziata con i fondi derivanti dai risparmi di spesa operati eliminando manifestazioni commemorative del 25 aprile, Musei della Resistenza, pensioni di guerra ai partigiani ecc…, nonché con la devoluzione delle somme al cui pagamento saranno condannati a titolo di spese processuali tutti i querelati per diffamazione a mezzo stampa dai soggetti di cui all’art. 1) (vd. caso Priebke – Settimelli).

Art. 6) Soggetti equiparati e diritto transitorio. Ai soggetti di cui all’art. 1) sono equiparati a tutti gli effetti della presente legge i seguenti soggetti: a) eredi dei soggetti di cui all’art.1); b) stragisti neofascisti e terroristi neri in genere che abbiano prestato la loro attività negli ultimi quarant’anni; c) tutti i membri dei servizi segreti deviati, cioè tutti i membri dei servizi segreti, meno l’usciere del palazzo del Sismi, la suocera di un capitano dei carabinieri e il cane del gen. De Lorenzo; d) faccendieri, bancarottieri, piduisti ecc….; e) l’On. Rauti ed il Sen. Maceratini.

Addì, Roma , 27\10\2001

Il Presidente del Consiglio, Amato,

il Ministro della Riconciliazione Nazionale ecc…, Rauti,

il Ministro di Grazia (poca) e Giustizia (non ne parliamo proprio), Maceratini.

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Postato il 16/09/2006  


Il contesto

Tira un’aria pesante.

Dopo la bomba “anarchica” ad un simbolo, manco a farlo apposta religioso, della città di Milano, adesso è la volta di un giornale (uno dei pochissimi superstiti) di sinistra per mano di un nazi-fascista.

Ma l’aria è resa pesante, opprimente, non solo da questi fatti pure in sé pochissimo rassicuranti per chiunque abbia come proprio orizzonte mentale un punto che vada appena oltre l’uscio della propria bottega, materiale o metaforica che sia.

E’ “il contesto”, per dirla con Sciascia, quello che mette decisamente più angoscia; sia quello più strettamente ed esclusivamente attuale, sia quello risultante da un’operazione comparativa con eventi ed ambienti risalenti a più di trent’anni fa.

Non farà male, se non, forse, all’umore di molti\e compagni\e, provare a ricordare in maniera appena più dettagliata.

Non tutti forse ricorderanno, che il famigerato 12 dicembre 1969, con il suo carico di esplosivo e di sangue, nonché con i suoi crimini giudiziari e repressivi contro innocenti, come Pietro Valpreda, non spuntò come un fungo dalla sera alla mattina; vi fu tutto un retroterra immediato di tentate stragi e di praticanti stragisti, nonché, di consueto, di macchinazioni giudiziarie sempre in danno di soggetti assolutamente innocenti, che segnò i prodromi della precipitazione omicida del mese di dicembre.

Il 25 aprile 1969 scoppiarono le bombe alla fiera di Milano; avrebbe potuto essere un’altra strage, non lo fu solo per uno dei tanti casi che allora, in più occasioni, impedirono che il bollettino di guerra dei fautori del terrore risultasse ancora più mortifero.

Furono fulmineamente individuati i mostri assetati di sangue umano: manco a dirlo erano anarchici. Taluni tra loro arrivarono a scontare vari mesi di carcerazione preventiva, come si chiamava allora, in assenza di qualsivoglia decente indizio di colpevolezza. Il caso, e, dunque, l’operato di forze “dell’ordine” e magistratura di Milano, si rivelò così scandaloso e feroce che si meritò i commenti e le censure di una serie di organi di stampa internazionali.

Qualche tempo dopo organi di stampa inglesi rivelarono, anche all’autorità giudiziaria, di aver saputo da una loro fonte, che poi rivelarono essere l’autorità politica più alta in Grecia prima dell’avvento dei colonnelli, di una lettera inviata dal ministero degli esteri della Grecia fascista al proprio ambasciatore in Italia in cui si rivelava di aver dato ordine a propri emissari, per il tramite dell’Esesi, l’associazione degli studenti greci fascisti in Italia, di piazzare le bombe al padiglione Fiat della Fiera di Milano per creare il caos. Ciò avrebbe dovuto favorire la creazione di una “sindrome greca” in Italia che poi ovviamente, negli auspici dei sostenitori della nuova democrazia ateniese, avrebbe dovuto avere il medesimo sbocco fascista che allora iniziava soltanto a funestare la nazione ellenica. A tacere delle rivelazioni di Giovanni Ventura al giudice Stiz di Treviso, il libraio intimo amico dell’avv. Franco Freda, da Padova, sui primi tentativi dinamitardi in trasferta, per l’appunto a Milano, del gruppo ordinovista di Padova e del Triveneto, con in testa per l’appunto il citato principe del foro cultore della croce uncinata

Oggi, come già su accennato, i notiziari radio e televisivi del giorno dopo quello del ritrovamento della bomba al Duomo aprono con il seguente titolo: “attentato a Milano: si segue la pista anarchica”; ciò prima ancora che arrivasse la pur provvidenziale rivendicazione di tale gruppo anarchico “Solidarietà Internazionale”.

