Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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Inquinamento elettromagnetico e principio di precauzione: dal Tar Sicilia un provvedimento che fa bene alla salute.

“La priorità e l’assoluta prevalenza in subiecta materia del principio di precauzione (art. 3 ter d. lgs 3 aprile 2006, n. 152) nonché dell’indispensabile presidio del diritto alla salute della comunità di Niscemi, non assoggettabile a misure anche strumentali che la compromettano seriamente fin quando non sia raggiunta la certezza assoluta della non nocività del sistema MUOS.”

Così Tar Sicilia – Sez. I, in un’importantissima ordinanza (9\7\2013, n. 469) resa pochi giorni fa nella spinosa vicenda dell’installazione nel territorio di Niscemi (CL) del sistema di comunicazione satellitare della marina militare USA denominato Muos.

La storia è nota.

Due amministrazioni dello Stato, l’una contro l’altra armate: la Regione Sicilia e il Ministero della difesa.

La prima revoca l’autorizzazione, fornita in precedenza, ai lavori di realizzazione del sistema d’arma su citato, dato che dell’insediamento militare in questione, ed in particolare delle onde elettromagnetiche che dallo stesso si sarebbero certamente propagate, non è certa l’ innocuità in termini di possibili effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute pubblica.

Il Ministero impugna innanzi all’Organo di giustizia amministrativa isolano il predetto provvedimento regionale di revoca, chiedendone anche, in via cautelare, la sospensione dell’efficacia.

Il Tar, pronunciandosi su quest’ultima istanza del ricorrente, afferma perentoriamente il nodale principio giuridico riportato in apertura; fondamentale anche in forza della sua possibile “vis espansiva” ad un serie di ulteriori specifici contesti riconducibili al più generale ambito della tutela della salute pubblica da possibili fonti di rischio massivo.

Su queste basi, naturalmente, i giudici amministrativi rigettano l’istanza di sospensione cautelare del provvedimento gravato proposta dal Ministero.

Il difficile mosaico della tutela legale dell’ambiente e della salute pubblica dal rischio inquinamento elettromagnetico, quindi, si arricchisce di un nuovo importante tassello.

E’ il caso di rammentare qui solo alcuni tra i passaggi più significativi, compiuti negli ultimi anni, della complessa realizzazione (per via, ahimè, ancora solo giudiziaria e non anche legislativa) di questo apparato legal-difensivo, spesso non proprio agevolata, per ricorrere ad una pietosa litote, da vari ambienti che, di solito, presentano macroscopici conflitti d’interesse; com’è successo, peraltro, in passato in altre analoghe vicende implicanti la conoscenza di nuove, temibili, fonti di rischio per l’ambiente e per la salute pubblica e la relativa difesa di questi ultimi: dal fumo di sigarette all’amianto, dal benzene al cvm.

In ordine cronologico, ci si riferisce, anzitutto, ad un arresto della S. C. del 2008.

Investita di un ricorso avverso una sentenza della Corte d’appello di Bologna che aveva condannato un soggetto per il reato di lesioni colpose da onde elettromagnetiche derivanti da un elettrodotto Enel, la Cassazione riepilogava in questi termini il percorso motivazionale della pronuncia impugnata: “La sentenza ritiene esistente e provato il nesso di causalità tra la condotta (omissiva e commissiva) del Balli richiamando rilevazioni statistiche, le conclusioni di studi scientifici, riguardanti il rapporto tra cefalea ed esposizione a campi magnetici, la accertata remissione delle cefalee all'atto dell'allontanamento dalla zona prossima all'elettrodotto, l'alta probabilità della causalità testimoniata dal dato statistico relativo ad undici osservazioni sul campione di 15 esaminati fra gli abitanti in prossimità dell'elettrodotto.”

Proseguivano, poi, i supremi giudici scandagliando anche la questione dell’elemento psicologico: “La sentenza ritiene accertata la esistenza dell'elemento soggettivo necessario al perfezionamento della ipotesi criminosa. La sentenza che costituisce nel suo percorso giustificativo, unico compendio motivazionale con quella di primo grado, per un verso da' conto della inosservanza delle regole circa le distanze degli elettrodotti dalle case abitate e per altro non può ricevere censura per aver accertato una colpa anche generica consistita nel progettare e gestire l'elettrodotto con danno della salute degli abitanti delle case poste in prossimità dei tralicci e della linea, danno la cui rilevanza penale mai sarebbe stata rimossa dal rispetto di norme regolamentari minime inidonee a elidere il diritto costituzionale alla salute e la tutela penale della integrità fisica dei cittadini.”

La valutazione della Corte di legittimità era secca: “La sentenza impugna ha fatto attenta applicazione, pur nella sua necessaria brevità motivazionale, dell'insegnamento di SU 30328/2002.” (la c.d. “sentenza Franzese”, ndr).

La conclusione non poteva esser diversa: “Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.” (Cass, IV Sez. pen., n. 33285 del 11/08/2008).

Il secondo elemento che mette conto evidenziare in questo “cronaca” è costituito dalle conclusioni della perizia del dott. Andrea Micheli, dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, depositata nel novembre 2010 alla fine di un lunghissimo incidente probatorio effettuato nel procedimento penale ancora pendente innanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma per le presunte morti e malattie causate dalle onde elettromagnetiche emesse da Radio Vaticana.

Per l’elaborato scientifico in questione, “lo studio MARCONI suggerisce che vi sia stata una associazione importante, coerente e significativa, tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini, e che le strutture di MariTele, in modo limitato e additivo, abbiano plausibilmente contribuito all'incremento di quel rischio. [….] Lo studio MARCONI suggerisce che l'esposizione di lungo periodo (oltre 10 anni) alle antenne di Radio Vaticana sia stata associata ad un eccesso di mortalità per leucemia…”

Infine, è dell’ottobre del 2012 l’ultimo, fondamentale, elemento di questa rassegna.

Si tratta di una sentenza della Cassazione civile – Sezione lavoro cui era stata sottoposta, una pronuncia della Corte d’appello di Brescia (la n. 614 del 10 dicembre 2009) che aveva condannato l’Inail in un giudizio relativo ad una richiesta di indennità per malattia professionale formulata vanamente allo stesso istituto assistenziale da un dirigente d’azienda ammalatosi di neurinoma del ganglio di Gasser, un tumore benigno che colpisce i nervi cranici, in particolare il nervo acustico, anche a causa di una lunga esposizione alle onde elettromagnetiche di un telefono cordless e di un telefono cellulare che il ricorrente usava sul posto di lavoro per varie ore al giorno.

Nella motivazione del provvedimento della Corte territoriale, si poteva leggere il seguente, illuminante, passaggio: “Un ruolo quindi, almeno concausale, delle radiofrequenze nella genesi della neoplasia che ha patito il sig. Marcolin è ‘probabile’ (probabilità qualificata).”