Trent’anni fa c’era un gruppo nazi-fascista denominato “Ordine Nuovo”, fondato dal predecessore dell’On.le Fini alla guida del M.S.I. dell’ultimo periodo, On.le Giuseppe (Pino, per gli amici ed i camerati) Rauti, divenuto noto anche per aver icasticamente definito la democrazia come “infezione dello spirito”.

E’ ormai acquisizione giudiziaria, oltre che storiografica, quella per cui questo gruppo non era solo foraggiato, equipaggiato ed, ovviamente e soprattutto, armato dalle Forze militari Nato di stanza nel Triveneto, zona letteralmente infestata di truppe di occupazione yankees per decenni, e dai vari ambienti, nazionali ed internazionali, dell’oltranzismo atlantico in Italia, ma era anche stato letteralmente creato dalle medesime forze come massa di manovra, per non dire come esercito di riserva di mazzieri, e poi di sicari, in funzione fanaticamente e paramilitarmente anticomunista. Ed il predetto On.le Rauti, fondatore e leader carismatico del gruppo di goliardi in oggetto, era il trait-d’union tra le scorie più tossiche e mefitiche di Salò raccolte intorno al fascio littorio di O.N. e i vertici CIA in Italia.

Oggi esiste, come ci è stato fragorosamente ricordato ieri, un gruppo che si chiama Forza Nuova, e che, oltre che l’aggettivo indicante modernità e progressismo, condivide con il su citato Ordine Nuovo i principi ispiratori politico – culturali, i referenti teorici, i simboli sociali, ma soprattutto la pratica e gli strumenti della politica (le mazze e le mazzate). Detta organizzazione dispone anch’essa di un vero e proprio esercito di teppisti e di aspiranti squadristi, dacchè spadroneggia in alcune tra le più numerose di quelle nuove cloache a cielo aperto, ricettacolo di imbecillità razzista e fascista, che sono, in nove casi su dieci, le curve degli stadi, a partire da quelle romane. E dispone pure di consistenti e capillari canali di finanziamento, nazionale ed internazionale.

E ieri, evidentemente gasati (non nel senso a loro storicamente più caro) dall’omaggio tributato al loro profeta nero carinziano, impestando le strade e le piazze della capitale con i miasmi che si sprigionano indefettibilmente dalle loro classiche parate brune, i nipotini del “caccola”, al secolo Stefano Delle Chiaie, hanno vissuto il loro battesimo del tritolo (senza considerare la profanazione del Museo Storico della Resistenza di Via Tasso, e la bomba al cinema Olimpia, in cui si proiettava un documentario sul processo ad Adolf Eichmann, ideatore della “soluzione finale” degli ebrei; tutti fatti di pochi mesi fa).

Ed infine, per finire con le sgradevoli analogie tra quanto accadeva trent’anni e più fa e quanto accade oggi (ma per mere ragioni di spazio, poiché, ahimè, la narrativa in oggetto potrebbe proseguire ancora a lungo), trent’anni fa vi era una destra istituzionale (anche se in effetti son parole grosse, per un partito, come l’M.S.I. che allora era guidato da un vecchio fucilatore di partigiani, nonché direttore della rivista “Difesa della Razza”, tenendo conto che allora come oggi, almeno formalmente, quelle di questo Stato dovrebbero essere istituzioni di una Repubblica e di una Costituzione nate da una resistenza antifascista) che manteneva ampi e profondi contatti con la destra eversiva. Per ampi e profondi contatti deve intendersi una autentica ripartizione dei ruoli tra gli indossatori, in varia foggia, dell’orbace; ripartizione che era evidentemente finalizzata a creare egemonia sociale, e per la quale i mazzieri in camicia nera facevano il lavoro sporco nelle piazze e nelle strade, aggredendo e massacrando militanti di sinistra, nonchè semplici personalità democratiche e devastando le sedi delle organizzazioni sempre di sinistra, ed i parlamentari in doppiopetto denunciavano con alti lai il disordine imperante nella società ed invocavano misure eccezionali.

La taylorizzazione del progetto e della pratica reazionaria sopra sommariamente descritta, peraltro, non impediva che, alla bisogna, vi fossero anche collaborazioni e prestazioni d’opera mazziera dirette da parte della teppaglia gruppettara fascista su richiesta dei dirigenti del M.S.I. (anche in un nobile quadro di faide tra correnti contrapposte all’interno dello stesso M.S.I). Tanto era permesso anche dagli stretti rapporti esistenti tra leader carismatici del verminaio nero, romano in particolare, come il già citato Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale (l’organizzazione neofascista più fanatica e feroce insieme ad Ordine Nuovo) e altissimi dirigenti della fiamma tricolore, come Giulio Caradonna e Giorgio Almirante (si ricordi, a tal proposito, l’assalto delle squadre dei predetti, presenti di persona, alla Facoltà di lettere di Roma occupata dal Movimento nel 1968; assalto conclusosi in maniera assolutamente ingloriosa per le truppe nere, ma che costò la colonna vertebrale ad Oreste Scalzone. Le squadre fasciste erano abbondantemente rimpinguate da picchiatori di A.N., messi a disposizione del camerata Caradonna da Delle Chaie).