Orbene, il S. C., sullo specifico punto, ha statuito che “neppure è dato rilevare il preteso e denunciato vizio di mancanza di consequenzialità logica e di motivazione in ordine alle conclusioni della probabilità qualificata di un ruolo almeno concausale delle radiofrequenze nella genesi della neoplasia per cui è causa, posto che tale giudizio, come diffusamente esposto nello storico di lite, non discende dalla mera indicazione delle conclusioni (evidentemente difformi) a cui era pervenuta la ricordata review della The International Commission on Non-lonizing Radiation Protection, ma, piuttosto, dai riscontri di altri studi a carattere epidemiologico svolti al riguardo.” (Cass. civ. Sez. lavoro, 12/10/2012, n. 17438)

Su queste basi, pertanto, la Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Inail e confermato la sentenza di condanna della Corte d’appello.

Questo “il mosaico” giurisprudenziale cui si faceva cenno, che, con l’ordinanza del Tar Sicilia sopra esaminata, si arricchisce anche di un altro qualificante tassello amministrativo e, quindi, tocca ormai tutte le branche del diritto.

Un mosaico la cui costruzione deve necessariamente tener conto di un altro, se possibile ancor più faticoso e, spesso, sabotato, “collage”: quello della progressione delle acquisizioni scientifiche nella materia delle possibili conseguenze sull’ambiente e sulla salute umana delle onde elettromagnetiche.

E’ un rapporto delicato, scivolosissimo, quello che gli uomini e le donne di giustizia devono instaurare con quelli di scienza (perché alla fine di questo si tratta, sostanzialmente: di un rapporto tra persone afferenti a campi scientifici differenti) in queste questioni nodali per la tutela di beni giuridici primari come quelli che ci occupano.

Da un lato i primi non devono certamente arrogarsi il potere di “fare scienza” nei loro provvedimenti giudiziari, che non sia quella giuridica, e, laddove il loro decidere comporti la soluzione di questioni tecnico – scientifiche, dovranno necessariamente ricorrere all’ausilio di consulenti e periti detentori di quel sapere scientifico necessario a risolvere la specifica questione oggetto del giudizio.

D’altro canto, essi devono, comunque, dotarsi di strumenti culturali e, stricto sensu, scientifici tali da consentire loro di padroneggiare, per non dire di non rimanere in balia di, i loro periti e, soprattutto, i consulenti tecnici di parte; specie quando questi ultimi buttino sul piatto della bilancia il peso soverchiante dei loro titoli accademici.

In pratica, i giudicanti dovranno mettersi nella condizione di garantire che la nota formula del giudice come “peritus peritorum” non rimanga una vuota clausola di stile.

In questo senso, un esempio significativo viene proprio dalla su citata sentenza della Corte d’appello di Brescia che, nella valutazione dell’attendibilità di due opposti studi scientifici addotti dalle parti sulla questione di fatto a base del processo (l’accertamento del nesso causale tra la massiccia esposizione del lavoratore alle onde elettromagnetiche e l’induzione del neurinoma del ganglio di Gasser), ha avuto il grande merito di riconoscere e statuire un primo, necessario seppur insufficiente, canone ermeneutico: “Inoltre, a differenza dello studio della Iarc, co-finanziato dalle ditte produttrici di telefoni cellulari, gli studi citati dal dott. Di Stefano (ctu, ndr) sono indipendenti.” (cit.)

Questo innovativo, per non dire rivoluzionario, riferimento all’indipendenza dello studio scientifico come criterio d’interpretazione dell’attendibilità dello stesso, ha trovato, infine, il più autorevole dei sigilli di fondatezza anche nella sentenza, pure citata, con cui la Cassazione ha confermato la pronuncia della Corte territoriale: “L'ulteriore rilievo circa la maggiore attendibilità proprio di tali studi, stante la loro posizione di indipendenza, ossia per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari, costituisce ulteriore e non illogico fondamento delle conclusioni accolte.” (cit.)

Un grande medico e uomo di scienza del secolo scorso, Giulio Antonio Maccacaro, padre nobile della categoria di “prevenzione primaria”, intesa come rimozione delle possibili cause ambientali di malattia come unica forma di reale tutela della salute pubblica nella c.d. “società del rischio”, aveva coniato l’icastica locuzione: “trasferire l’onere della prova dalle persone alle cose”.

Con ciò egli voleva affermare il principio che non dovessero essere le comunità che temevano ragionevolmente che dall’esposizione di se stesse e\o del loro territorio ad una data fonte di rischio potessero derivare danni per la loro salute o per l’ambiente in cui vivevano a dover provare scientificamente l’effettività e l’intensità del pericolo. Dovevano, invece, essere, secondo la teoria di Maccacaro, i produttori o i gestori della potenziale fonte di rischio a dover provare scientificamente l’innocuità della stessa e, pertanto, l’infondatezza dei timori delle collettività esposte.

Quando un Tribunale amministrativo regionale della Repubblica, in una vicenda, peraltro, estremamente delicata ed emblematica, statuisce “la priorità e l’assoluta prevalenza in subiecta materia del principio di precauzione (art. 3 ter d. lgs 3 aprile 2006, n. 152) nonché dell’indispensabile presidio del diritto alla salute della comunità di Niscemi, non assoggettabile a misure anche strumentali che la compromettano seriamente fin quando non sia raggiunta la certezza assoluta della non nocività del sistema MUOS”, non fa altro, meritevolmente, che “trasferire l’onere della prova dalle persone alle cose.”

E’ una buona notizia per la salute pubblica.

Ma, soprattutto, è la doverosa, ma non per questo meno apprezzabile, conclusione giuridica di un Tribunale di una Repubblica che, nella sua Carta costituzionale, “tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività”.

Fasano, 24\7\2013

Stefano Palmisano

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Postato il 05/08/2013  


Decreto “del fare” e ambiente: un’altra storia semplice.

Chi l’ha detto che per riformare la Costituzione è necessario seguire il lungo, pedante ed antieconomico iter previsto dall’art. 138 della stessa Carta?

Ma perché mai il governo delle “larghe intese” si dovrebbe far impigliare nella pania della “doppia lettura”, della maggioranza qualificata, del rischio di referendum (che poi, com’è successo nel 2006, finisce pure che l’elettorato antipolitico e divisivo non colga la grandezza dell’opera riformatrice dei nuovi padri e soprattutto padrini costituenti della nazione e bocci “la grande riforma”) e da tutti gli altri analoghi lacci e lacciuoli ideati da quei noti sfaccendati che redassero la Carta del 1948?

Se non si ammirano all’opera su questioni così stringenti e prioritarie nella coscienza civile del paese, come la riforma, “di fatto” o di diritto, della Costituzione, a che serviranno mai queste agognatissime larghe intese, per raggiungere le quali si è imposta, dai colli più ermi ed erti, un’interpretazione vagamente “minimalistica” delle elezioni politiche e, soprattutto, delle posizioni ufficiali dei “contendenti” (si fa per dire) in campagna elettorale?

Dov’è scritto, insomma, che per avere per una Costituzione finalmente degna delle classi dirigenti, a partire da quelle immortalate nel citato governo, di questo paese sempre riottoso al nuovo, bisogni sprecare tanto tempo e tante risorse, impedendo alle citate, nobili, élites di fare di questa nazione, finalmente, una nazione avanzata ed efficiente, tipo, per dire, l’Egitto e la Turchia?