Oggi, o meglio pochi mesi fa, un libro bianco dei D.S. sulle stragi in Italia denunciava pubblicamente i rapporti intimi di dirigenti nazionali di primo piano di A.N. (questa volta Allenza, e non Avanguardia, Nazionale), come il presidente dei senatori Maceratini con pezzi significativi dell’eversione nera, durati fino a pochissimi anni fa.

Un gran bel libro; e, dunque, un gran peccato che lo stesso volume sia stato oggetto di una fulminea e non ulteriormente commentabile autocensura, con conseguente autosequestro, da parte dei suoi stessi autori, o dei loro superiori gerarchici, per verosimile delitto di vilipendio alla Maestà Imperiale, ovviamente quella americana; e ciò giacchè nel libro si ventilavano collegamenti, peraltro ormai assolutamente notori, di strutture, militari e civili, atlantiche con soggetti e settori cultori del tritolo. Sembra quasi che i dirigenti diessini, secondo un loro classico stilema, abbiano rinnegato se stessi.

Tutto questo a tacere delle nuove, e sempre più pressanti, pulsioni “manesche”, per usare un pietoso eufemismo, che si stanno registrando nelle forze dell’ordine verso qualsiasi cosa si muova ultimamente nelle piazze e nelle strade; nonché del nuovo coniglio tirato fuori dal cilindro della Procura romana, dopo la brillante performance del caso Gieri, con l’individuazione del nuovo mostro terrorista assassino di D’Antona. Detti comportamenti degli uomini in divisa nonché di quegli uomini in toga, ovviamente, costituiscono altrettanti, qualificanti tasselli del mosaico, su denominato “il contesto”.

Quali sono, dunque, le conclusioni da tirare da questa solo sommaria e parziale ricostruzione comparativa intertemporale di fatti e misfatti di ordinario fascismo italico?

Certo, non può essere l’idea che quelle dinamiche e quegli eventi di trent’anni fa siano integralmente sovrapponibili a quanto accaduto negli ultimissimi giorni nel Paese; e perciò stesso non possono ritenersi integralmente sovrapponibili le griglie interpretative dei fatti di ieri con quelle necessarie oggi.

Troppo diversi sono i quadri socio-politico-culturali di riferimento a distanza di trent’anni, ed in particolare di questi trent’anni che sono passati dall’epoca di Piazza Fontana. Troppo più assopite, per non dire comatose, “le masse”; troppo più pacificata, ma forse è meglio dire desertificata, la società; troppo più vittoriose, maramaldeggianti, le classi dominanti sui loro antagonisti sociali; troppo più incarognita e\o rincoglionita la più parte delle coscienze; troppo più rinchiusa, o meglio sepolta, in se stessa la gran parte delle energie intellettuali e\o militanti; troppo più aperta, ma sarebbe più esatto dire squarciata, la maggioranza delle sinistre. Troppo tutto ciò perché si possa realisticamente immaginare che lorsignori abbiano ancora paura della lotta di classe, della rivoluzione e, dunque, decidano nuovamente di fiaccare con le bombe un nemico sociale a cui oggi di suo manca tutto fuorchè la fiacca. Risultano già più che efficienti, e meno rischiosi, alla bisogna un monaco con le stimmate, nelle sue spoglie terrene o, ancor meglio, nella fiction impersonato da un attore che beve l’Amaro Lucano, e quattro insulsi semianalfabeti che defecano e che si accoppiano in diretta TV o internet.

Eppure, eppure…. è difficile, è troppo difficile, per chi conosca appena la storia recente di questo Paese, accettare la tesi che la ri-comparsa timida ed ancora parecchio raccogliticcia di qualche fermento di piazza, di qualche “polemica di dignità” (per citare De Andrè) appena meno atomizzata del solito, negli ultimi mesi, a partire da Seattle per arrivare a Roma una settimana fa, non sia in alcun modo collegata alla ricomparsa del partito delle bombe.

A volere tratteggiare uno scenario degno della fantasia di Benni si potrebbe immaginare che il Potere, questo Potere così totalizzante e pervasivo, non tolleri neppure l’esistenza di focolai di resistenza umana, indipendentemente dalla consistenza numerica, dalla incisività e, dunque, dalla pericolosità di questi focolai per la tenuta complessiva del sistema. Come se l’obiettivo fosse proprio quello di una omologazione totale, senza deroghe, mortifera.

Ma perché poi questo scenario dovrebbe sembrare così inverosimile, così fantastico se solo due giorni fa è terminato, occupando la prima pagina del Corriere della Sera e di Repubblica, un programma televisivo che ha poderosamente contribuito ad ulteriormente rincoglionire il già abbondantemente rincoglionito popolo italiano, programma che hanno avuto il coraggio di chiamare, tra il beota sollazzo delle maggioranze, con una locuzione che evoca una delle società più tirannicamente massificate che mai mente umana, in questo caso quella geniale di George Orwell, abbia avuto il coraggio di immaginare, seppure in ambito “solo” letterario?