Qualche ingenuo, o qualche irredimibile tardo-soviettista, potrebbe obiettare: è scritto proprio nella Costituzione, all’art. 138, per l’appunto, che disciplina dettagliamente il meccanismo di revisione costituzionale.

Ma sarebbe ben misera e ideologica obiezione: è del tutto ovvio, infatti, che la Costituzione è in solare conflitto d’interessi in ordine alle possibilità e alle procedure della sua riforma.

Si sa come sono fatte le Costituzioni: sono conservatrici, tendono ad autoperpetuarsi.

Mica sono dinamiche, democratiche e soprattutto fondate sul merito come le classi dirigenti, specie quelle di questo paese; come attesta, mirabile paradigma, la stessa composizione del citato esecutivo della Repubblica!

Per fortuna, il legislatore, sia quello parlamentare sia, ancor più, quello governativo per decreto - per le ovvie, sistematiche, ragioni di “necessità e urgenza” (con l’indefettibile sostegno successivo delle apposite Camere) - fedele nei secoli agli “ottimati” socio – economici di questo paese assai più che alla Carta medesima, a volte si produce in perspicue intuizioni legislative per smuovere un po’ le acque della morta gora costituzionale e soprattutto “rilanciare l’economia”, ça va sans dire.

Questo è quello che il provvidenziale legislatore di governo, guidato dal nipote di suo zio, sta provando a fare con il c.d. “decreto del fare”, o almeno con taluna delle più pregiate perle normative contenute nel testo legislativo “necessario e urgente” in questione che fanno strame, in un solo colpo, di masse di principi costituzionali.

E’ il caso di una norma, contenuta nel titolo dedicato, neanche a dirlo, alle “semplificazioni”, e più precisamente alle “misure per la semplificazione amministrativa”, che riformula un articolo del Testo unico ambientale, il 243, in materia di “gestione delle acque sotterranee emunte”, in questi termini: “Nei casi in cui le acque di falda contaminate determinano una situazione di rischio sanitario, oltre all'eliminazione della fonte di contaminazione ove possibile ed economicamente sostenibile, devono essere adottate misure di attenuazione della diffusione della contaminazione [….]”

Orbene, l’incidentale sottolineato, nella sua benemerita tensione “semplificatrice”, d'emblée abbatte come birilli una serie di disposizioni costituzionali, nell’ordine:

1) I’art. 2, che statuisce il principio “personalistico” della Costituzione, ossia quello per il quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” In pratica, afferma la Carta, la persona e i suoi diritti inviolabili vengono prima di tutto il resto; anche prima dei bilanci delle corporations che contaminano le acque di falda. E tra quei diritti inviolabili non pare forzatura interpretativa di conio bolscevico rinvenire anche quello alla salute.

2) l’art. 9, che prevede la tutela del paesaggio, e che, insieme all’art. 32, è stato ritenuto la base costituzionale del cosiddetto “diritto all’ambiente salubre” (“L'ambiente é protetto come elemento determinativo della qualità della vita. La sua protezione non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, ma esprime l'esigenza di un habitat naturale nel quale l'uomo vive ed agisce e che é necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini, secondo valori largamente sentiti; é imposta anzitutto da precetti costituzionali (artt. 9 e 32 Cost.), per cui esso assurge a valore primario ed assoluto.”, Corte Cost. n. 641\1987).

3) l’art. 41, c. 2, per cui “L’iniziativa economica privata [….] Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Quanto possa esser compatibile con “l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà e la dignità umana” il lasciare tranquillamente in essere la “fonte di contaminazione” delle acque di una collettività lo si lascia valutare a chi legge.

4) l’art. 42, c. 2, per il quale “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.”

5) e infine, dulcis in fundo, l’art. 32, c. 1, che sancisce che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività”.

Su quest’ultimo precetto costituzionale e sul suo rapporto non proprio armonioso con la mirabile norma del “decreto del fare” in esame, pare francamente superflua ogni glossa.

Solo una nota di colore, utile a far brillare della sua stessa luce la squisita sensibilità costituzionale del “legislatore del fare” su una questione della levatura della tutela della salute pubblica: nel testo di legge sopra riportato non si prende in considerazione un generico “rischio ambientale” (che pure, come dovrebbe esser ormai acquisito, “qualche effetto” sulla salute pubblica di solito lo comporta), si fa, invece, espresso riferimento, con meritoria sincerità, ad una “situazione di rischio sanitario”.

In pratica, chi ha redatto questo autentico cameo legislativo in sede governativa e chi lo approverà in ambito parlamentare non potrà neanche intorbidare le acque (per rimanere in tema) con i consueti approcci di basso profilo, per non dire apertamente mistificatori, sulla residualità delle questioni ambientali e sulla loro recessività di fronte alle sacre istanze dell’economia e della crescita; chi ha ideato questa norma e chi la voterà sa e saprà benissimo che essa incide direttamente su un “rischio sanitario”, ossia sulla salute e sulla malattia delle persone che vivono in un dato territorio. Sulla loro vita e sulla loro morte.

E quel legislatore, quello governativo e, di risulta, quello parlamentare, non potranno neanche accampare l’altrettanto bolso alibi per cui “ce lo chiede l’Europa”.

Perché se c’è una cosa che chiede l’Europa è che “chi inquina paghi” (art. 191 Trattato di Lisbona).

Ai tempi in cui regnava incontrastato l’organizzatore di cene eleganti (tempi remoti, com’è noto; oggi è cambiato tutto), sulla “riforma” dell’art. 41, c . 2, della Carta, sulla rimozione, o comunque sul sostanziale ridimensionamento, della clausola di salvaguardia lì contenuta dell’utilità e della sicurezza sociale si faceva solo “ammuina”: proclami chiassosi che sortivano l’ovvio effetto di svegliare per breve tempo anche i più narcolessici tra gli studiosi e “l’opinione pubblica”, con la conseguenza che si faceva tanto rumore per nulla.

Oggi non è più così.

Oggi c’è il governo del fare.

E il governo fa.

In maniera schiva e riservata, clandestina quasi, ma, dal suo punto di vista, assai efficiente.

In nome della semplificazione, della semplicità.

Si narra che il teologo riformatore boemo Jan Hus, antesignano per molti versi di Martin Lutero, vedendo una vecchietta che, per stoltezza, aggiungeva legna al rogo sul quale egli stava per essere arso, proferì la nota espressione “o sancta simplicitas!” (o santa semplicità!).

Gli uomini e le donne amanti della Costituzione e sensibili alla tutela dell’ambiente e della salute pubblica devono esser assai vigili in questo periodo, anche e soprattutto nei confronti di parole d’ordine in sé difficilmente contestabili, al punto da diventare veri e propri mantra politico – culturali, come, per l’appunto, quella della “semplificazione”.

In caso contrario, si rischia di lasciar alimentare, e non solo da zelanti vecchiette, il rogo sul quale brucerà quel che resta dei diritti fondamentali esistenti in questo paese.