E, dunque, sempre a voler proseguire in questo contesto di fanta(?)-politica, verrebbe da favoleggiare che dove non si arriva ad ottundere le menti con Padre Pio, con “Il Grande Fratello”, con Batistuta, lì si passi alle maniere più spicce. E questo sia per il su cennato fatto simbolico di intolleranza radicale di queste classi dominanti, creatrici e portatrici di pensiero unico, verso qualsiasi forma di critica, anche solo culturale; sia, forse, per un timore dei medesimi soggetti decisamente più materiale, che, cioè, la sopravvivenza di qualche “cattivo maestro” possa risultare, comunque, esiziale per la pace sociale, soprattutto se un giorno, come è del tutto verosimile, dovesse finalmente esplodere la bolla speculativa che ha avvolto in una dimensione fatata la gran parte delle economie, e, dunque, delle società, dei Paesi occidentali, con tutte le conseguenze di natura sociale, logicamente incendiarie, che lo scoppio stesso della bolla comporterebbe.

E, comunque, al netto delle divagazioni apocalittiche, è dato notorio quello per cui le classi dominanti di varie epoche storiche, ed in particolare quelle di questa nostra epoca, intendendosi per tale almeno il periodo che parte dallo spartiacque costituito dalla prima guerra mondiale, hanno utilizzato gli strumenti di oppressione e di repressione sociale e politica un po’ come i contadini di qualche decennio fa utilizzavano il maiale, cioè non buttando via nulla: dalle madonne pellegrine ai massacri della Celere di Scelba, dall’utilizzo della mafia (sbarco alleato in Sicilia, strage di Portella della Ginestra….) a quello dei fascisti in funzione di loro cani da guardia.

Non ricordo bene chi, forse era quel vecchio signore con la barba esperto nell’evocazione di spettri che si aggiravano per l’Europa, disse che quando la storia si ripete, prima lo fa in farsa, poi in tragedia: il mio terrore è che oggi, per quanto ciò che è accaduto negli ultimissimi giorni probabilmente faccia ridere pochissimi di noi, in quella ideale progressione di corsi e ricorsi storici siamo ancora alla fase della farsa.

Fasano, 24\12\2000

Stefano Palmisano

P.s.: Una modesta proposta: perché non proviamo a chiedere a tutte le forze democratiche e di sinistra, a partire da Rifondazione Comunista, partito al quale ancora (non so per quanto) appartengo, la convocazione di una manifestazione nazionale aperta a qualunque soggetto, individuale e collettivo, vi voglia aderire, avente come piattaforma programmatica l’immediata messa al bando di tutte le formazioni neo-fasciste e razziste, fatto, peraltro, previsto da una legge dello Stato, la cosiddetta “legge Mancino”?

Per quanto riguarda i dirigenti del mio partito, ai quali, ovviamente, chiedo di più in questo senso, sarebbe un ottimo modo sia di spazzare via i sospetti che gli stessi ormai organizzano solo manifestazioni di parata, come la triste, e, per molti versi, ormai insipida, processione che si tiene ritualmente ogni autunno; sia per scongiurare la iattura di essere confusi con gli autori, politici ed istituzionali, di dichiarazioni e posizioni di “dura condanna di ogni forma di violenza”, posizioni e dichiarazioni che hanno, da sempre, la stessa pregnanza politica degli auguri di buone feste.

…. ma fra tutto quello che loro hanno, noi non ci hanno, e per questo stanno male (S. Benni)

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Postato il 16/09/2006  


Medaglie al valore

'Riconoscimento della qualifica di militari belligeranti': è quello che dovrebbe tributare lo Stato italiano 'a quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell’esercito della Repubblica sociale italiana (RSI)', secondo un manipolo di senatori nazional-alleati, firmatari di un apposito disegno di legge in tal senso, il n. 2244.

Forse non è propriamente il modo più degno di onorare il 60° anniversario della Liberazione d’Italia dalla barbarie nazi-fascista; in compenso, è certamente quello più fedele allo spirito dei tempi.

Dunque, i repubblichini non saranno più quello che la truce e “partigiana” vulgata storiografica resistenziale (per citare una tipica locuzione “di denuncia” di uno storico che ben potrebbe fregiarsi dei diritti di primogenitura di operazioni limpidamente revisioniste come quella in esame, come il biografo del duce, Renzo De Felice) ha dipinto per decenni: bande di disperati criminali, senza legge e senza scrupoli, che, al servizio di un governo fantoccio del Terzo Reich, come quello di Salò, oppure direttamente alle dipendenze di Hitler (come le famigerate Ss italiane, quelle che, al momento dell’arruolamento, pronunciavano il tragicomico giuramento nibelungico), hanno messo e fatto mettere a ferro e fuoco interi pezzi di territorio nazionale; ultimi, venefici colpi di coda del serpente in orbace che aveva avvolto per ventuno anni nelle sue spire asfissianti l’Italia intera.

No, più niente di tutto questo.

I legionari del duce, se dovesse passare questo testo legislativo, diventerebbero, ope legis, normali combattenti, “belligeranti” per essere più precisi.

Per raggiungere il cielo di questo nobilitante obiettivo di chiara pacificazione nazionale gli arditi parlamentari del partito post-fascista, il cui leader, in una delle sue tante esternazioni catartiche, definì appena qualche anno fa il fascismo “male assoluto”, usano come pista di decollo una remota ed oscura sentenza (n. 747 del 26 aprile 1954) di un organo, il Tribunale supremo militare, che apparteneva a quella lunga ed oscura schiera di pubbliche amministrazioni che lo Stato repubblicano ereditò dal regime fascista e che, notoriamente, non si fecero mai più di tanto permeare, per usare un pietoso eufemismo, dai nuovi valori democratici contenuti nella nostra Carta Costituzionale; infatti, quest’organo ormai da un quarto di secolo è stato abrogato (legge n. 180 del 7 maggio 1981).

Oltre a quest’ultimo dato normativo non proprio confortante per il disegno in questione, si deve, purtroppo, anche evidenziare che questo assalto al cielo della riscrittura della storia e del diritto patrio portato dagli epigoni di Italo Balbo in ambito parlamentare sorvola con eccessiva temerarietà su altri elementi di natura bassamente terrestre ma di carattere duramente costituzionale e, per l’appunto, giuridico.

Il primo dei quali è costituito dai fondamenti antifascisti della nostra Costituzione che non sono suscettibili di “riforma” neppure dal governo che annovera al suo interno raffinati costituzionalisti come il ministro della giustizia Castelli, quello che, se non col rito nibelungico, si è sposato col rito celtico.

Il secondo è rappresentato dalla fondamentale legislazione postbellica antifascista, più precisamente di repressione del “collaborazionismo con il tedesco invasore”, (art. 5 del Decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159).

Infine, sotto il profilo del diritto positivo, l’ultimo poderoso ostacolo che incontra il disegno di legge in questione, sotto il profilo della legittimità della sua unica fonte di ispirazione e di legittimazione (la sentenza del Tribunale supremo militare del 1954 su citata), è costituito dall’orientamento consolidato della Corte di Cassazione, con pronunce anteriori e posteriori al 1954, sulla specifica questione della “belligeranza” delle forze armate fasciste repubblicane (su tutte la sentenza delle Sezioni Unite del 7 luglio 1945), nonché, più in generale in materia di delitti di “aiuto al nemico” (art. 51 c.p.m.g.) e di “aiuto al nemico nei suoi disegni politici” (art. 58); orientamento che smentisce radicalmente le tesi, tanto care agli aspiranti riformatori della storiografia e della legislazione nazionali, della sentenza - manifesto dell’organo militare del 1954 (nella quale, peraltro, la stessa qualifica di belligeranti, munificamente elargita ai miliziani del duce, veniva emblematicamente negata ai partigiani).

A questi dati giuridici di carattere inconfutabilmente positivo, se ne possono aggiungere altri ancora in fieri, il che vuol dire attuali, ma non per questo meno significativi; tutt’altro.

Il più rilevante dei quali è che, forse, prima di attribuire riconoscimenti di Stato ai “combattenti” di Salò, bisognerebbe aspettare gli esiti dei lavori della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi ai crimini nazifascisti”, istituita con legge 15 maggio 2003, n. 107, ed oggi in piena attività; nonché degli stessi processi penali da poco iniziati, in specie quello innanzi al Tribunale militare di La Spezia, sugli eccidi commessi dalle truppe naziste in tutto il territorio nazionale, ma in particolare nell’Appennino tosco-emiliano, in ordine a ipotesi, più che verosimili oltre che diffusissime, di concorso negli stessi orrendi reati da parte di collaborazionisti italiani.

In pratica, ben potrebbe accadere che un repubblichino della banda Koch piuttosto che della Decima Mas venga prima riconosciuto “militare belligerante” dall’aula del Parlamento italiano, con quel che può derivarne in termini di gratificazioni morali e materiali, e poi venga riconosciuto responsabile da una Commissione dello stesso Parlamento o da parte di un Tribunale della Repubblica di aver concorso a devastare un intero paese e a massacrare la relativa popolazione civile, com’è accaduto a S. Anna di Stazzema.

Il grande libro nero del revisionismo storico si accinge, in questo Paese, a registrare la scrittura dell’ennesimo, indecoroso capitolo.

L’unico modo per impedirlo è che ogni uomo ed ogni donna sinceramente amante della libertà e della Costituzione provi con ogni mezzo democratico a sua disposizione a colmare l’abissale “vuoto di memoria” in cui questa nazione sembra precipitata da tempo immemorabile.

Dal basso ed in prima persona, senza cedere alle solite, soavi lusinghe della delega : perché il primo lascito morale degli uomini e delle donne che dopo l’ 8 settembre 1943 accettarono di sconvolgere e di rischiare la propria vita e salirono in montagna per combattere contro “il tedesco invasore” ed i suoi “collaborazionisti” fascisti è il dovere della scelta individuale, l’etica della responsabilità personale.

E perché uno dei primi capitoli di quel libro ignobile è stato scritto da un esponente di primissimo piano della sinistra parlamentare quando occupava un’altissima carica istituzionale. Il titolo è: “i ragazzi di Salò”.

Fasano, 21\4\2005

Stefano Palmisano

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Postato il 07/09/2006  


Sull'omicidio Biagi

Si, l'assassinio di Bologna è anche e soprattutto quello che Michele Di

Schiena lucidamente indica all'inizio del suo commento; ma non è solo

quello, purtroppo.