Fasano, 8\7\2013

Stefano Palmisano

“Per ogni problema complesso, c'è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata” (G. B. SHAW)

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Postato il 08/07/2013  


Habeas corpus

Che tu abbia il tuo corpo! Vivo, possibilmente.

Non conosco il processo per la morte di Stefano Cucchi, dunque non so se la sentenza che ha assolto alcuni degli imputati, quelli in divisa, sia giusta o meno.

Conseguentemente, mi guardo bene dall’avventurarmi in giudizi sul merito del giudizio.

Commentare le sentenze e i provvedimenti giudiziari in genere è certamente espressione del fondamentale diritto costituzionale di manifestazione del proprio pensiero.

Tuttavia, se, quando si esercita quel diritto in merito alle “cose della giustizia”, più precisamente in ordine ad un processo penale, si possiede anche un minimo di conoscenza diretta dei fatti e degli atti processuali, nonché delle regole che quei fatti e quegli atti disciplinano, si rende un buon servigio anzitutto a quel diritto.

Mi sono tenuto sempre a distanza di sicurezza dal nutrito partito dei “relativisti etici” in ambito processual – penalistico.

Ho sempre ripudiato discretamente l’idea che altro sia, o peggio altro debba essere, la verità sostanziale altro la “verità processuale”.

Ho sempre pensato che il logico, fisiologico e doveroso obiettivo del processo penale deve essere l’accertamento della verità dei fatti (i fatti non tollerano scissioni della loro essenza, tra versioni sostanziali e versioni “processuali”; se no non sono più fatti) e l’affermazione delle responsabilità di tutti gli autori di quei fatti, con la conseguente applicazione delle relative sanzioni.

Il “fare giustizia”, insomma.

Ma quest’ultima finalità, in un processo penale, passa per l’esame delle posizioni di singoli soggetti, gli imputati, cui vengono ascritti determinati fatti di reato; e quel vaglio è regolamentato da norme di procedura ben precise, specie con riferimento al capitolo cruciale delle prove della responsabilità dei medesimi singoli imputati.

Non si può “fare giustizia” contro quelle regole; non si può condannare se quelle prove non superano l’esame fondamentale: quello per cui chi giudica, sulla base di quegli elementi probatori, deve aver raggiunto la certezza della colpevolezza di chi è giudicato oltre ogni ragionevole dubbio.

Questo accade nel nostro sistema, come in ogni altro Stato di diritto, come in ogni altro sistema civile.

Ma questo, ovviamente, non toglie che quelle regole di giudizio (a tacere della loro interpretazione pratica, che spetta sempre al giudice), molte volte, si possano e si debbano, liberamente e consapevolmente, criticare, perché, non poche volte, esse sono più amiche, per non dire più foriere, dell’impunità che della giustizia.

E l’affermazione del “diritto all’impunità” è altrettanto letale per uno Stato di diritto, per una società civile, di quanto lo possa essere la negazione dei diritti fondamentali, veri.

La storia di Stefano Cucchi, però, a parte le questioni relative alle specifiche responsabilità penali degli individui, qualche elemento generale, di riflessione civile, sufficientemente chiaro e certo lo fornisce.

E sono elementi assai poco gratificanti per quello stesso Stato di diritto e, dunque, ancor meno rassicuranti per i cittadini e le cittadine di quello Stato; per tutti noi, cioè.

E’ una storia già vista. Troppe volte.

Una persona finisce “nelle mani dello Stato”.

Quelle dello Stato dovrebbero essere certamente mani forti, ma, ancor più, dovrebbero essere mani giuste, mani “legali” per definizione.

Chi finisce nelle mani dello Stato ed è responsabile di un delitto dovrebbe esser consapevole che va incontro ad un giusto e legale castigo, irrogato alla fine di un processo regolare.

Chi, invece, vi capita non avendo commesso alcun crimine dovrebbe nutrire la ragionevole certezza che il processo, la procedura, serviranno a liberarlo da ogni restrizione iniqua, da ogni accusa ingiusta, da ogni ombra infondata.

In ogni caso, nessuno, che sia colpevole o innocente, dovrebbe serbare neanche remotamente il timore che, dallo Stato e da chi lo personifica, gli sarà fisicamente torto un capello fuori o, peggio, contro le regole dello Stato.

Non è sempre così.

Continua a non esser così in molte, troppe situazioni.

Molte, troppe volte lo Stato, questo Stato, agisce nei confronti di chi ha in proprio possesso, di chi “non ha più il suo corpo”, con la faccia ed i comportamenti di autentici, volgari criminali, singoli o associati.

Una, dieci, cento divise di un apparato di sicurezza interna, di polizia in senso lato, che si presentano agli occhi e al corpo di uno o più cittadini di quello stesso Stato di cui fanno parte quegli apparati e quelle divise come fossero, invece, appartenenti ad un paese nemico.

Come fossero truppe di occupazione.

Che sia una piazza dove si svolge un corteo politico o sindacale; o una caserma o un carcere dove sono sequestrate e torturate decine di ragazzi e di ragazze colpevoli solo di aver partecipato ad una manifestazione contro un vertice internazionale; o una camera di sicurezza di un tribunale dov’è rinchiuso un giovane in attesa dell’udienza di convalida del suo arresto, ancora, in questo paese, lo Stato continua a delinquere nei confronti di suoi cittadini inermi, nelle sue mani, ad abusare di loro, a tradirli, a violentarli, ad ucciderli.

Perché, evidentemente, alcuni, non pochi, uomini e donne dello Stato continuano ancora a pensare che, in fondo, la libertà, il corpo, la vita di un manifestante politico, specie se di sinistra, di un lavoratore in sciopero, di un migrante, di un tossico valgano meno di quella delle persone “normali”.

Il fatto, poi, che quest’ultimo assunto, in alcune occasioni particolarmente “qualificanti”, come quella che ha portato a morte Stefano Cucchi, venga concretamente condiviso da altri soggetti investiti di responsabilità pubbliche di cura delle persone, come i medici che hanno “curato” e, dunque, concausato l’esito nefasto per questo sventuratissimo paziente e che per questo sono stati (soli) condannati due giorni fa, la dice lunga su quale immane bonifica culturale ed etica andrebbe avviata, senza perdere un altro solo giorno, in ogni segmento delle cosiddette “classi dirigenti” di questo paese.

Con una menzione speciale, in vicende del genere, per la categoria medica, giacché, senza alcuna intenzione di fuorvianti generalizzazioni, “prestazioni” come quelle rese nella storia di Stefano Cucchi da parte di epigoni di Ippocrate non sono proprio estemporanee: qualcuno ricorda ancora il nobile dott. Giacomo Toccafondi (habent fata sua nomina), uno dei boia di Bolzaneto, uscito indenne solo per prescrizione dal processo penale che lo ha visto imputato per le torture inflitte a decine di ragazzi e di ragazze partecipanti alle manifestazioni di Genova 2001, in ordine al quale la Corte d’appello di Genova scrisse che questo signore era stato un medico “che anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l’aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell’umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini”?