O quantomeno bisogna provare a ricostruire "il contesto", per usare,

ahimè, nuovamente questa inquietante locuzione-categoria sciasciana, e

soprattutto a mettere in sequenza questo fatto ed altri, tanti altri,

analoghi che lo hanno preceduto nella storia e, doppio ahimè, nella cronaca.

Non so se la domanda che evoca Michele Di Schiena, "a chi giova?," sia

emblema di una "logora logica", forse è per questo, allora, che provo a

pormi ed a porre a tutti\e i\le compagni\e di lotta repressa (non

propriamente nel senso di inibizioni cerebrali dei compagni) qualche altra

domanda ed alcuni desiderata: ma com'è che ogni volta che nella società un

pò di persone

(mettiamola molto leggermente) stanno provando a sgranchirsi le gambe per

farsi una camminata di gruppo nel centro di qualche grossa città, dopo

un'achilosi pluridecennale, o, peggio, un altro pò di persone, in qualche

fabbrica o altro posto di lavoro, stanno riprovando un'ancor più vetusta e

obliata posizione delle braccia, ad incrocio, allora si sentono, con la

puntualità di un orologio svizzero, ma sarebbe più esatto dire di un timer,

scoppi, spari, tricchetracche e castagnole?

Com'è che non passa occasione importante nella vita politico- istituzionale

del paese senza che da quelle mefitiche e venefiche cloache del potere, che

si chiamino servizi segreti piuttosto che Panorama, piuttosto che, triplice

ahimè,

procure della repubblica (ovviamente solo alcune, per non dire una in

particolare,

che si affaccia sul Tevere), non venga sapientemente distillato e

zelantemente servito al colto ed all'inclita qualche schizzo di merda e

veleno, che assume le forme di una velina di allarme o di un oscuro

avvertimento o di qualche "svolta nelle indagini", cui segue qualche

"arresto clamoroso?.

Stiamo ancora aspettando di capire perchè si è scientemente

e ferocemente aggredita per mano togata due anni fa l'esistenza di un

ragazzo romano di nome

Alessandro Geri, additato per vari giorni, in quella lurida gogna

ontologicamente bipartisan nella sua siconfantesca cialtroneria che sono i

"mass media", come "uno dei killer di D'Antona".

Stiamo aspettando di sapere

dagli stessi soggetti che li hanno immortalati un anno fa, poche settimane

prima delle elezioni politiche, come banda di terroristi assassini (sempre

di D'Antona, ovviamente), di che cosa e perchè sono accusati esattamente gli

uomini e le donne di Iniziativa Comunista; a partire da quel querulo e degno

predecessore dell'odierno pistolero del Viminale, nonchè brillante ideatore

di zone rosse, che subito dopo "la brillante operazione di polizia" che

aveva portato in galera i pericolosissimi organizzatori di attentati via sms

si lanciava in fieri proclami sui "durissimi colpi inflitti

all'organizzazione terroristica".

Stiamo ancora aspettando di conoscere

l'identità dell'eroica avanguardia marxista-leninista che ha ideato e

realizzato l'omicidio D'Antona proprio quando le piazze si

erano di nuovo riempite di uomini e di donne, di comunisti e di cristiani,

di laici

e di credenti, di centri sociali e di associazioni, schifati, indignati e

straziati per l'infame massacro perpetrato sulla carne del popolo jugoslavo

(non dal governo Berlusconi).

Siamo in fervida attesa di sapere i nomi, le storie politiche, il curriculum

militante degli "antimperialisti" fondatori degli omonimi "nuclei

territoriali" del nord-est che perpetrarono la fulgida azione neo-partigiana

della bomba al Tribunale di Venezia proprio qualche giorno dopo quello che

rimane l'evento politico di massa più significativo e "promettente" degli

ultimi decenni in Italia, le manifestazioni di Genova, i cui protagonisti

proprio per questo furono fatti oggetto della nota mattanza. Bomba che,

naturalmente, ribaltò radicalmente i ruoli in commedia e quel movimento

dovette dismettere i panni insanguinati da accusatore che si era trovato

addosso dopo i massacri realizzati su ragazzini inermi dagli eroi in assetto

antisommossa per indossare nuovamente quelli, sempre insaguinati, perchè le

ferite erano ancora materialmente aperte, ma in compenso pure infamanti, di

accusato in quanto "brodo di cultura" dei bombaroli. Sicut erat in votis.

Trepidiamo all'idea di guardare in faccia i gloriosi proletari rivoluzionari

che una ventina di giorni fa riuscirono mirabilmente a far saltare in aria

nientemeno che un motorino nei pressi del Viminale, manco a farlo apposta

tre giorni dopo che una manifestazione di protesta contro il governo di

centro-destra indetta da una rivista che leggono in tutt'Italia solo Flores

D'Arcais e i componenti del suo nucleo familiare e che aveva portato a

Milano

40.000 persone. Esplosione, peraltro, formidabilmente preconizzata da quella

novella sibilla cumana del ministro di giustizia che capirà di diritto

quanto chi scrive può capire di ingegneria civile ma in compenso se si desse

all'aruspicina avrebbe una carriera davanti a sè.