Ebbene, nei confronti di questo gentiluomo che visitava i suoi “pazienti” in mimetica invece che in camice bianco l’autorità giudiziaria non ha potuto far nulla per quella perla di giustizia tutta italiana che è nota come prescrizione del reato; ma, soprattutto, il suo ordine professionale non ha voluto far nulla, giacché non risulta emesso alcun provvedimento disciplinare verso di lui.

E, per chiudere il cerchio, qualche anno fa è stato premiato dalla sua Asl di appartenenza, la Asl Genova 3, diventandone uno stimato dirigente medico.

A proposito del rigore morale e dell’etica pubblica delle classi dirigenti.

Ma, il dato, se possibile, ancor più inquietante è quello per cui un pezzo di magistratura, l’organo dello Stato cui massimamente è devoluta la tutela della libertà e della vita dei cittadini in uno Stato di diritto (almeno a partire dal 1215, anno della Magna Charta Libertatum), sulla tutela della libertà e della vita “dei diversi” continua a pensare cose molto simili a quelle degli altri “soggetti di Stato” finora esaminati. E, pertanto, ritiene che se un uomo dello Stato, un pubblico ufficiale, si è macchiato di quei comportamenti illegali, di quei crimini contro uno di quei soggetti “marginali”, in fondo, questa non sia una buona ragione per condannarlo, per “condannare lo Stato”.

Forse, alla fine del processo per la morte di Stefano Cucchi (quella di ieri è solo la sentenza di primo grado, ci sono ancora due gradi di giudizio) si scoprirà che i giudici che hanno assolto gli uomini in divisa imputati delle lesioni e, dunque, dell’omicidio di un ragazzo di 31 anni, arrestato per il possesso di qualche decina di grammi di hashish, rientrano in quella parte di magistratura. Non maggioritaria, probabilmente. Ma neanche residuale, purtroppo.

Ma ora è presto per dirlo.

Quello che non è, invece, in alcun modo prematuro dire è che, anche sotto questo profilo, questo Stato, questo paese avrebbero bisogno, subito, di un enorme, rivoluzionario, processo di trasformazione politico – istituzionale, di rifondazione legalitaria, di rigenerazione civile che riguardasse anche e soprattutto gli uomini e le donne dello Stato.

A partire dagli “statisti”.

Ma, se molti uomini di Stato di basso livello presentano ancora oggi nel volto, nella “cultura” e negli atteggiamenti diffuse e ripugnanti incrostazioni di quell’inestirpabile virus nazionale che si chiama fascismo, “gli statisti” oggi hanno la faccia di un omino del subbuteo, come quella del nipote di Gianni Letta, o proprio quella di Giovanardi, che non necessita di specificazioni né di ulteriori incrostazioni.

In questo paese, il principio di uguaglianza e lo Stato di diritto si declinano, ancora molte, troppe volte, nel senso che gli apparati repressivi dello Stato usano la mannaia (o, nella versione più soft, il manganello) con gli oppositori politici e con i “rifiuti sociali” ed il piumino da cipria con i padroni (in senso lato), i loro sodali ed i loro servi.

Com’è noto, questo, tra gli altri, è uno dei presupposti politico - culturali fondativi del governo delle larghe intese.

Uno dei più nobili.

Uno dei più italici.

Fasano, 7\6\2013

Stefano Palmisano

“… il tribunale mi ha dato fiducia, assoluzione e delitto lo stesso movente.” (F. De Andrè)

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Postato il 28/06/2013  


Tutela dell'ambiente: l'Ecuador è lontano.

Quito, Ecuador - settembre 2008

Il popolo ecuadoregno, in un referendum costituzionale, approva la nuova Carta Costituzionale del Paese, nella quale partendo dalla celebrazione de “ la naturaleza, la Pacha Mama, de la que somos parte y que es vital para nuestra existencia”, si decide, nei principi fondamentali, di costuire “una nuova forma di convivenza civile, nella diversità e armonia con la natura, per realizzare ‘ el buen vivir, el sumak kawsay ’ ”, e al titolo primo, “Diritti”, Sezione seconda, “Ambiente sano”, Art. 14.- “si riconosce il diritto del popolo a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato, che garantisca la sostenibilità e il buon vivere, ‘sumak kawsay’. “Si dichiara di interesse pubblico la conservazione dell’ambiente, la conservazione degli ecosistemi, la biodiversità e l’integrità del patrimonio genetico del paese, la prevenzione del danno ambientale ed il recupero degli spazi naturali degradati.

All’art. 15,si prosegue proibendo solennemente, “ lo sviluppo, la produzione, la detenzione, la commercializzazione, l’importazione, il trasporto, lo stoccaggio e l’uso di armi chimiche, biologiche e nucleari, di contaminanti persistenti organici altamente tossici, agrochimici internazionalmente proibiti, nonché le tecnologie e gli agenti biologici sperimentali nocivi e gli organismi geneticamente modificati pregiudizievoli alla salute umana o che attentano alla sovranità alimentare o agli ecosistemi, così come l’introduzione di scorie nucleari o di rifiuti tossici nel territorio nazionale.

Questa normativa costituzionale (citata solo in parte) straordinariamente incisiva ed avanzata rispetto alla totalità delle costituzioni vigenti nell’intero pianeta, in pratica, afferma l’ambiente e la natura come soggetti di diritti e non più come mero oggetto del diritto di proprietà. E’ lecito ricavarne, pertanto, che gli stessi beni giuridici godranno di una tutela giuridica e giudiziaria effettiva, anche e soprattutto in ambito penale. Almeno in Ecuador.

Strasburgo, Francia – novembre 2008

Il Parlamento europeo ed il Consiglio dell’Unione Europea, approvano una nuova direttiva in materia di protezione penale dell’ambiente.

Partendo dalle considerazioni per cui “ai sensi dell’articolo 174, paragrafo 2, del trattato, la politica comunitaria in materia di ambiente deve mirare ad un elevato livello di tutela;” ancora, “la Comunità è preoccupata per l’aumento dei reati ambientali e per le loro conseguenze, che sempre più frequentemente si estendono al di là delle frontiere degli Stati in cui i reati vengono commessi. Questi reati rappresentano una minaccia per l’ambiente ed esigono pertanto una risposta adeguata.”; nonché “l’esperienza dimostra che i sistemi sanzionatori vigenti non sono sufficienti per garantire la piena osservanza della normativa in materia di tutela dell’ambiente. Tale osservanza”, proseguono gli Organi legislativi europei, “può e dovrebbe essere rafforzata mediante la disponibilità di sanzioni penali, che sono indice di una riprovazione sociale di natura qualitativamente diversa rispetto alle sanzioni amministrative o ai meccanismi risarcitori di diritto civile.”

Il testo normativo europeo continua con la fondamentale osservazione a tenore della quale “un’efficace tutela dell’ambiente esige, in particolare, sanzioni maggiormente dissuasive per le attività che danneggiano l’ambiente, le quali generalmente provocano o possono provocare un deterioramento significativo della qualità dell’aria, compresa la stratosfera, del suolo, dell’acqua, della fauna e della flora, compresa la conservazione delle specie.

Tutto ciò premesso, ed altro ancora qui non citato, “la presente direttiva obbliga gli Stati membri a prevedere nella loro legislazione nazionale sanzioni penali in relazione a gravi violazioni delle disposizioni del diritto comunitario in materia di tutela dell’ambiente.”

In sintesi, anche nel caso di quest’altro fondamentale atto normativo indirizzato a tutti gli Stati membri il principio di fondo è quello di ottenere un’ “un’efficace tutela dell’ambiente” a mezzo di “misure di diritto penale”, e al fine del perseguimento di questo principio, repetita iuvant, “la presente direttiva obbliga gli Stati membri a prevedere nella loro legislazione nazionale sanzioni penali in relazione a gravi violazioni delle disposizioni del diritto comunitario in materia di tutela dell’ambiente.

Roma – giugno 2009

L’Accademia internazionale di scienze ambientali (IAES) presenta la campagna “Justice for the Planet Earth” per raccogliere firme a sostegno dell’istituzione della Corte penale europea e internazionale per i crimini ambientali. Per la prima volta si lancia un messaggio forte ed inequivoco: il disastro ambientale dev’essere riconosciuto come un crimine contro l’umanità.

«L’inquinamento dell’ambiente, e in particolare i numerosi disastri che hanno colpito il pianeta, non possono più configurarsi come episodi ristretti nell’ambito dei confini di una data nazione, interessando spesso quell’evento diversi Paesi, come è accaduto per Chernobyl, Bophal nei tanti, ripetuti disastri marini causati dalle petroliere illegali», come si legge nella Carta per l’istituzione della Corte penale internazionale dell’ambiente.

La proposta è quella di ampliare le competenze della Corte penale internazionale dell’Aia, prevedendo una nuova figura di reato: il disastro ambientale come crimine contro l’umanità.

Per introdurre questo nuovo tipo di illecito è necessario intervenire sullo statuto della Corte dell’Aia, con una modifica che deve essere approvata da almeno due terzi dei Paesi firmatari.

Un passo significativo in questo senso è stato compiuto con l’approvazione della Carta di Venezia del 2006, un documento in cui è stata richiamata l’elaborazione operata dall’Unione europea sulla responsabilità in tema di ambiente e sulla correlata tutela penale, in base al noto principio del «chi inquina paga».

L’altro obiettivo della campagna è l’istituzione di una vera e propria Corte penale europea dell’ambiente, con sede a Venezia, competente in tema di reati contro il Pianeta.

Anche in questo caso, dunque, traspare limpidamente l’idea, il bisogno, di ri-qualificare giuridicamente il bene ambiente per garantirgli una tutela giuridica effettiva, o quantomeno, verrebbe da dire pensando ad esperienze vicine a noi, dignitosa, in specie in ambito penale.

Quelli citati sono solo alcuni esempi di una consapevolezza e, dunque, di una sensibilità che si consolidano e crescono in gran parte del mondo, anche in parti apparentemente “meno sviluppate”, sulla centralità di questo peculiarissimo bene e che diventano (o spingono i governanti perché producano) concreta e cogente normazione di tutela, in particolare di tutela penale.

Italia - agosto 2009

In questa gran parte del mondo non c’è l’Italia.

In questo paese, nel quale pure non mancano le ragioni di “preoccupazione”, per usare una pietosa litote, per le sorti dell’ambiente naturale, come dimostrano regolarmente studi, statistiche, rapporti ecc… (l’ultimo pubblicato in ordine di tempo, quello di Legambiente, il noto rapporto annuale “Ecomafie”, parla di 71 reati ambientali al giorno, consumati contro l’ambiente del Belpaese), la normativa di tutela non è proprio conforme, per continuare con gli eufemismi, alla temperie politico – culturale sopra descritta, nonché, in particolare, alle prescrizioni dettate dalla direttiva europea su citata in tema di “efficace tutela dell’ambiente” da garantirsi tramite “misure di diritto penale”.

Il che, più precisamente, nella specifica materia che ci occupa altro non vuol dire se non che lo Stato italiano è inadempiente rispetto agli specifici obblighi che, come visto, quella direttiva crea, ormai da nove mesi, in capo agli stati membri; direttiva, peraltro, che costituisce una mera ripetizione – puntualizzazione di principi già ampiamente acquisiti nell’ordinamento giuridico comunitario.

Tanto per fare anche in questo caso un solo esempio, nel principale testo legislativo vigente in questa nazione in materia di “tutela” (si fa per dire) ambientale, il difficilmente aggettivabile “Testo Unico sull’ambiente” (D. L.vo 152\2006), si statuisce che “chiunque realizza o gestisce una discarica non autorizzata è punito con la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro. Si applica la pena dell'arresto da uno a tre anni e dell'ammenda da euro cinquemiladuecento a euro cinquantaduemila se la discarica è destinata, anche in parte, allo smaltimento di rifiuti pericolosi.” (art. 256).

Il reato di discarica abusiva (che, peraltro, la norma citata definisce, più delicatamente, “attività di gestione di rifiuti non autorizzata”) è uno dei reati cardine del sistema delle ecomafie; più precisamente, è il reato che può essere seriamente contestato al melmoso “indotto” che alligna e prospera nelle acque putride, ma sempre più debordanti, di quel sistema. Un esempio classico di questo indotto è costituito dai proprietari dei terreni che concedono in locazione i loro suoli alle organizzazioni criminali per potervi realizzare proprio le discariche che servono ad accogliere i carichi di rifiuti industriali di ogni specie provenienti dalle fabbriche del nord - Italia.

Ebbene, a tacere della più immediatamente percepibile questione della congruità, per non dire della serietà, della pena prevista per un reato dall’impatto ambientale così devastante (da uno a tre anni di arresto nell’ipotesi più grave di discarica destinata allo smaltimento di rifiuti pericolosi, il che vuol dire, spesso, cancerogeni), specie se rapportata al trattamento sanzionatorio previsto nel nostro ordinamento penale per reati come il furto pluri-aggravato (che, sempre per ipotizzare casi concreti e tutt’altro che inverosimili, può riguardare anche una scatoletta di tonno in un supermercato), che va da tre a dieci anni, il principale elemento di debolezza (altro eufemismo) di quest’ipotesi di reato è la sua natura giuridica di mera contravvenzione, sorta di tipologia di reato “di seconda classe” prevista nel nostro ordinamento, che in materia istituisce un sistema bipartito: le contravvenzioni, per l’appunto, ed i delitti, i reati più importanti.

È la natura contravvenzionale in sé del reato di discarica abusiva, o “attività di gestione di rifiuti non autorizzata” che dir si voglia, a creare alla radice le condizioni dell’ineffettività della tutela penale del bene ambiente a fronte delle letali, anche perché sempre più diffuse, aggressioni costituite da chi usa o fa usare il proprio terreno per sversarvi tonnellate di ogni più pestifera porcheria.