Ed oggi, per l'appunto, vorremmo, vorremmo, fortissimamente vorremmo,

conoscere questi ardimentosi costruttori del "Partito Comunista Combattente"

che si coprono di gloria rivoluzionaria sparando alle spalle di un uomo

disarmato e che se ne va in giro in bicicletta; proprio a cinque giorni di

distanza da una manifestazione di lotta sindacale che promette, o minaccia,

a seconda dei punti di vista, di riempire di nuovo il Circo Massimo con una

fiumana di uomini e di donne. Una fiumana che ricorderà molto da vicino,

anche geograficamente, un'altra marea umana che fece tanto piangere

l'inceronato titolare della tessera 1816 della Loggia P2, con conseguente

dilagante

scioglimento di gran parte del cerone medesimo.

Noi vorremmo conoscerli

queste prodi

avanguardie di lotta che colpiscono nell'ombra e da tergo; vorremmo sapere

se vengono da Rifondazione Comunista, o dai Cobas, se non proprio dalla rete

di Lilliput; vorremmo sapere a quante e quali manifestazioni di massa hanno

partecipato, vorremmo sentire dalla loro viva voce un'allocuzione

politico-antagonista, dopo che abbiamo potuto ammirarne le analisi ed il

lessico contenuto in quei mirabili documenti - collage che vengono

aggiornati ogni tre anni, giusto ogni som-movimento che nasce nella società.

Non che vi fosse bisogno di questo ennesimo fatto di sangue per averne la

certezza, ma ormai è uno schema fisso; non si salva nulla e nessuno che

provi a muoversi nella società per fare qualcosa che vada oltre la ola negli

stadi.

Pacifisti o antagonisti (no global mi dà veramente di

telericoglioniti, tenendo conto che ce l'hanno appioppato loro questo

macchiettistico nomignolo), girotondisti (oggi, comunque la si pensi, sono

un movimento di opposizione anche loro, ed i berlusconidi lo hanno capito

bene; molto meglio di tanti compagni e di tante compagne) o lavoratori, non

c'è un movimento apparso in questi ultimi anni sulla scena politica (a

tacere, per esclusive ragioni di spazio e di tempo, di quanto è successo

negli anni appena meno recenti ad altri movimenti, e che, però, è abbastanza

facile dedurre che non sia proprio sganciato dall'oggi) che non abbia

ricevuto il suo benvenuto; verrebbe da pensare ad una sorta di comitato di

ricevimento appositamente costituito per le onoranze (spesso funebri) al

diritto di associazione politica e di manifestazione del dissenso; comitato,

ovviamente, rigorosamente trasversale ai vari governi.

Pasolini scriveva una trentina di anni fa che lui sapeva chi e perchè aveva

messo le bombe, chi aveva fatto le stragi, chi aveva versato tanto sangue

innocente; ma confessava amaramente di non poter dimostrare tutto questo

perchè non aveva le prove e perchè lui era solo un'intellettuale.

Molti di noi sanno quello che sapeva Pasolini, non hanno ugualmente le

prove, e perdipiù non sono nemmeno intellettuali. Ma non per questo

smetteranno di cercarle quelle prove, fossero anche mere "prove logiche",

che sono le uniche cui possano aspirare "il popolo e gli intellettuali", per

usare la principale bipartizione pasoliniana.

E lo faranno per arrivare alla

verità che se non è sempre rivoluzionaria, quantomeno nel senso più pieno e

classico del termine, resta, comunque, un "obiettivo di transizione" non da

poco.

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Postato il 25/08/2006  


Insegnate ai bambini

Insegnate ai bambini che trentasei anni fa c’erano tanti giovani diversi, migliori; che si sarebbero sentiti vivi e felici solo se lo fossero stati anche tutti i loro simili.

Insegnate ai bambini che quei giovani la notte si addormentavano con la speranza che la mattina dopo si sarebbero svegliati in un mondo migliore, più giusto; e con la certezza che ognuno di loro avrebbe fatto qualcosa per creare quel mondo migliore e più giusto. Insieme agli altri.

Insegnate ai bambini che quei giovani, per costruire quel mondo, avevano imparato a lottare divertendosi e a divertirsi lottando. Nelle scuole, nelle università, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle parrocchie.

Insegnate ai bambini che la passione, la vitalità, l’idealità, l’innocenza di quei giovani furono violentate, uccise un pomeriggio di dicembre. A Milano. In una banca. Da coloro che non volevano un mondo migliore, che difendevano il mondo peggiore; che non volevano che quei giovani lottassero, che si divertissero in un modo diverso da quello “normale”, in quel modo diverso. Pur di difendere il mondo peggiore.

Insegnate ai bambini che quel pomeriggio di dicembre coloro che difendevano il mondo peggiore non esitarono a uccidere, con l’innocenza di quei giovani, in quella banca, diciassette vite umane inermi; che in quel momento compilavano un bollettino di conto corrente; che versavano l’incasso di una giornata di lavoro; che prelevavano i soldi per gli acquisti di Natale.