La natura di contravvenzione, infatti, impedisce di per sé stessa che in ordine ad un determinato reato si possano adottare misure cautelari (tranne il sequestro), si possano disporre intercettazioni telefoniche (anche se fra un po’, in grazia delle note modifiche legislative, non sarà facilissimo neanche trovare delitti nei cui procedimenti si possa usare questo mezzo d’indagine) ecc…. Insomma, che si possano svolgere da parte del P.M. indagini serie per provare ad arrivare ad una sentenza di condanna che, pure, nella più parte dei casi e per una variegata gamma di motivi (sospensione condizionale della pena, affidamento in prova ai servizi sociali ecc….), in relazione ad una contravvenzione non sarebbe portata a concreta esecuzione.

Ma v’è di più.

Attribuire ad un reato natura di contravvenzione, di fatto, per come è ridotta oggi la nostra “macchina della giustizia”, significa impedire in merito a quel reato, in una enorme quantità di casi, la stessa concreta possibilità di una condanna definitiva, a causa del famigerato meccanismo della prescrizione, ossia l’estinzione del reato, e dunque del processo, derivante dal decorso del tempo; significa, cioè, garantire in partenza, in un’intollerabile numero di casi, l’impunità agli autori di questo reato.

Per le contravvenzioni, infatti, i tempi di prescrizione sono di quattro anni, prorogabili a cinque nel caso in cui durante il procedimento vi sia stato un atto interruttivo del termine prescrizionale.

In cinque anni, in Italia, in molti, troppi procedimenti penali non si arriva neppure alla sentenza di primo grado; figuriamoci, dunque, in quanti procedimenti possa realisticamente prevedersi di potersi arrivare alla sentenza definitiva, quella, cioè, che di regola arriva dopo tre gradi di giudizio.

Questo ameno scenario da indulgenza plenaria preventiva riguarda tutti i reati contro l’ambiente previsti nel nostro ordinamento, dacché la qualifica di contravvenzioni è riservata a tutti i reati contro l’ambiente, tranne l’ipotesi di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, statuita all’ art. 260 del T.U., unica ipotesi delittuosa prevista dallo stesso Testo Unico, nonché, più in generale, in quest’ambito penalistico.

Il 24 aprile 2007 il Governo Prodi aveva approvato un disegno di legge che introduceva nel codice penale i delitti contro l’ambiente.

Al netto di critiche dottrinarie preventive curiosamente zelanti e puntute, anche perché spesso provenienti da parte di preclari studiosi che avevano brillato prima e continuano a brillare oggi (che il progetto di legge è stato affossato) per la loro serafica e, soprattutto, silente acquiescenza di fronte alla situazione di generalizzata impunità in questo contesto sopra tratteggiata, si trattava di un’iniziativa legislativa doverosa da parte di quell’Esecutivo, ma non per questo meno apprezzabile.

Gli attentati contro l’ambiente diventavano finalmente delitti e venivano introdotti direttamente nel codice penale, segno notorio, in un qualsiasi ordinamento, di attribuita centralità all’illecito penale in questione; si apprestava un apparato sanzionatorio di tutto rispetto alle varie fattispecie incriminatrici istituite; si mettevano, quindi, i magistrati nella condizione di perseguire effettivamente gli autori di questi crimini.

Ma, soprattutto, ed era questa forse la novità più significativa di tutta l’operazione, si prevedeva l’applicabilità anche a questa gamma di reati della normativa in materia di responsabilità amministrativa da reato delle imprese, prevista dalla legge 231\2001, il provvedimento legislativo, cioè, che istituisce una serie di sanzioni, di natura pecuniaria ed interdittiva, direttamente a carico degli enti nel cui interesse il reato sia stato compiuto. In questo modo si responsabilizzavano direttamente le imprese e le si spingeva ad adottare, all’interno del loro ciclo produttivo – commerciale, un modello organizzativo utile ad azzerare, o quantomeno ad abbattere notevolmente, a monte le possibilità di commissione di reati contro l’ambiente legati alla vita, ma soprattutto agli interessi, dell’azienda in questione.

Insomma, con il disegno di legge in esame pareva che il governo provasse sul serio a garantire una tutela penale all’ambiente.

Meno di un anno dopo quel 24 aprile 2007 il governo Prodi cadde miseramente, e con lui precipitò in un baratro di oblio, quando non di vero e proprio boicottaggio, anche la sola idea di codificazione dei delitti contro l’ambiente. Ça va sans dire, giacché il governo ed il parlamento che sono venuti dopo, dallo stesso momento del loro insediamento, non si sono propriamente coperti di gloria ambientalista.

In conclusiva sintesi, oggi in Italia i reati contro l’ambiente sono ancora (e chissà ancora per quanto), in sostanza, crimini senza castigo, il che vuol dire che oggi in Italia l’ambiente è sostanzialmente senza tutela penale, ossia, per molti versi, senza tutela; con buona pace delle direttive europee, della sempre crescente sensibilità mondiale in questa materia, ma, soprattutto, di quella che in Ecuador oggi verrebbe considerata la vera parte lesa da questi reati: “la Pacha Mama”, la Madre Natura.

Almeno in questo caso, verrebbe da dedurne con un vago senso di desolazione, per garantirci un livello di civiltà e di salubrità ambientale un po’ più dignitoso, a migrare verso un paese “in via di sviluppo” dovremmo essere noi che viviamo in un paese “sviluppato”.

Fasano, 2 agosto 2009

Stefano Palmisano

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Postato il 09/09/2009  


I responsabili

Finalmente!

All’esito, evidentemente, di una serrata indagine conoscitiva sul drammatico fenomeno degli infortuni sul lavoro, o “morti bianche” che dir si voglia, il Governo della Sicurezza, con mossa tanto acuta legislativamente quanto coraggiosa politicamente, ha individuato le cause ed i responsabili reali dello stesso fenomeno e ha approntato, di conseguenza, una griglia normativa e, in specie, sanzionatoria atta ad estirparlo una volta per tutte, a mezzo anzitutto di esemplari pene previste per i predetti principali colpevoli delle criminali condotte in questione.

Infatti, in sede di “Schema ufficiale di decreto di modifica al D. Lvo 81\08” (c.d. “correttivo” del Testo unico sulla sicurezza), all’art. 10 bis si legge: “Dopo l’art. 14 del decreto è aggiunto il seguente: ‘Articolo 15 bis’ (Obbligo di impedimento) 1) Nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro il non impedire l’evento equivale a cagionarlo alle seguenti condizioni: …. d) che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60 del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate.

E’ evidente, pertanto, che per il governo i soggetti a cui “l’evento” va imputato in prima battuta sono quelli di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60; solo laddove “l’evento non sia imputabile” a costoro, vengono in rilievo i “datori di lavoro ed i dirigenti”, ossia i soggetti di cui all’art. 55 T.U.

Se ne ricava, pianamente, che per gli autori di questa proposta di riforma, i responsabili principali di questo peculiare tipo di “evento” sono i soggetti di cui agli artt. 56, 57….

E’ d’uopo, pertanto, verificare chi siano questi ignobili figuri, colpevoli della più sistematica e inarrestabile mattanza che si registra in questa società, finalmente smascherati dalla perspicua opera investigativo – correttiva dell’Esecutivo della Sicurezza: nell’ordine, “ il preposto” (art. 56), “i progettisti, i fabbricanti, i fornitori e gli installatori” (art. 57); “ il medico competente” (art. 58), ma, soprattutto, “i lavoratori” (art. 59).