Insegnate ai bambini che, dopo che ebbero ucciso l’innocenza di quei giovani ed il corpo di quelle persone, coloro che difendevano il mondo peggiore vollero uccidere anche la dignità ed il corpo di altre persone: giovani, innocenti, idealiste. In un altro modo. Senza bombe. Con la galera. Con il complotto. Con l’esecrazione suscitata nelle persone “normali”. Pur di difendere il mondo peggiore.

Insegnate ai bambini che queste altre persone erano colpevoli esclusivamente di credere in una società retta solo dalle leggi della giustizia, della fratellanza, dell’amore.

Insegnate ai bambini che una di queste persone faceva il ballerino, un’altra il ferroviere. Era facile trentasei anni fa, e forse ancor oggi, ordire un complotto contro un ballerino e contro un ferroviere. Giovani. Innocenti. Anarchici.

Insegnate ai bambini che quel ballerino fu tenuto in galera tanti anni; fu descritto come un mostro; fu additato al pubblico orrore. Giovane. Innocente. Anarchico.

Insegnate ai bambini che il giornalista che, in televisione, leggendo una velina della questura di Milano, disse, per primo, di quel ballerino: “è stato catturato il mostro”, ha il cognome come il nome di un insetto. Che ronza molesto ancor oggi in televisione; nelle case di milioni di persone normali. Ogni sera. Porta a porta.

Insegnate ai bambini che quel ferroviere fu sequestrato per tre giorni nella questura di Milano; fu circuito; fu tormentato; fu torturato perché ammettesse una colpa tremenda che non aveva commesso: l’uccisione di quelle diciassette persone.

Insegnate loro che dopo tre giorni di quelle torture, di notte, quel ferroviere ebbe un malore e cadde dalla finestra di una stanza al quarto piano della questura, sfracellandosi al suolo. Uno strano malore, un “malore attivo”; che lo fece cadere a peso morto sul selciato. Come incosciente. Come chi ha ricevuto dei colpi di karate. Ed ha perso i sensi. E viene portato vicino ad una finestra. E cade. Dalla finestra di una stanza ove sono agenti esperti di karate. In un ufficio di polizia diretto da chi era già stato a capo di un campo fascista per oppositori politici, trent’anni prima. E diventa la diciottesima vittima.

Insegnate ai bambini che quelli che spiano per conto di coloro che difendevano il mondo peggiore sapevano già poche ore dopo chi poteva aver messo quella bomba; chi poteva aver ucciso quelle diciassette persone. Ma non lo dissero. Mentirono. Mestarono. Depistarono. Protessero i colpevoli, fascisti. Perseguirono gli innocenti, anarchici. Ingannarono i magistrati che indagavano; le vittime che soffrivano; i giusti che trepidavano; la democrazia che moriva.

Insegnate ai bambini che per la strage di quelle persone si sono fatti undici processi. Per individuare alcuni colpevoli dopo che li si era assolti per sempre; altri dopo che erano fuggiti all’estero. Per vedere spioni di Stato ricercati da magistrati dello Stato e aiutati da altri pezzi di Stato a sfuggire alla cattura ordinata da quel primo pezzo di Stato. Per vedere avvocati difendere le vittime e poi i carnefici; e poi diventare presidenti di commissioni parlamentari sulla giustizia. Per vedere assassinare la giustizia; insieme a quei diciotto innocenti.

Insegnate ai bambini che per queste e per mille altre ragioni la strage di Piazza Fontana è una strage di Stato.

Insegnate ai bambini che per questa ragione lo Stato, il nostro Stato, di regola si autoassolve da questo crimine, da questi omicidi. Come da tanti altri: da quelli di Portella della Ginestra, di Reggio Emilia, di Avola, di Battipaglia, di Pino Pinelli, di Saverio Saltarelli, di Roberto Franceschi, di Piero Bruno, di Giannino Zibecchi, di Giorgiana Masi, di Carlo Giuliani….

Insegnate ai bambini il nome, il volto di uno soltanto di tutti quei morti di Stato; la storia della loro vita. Spesso è il modo migliore per capire le ragioni della loro morte.

Insegnate ai bambini che la lettura del grande libro della memoria non tollera salti: bisogna leggerle tutte le pagine, prima di girarle, per capire l’ultima. Quella che stiamo vivendo noi.

Insegnate ai bambini che non esistono diritti conquistati per sempre, democrazie incrollabili, libertà inattaccabili; che questi valori vanno difesi ogni giorno. Con la passione civile, con l’intelligenza sociale, con la lotta democratica. Come quelle di quei giovani di trentasei anni fa.

Fasano, 6\5\2005

Stefano Palmisano

“Certo che non è per la violenza, è partigiano della fratellanza universale, lui vuole soltanto una società più umana” (Camilla Cederna, “Pinelli, Una finestra sulla strage”)

“Dopo trent’anni le stragi sono ancora e sempre ‘impunite’. È un’espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe , se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del ‘pentimento’ e l’approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?” (Bim – Leoncavallo – Odradek, dalla Nota editoriale della riedizione del 1999 de “La strage di stato”)

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Postato il 22/06/2006  


 

 

 

 

Studio legale penalista Stefano Palmisano