Quest’ultima, in particolare, si palesa come la più geniale delle intuizioni governative: coloro che, nella vulgata qualunquistica e\o ideologica, sono considerati come le vittime, ossia i lavoratori, sono in realtà i primi colpevoli. Praticamente i carnefici di se stessi.

Ergo, basta punire prioritariamente ed esemplarmente queste presunte vittime, in realtà colpevoli autolesionisti, ed, al massimo, “i progettisti, i fabbricanti, i fornitori e gli installatori”, per abbattere drasticamente la massa di gente che, colposamente, precipita da ponteggi, rimane schiacciata sotto le presse, viene fulminata dall’alta tensione ecc…..

D’altronde, è principio elementare in criminologia quello per cui non v’è vittima che non contribuisca in qualche modo al proprio processo di vittimizzazione.

Non è un caso, in tal senso, che il testo in questione porti la firma sostanziale di quel fine giurista che risponde al nome del ministro Maurizio Sacconi, quello per il quale questa norma, comunque, non sarebbe destinata, in alcun modo, ad incidere sul processo Thyssen, come avevano congetturato “interpretazioni capziose e malevole”, poiché nel processo in questione “c’è un solidissimo impianto accusatorio”. (Repubblica on line del 21 aprile)

Con tutto il rispetto che si deve ad una formazione penalistica di tale enciclopedica levatura, ci si permette umilmente di ricordare al preclaro giureconsulto che ci occupa che quando, durante un processo, si verifica una sostanziale depenalizzazione (come, per molti versi, potrebbe ben esser qualificata quella in esame) del reato per cui si procede, anche l’impianto accusatorio più solido è fatalmente destinato ad esser vanificato a monte (per non ricorrere a metafore più colorite), poiché il fatto non è (più) previsto dalla legge come reato.

E, purtroppo per la tenuta dello stesso bagaglio penalistico del Ministro, neanche risulta particolarmente risolutiva la sua ulteriore, acuta intuizione difensiva della sua riforma, per la quale “con il processo Thyssen questo testo non c’entra niente” poiché “in quel caso l’ipotesi è omidicio doloso.” (ibidem).

Infatti, l’ipotesi è omicidio doloso, ossia la prospettazione accusatoria, quella formulata dal P.M., ma, alla stregua dei principi fondamentali del nostro ordinamento (vd. art. 521 c.p.p.), la Corte d’assise ben potrebbe riqualificare quell’ipotesi in quella, ordinaria in questi casi, di omicidio colposo; ed, in tal caso, la peculiarissima causa di non punibilità istituita dall’art. 15 bis riprenderebbe pienamente il suo vigore, con probabili effetti processuali assolutamente memorabili.

Secondo il Ministro Sacconi, definirla “norma salva manager” è “infamante” e, a dimostrazione della sua sincerità, si è dichiarato pronto (anche perché spinto in tal direzione da una reazione non proprio entusiastica dei parenti delle vittime della Thyssen e di alcuni sindacati ancora non del tutto ingialliti, nonché dallo stesso Capo dello Stato) “a riscrivere il testo.

Non v’è ragione per non credere ai proponimenti del Ministro.

Quella norma deve esser “riscritta”, per così dire. In modo radicale.

Se non lo fosse, infatti, finirebbero per aver ragione proprio quelle “interpretazioni capziose e malevole”, tra cui ci piace ricordare, per icasticità qualificativa e, al contempo, puntualità tecnico – giuridica, quella di Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, che ha definito l’istituendo art. 15 bis “un’altra porcata”.

Fasano, 24\4\2009

Stefano Palmisano

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Postato il 26/04/2009  


Le nostre riforme costituzionali

La recentissima sentenza della Corte Costituzionale (n. 10\2009) con cui è stata dichiarata costituzionalmente illegittima l’intera legge della Regione Puglia n. 31/10/2007, n. 29, in materia di “Disciplina per lo smaltimento dei rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, prodotti al di fuori della Regione Puglia, che transitano nel territorio regionale e sono destinati a impianti di smaltimento siti nella Regione Puglia”, abbatte uno strumento di difesa delle popolazioni pugliesi dall’invasione della spazzatura “speciale, pericolosa e non pericolosa,” prodotta in ogni parte d’Italia.

Tra le motivazioni giuridiche del provvedimento in questione spicca quella per cui, in giurisprudenza, “mentre da un lato si è statuito che, alla stregua del principio di autosufficienza stabilito espressamente, ora, dall'art. 182, comma 5, del decreto legislativo n. 152 del 2006 [….] il divieto di smaltimento dei rifiuti di produzione extraregionale è applicabile ai rifiuti urbani non pericolosi, dall'altro, invece, si è affermato che il principio dell'autosufficienza locale ed il connesso divieto di smaltimento dei rifiuti di provenienza extraregionale non possono valere né per quelli speciali pericolosi [….], né per quelli speciali non pericolosi [….]. Si è, infatti, rilevato che per tali tipologie di rifiuti non è possibile preventivare in modo attendibile la dimensione quantitativa e qualitativa del materiale da smaltire, cosa che, conseguentemente, rende impossibile ‘individuare un ambito territoriale ottimale che valga a garantire l'obiettivo della autosufficienza nello smaltimento.’”

Ma, l’aspetto più preoccupante di questa sentenza è il corollario di questo assunto: quello per il quale “con particolare riguardo al trasporto dei rifiuti, poi, questa Corte ha escluso che le Regioni, sia ad autonomia ordinaria, sia ad autonomia speciale, possano adottare misure volte ad ostacolare ‘in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni’ [….] e ha reiteratamente ribadito ‘il vincolo generale imposto alle Regioni dall'art. 120, primo comma, della Costituzione, che vieta ogni misura atta ad ostacolare la libera circolazione delle cose e delle persone fra le Regioni'”.

L’elemento di maggiore preoccupazione suscitato da questa parte del provvedimento sta nel considerare pacificamente “rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi” come normali “cose”, alla stregua, cioè, di qualsiasi altra merce.

In tal senso, infatti, non occorre una particolare immaginazione per prevedere che la pur apparentemente ragionevole osservazione della Corte sopra riportata, per la quale i rifiuti speciali, pericolosi e non, non possono esser confinati in “un ambito territoriale ottimale….” è destinata, nei fatti, a far ripartire colonne di autocarri provenienti da ogni parte dello Stivale (tendenzialmente, però, dalla parte alta dello stesso) e carichi di ogni bendiddio da discarica alla volta di questa regione.

Viaggi, com’è anche in tal caso agevolmente ricavabile da chiunque, che costituiscono un rischio non solo per i territori meta del carico di spazzatura speciale, pericolosa e non, ma anche, potenzialmente, per quelli di transito dello stesso.

Insomma, dopo la breve speranza di difesa della dignità e della salute pubblica di questa regione, almeno sul fronte rifiuti speciali “esogeni”, costituita dall’entrata in vigore della legge 29\2007 (che, peraltro, non introduceva affatto un divieto assoluto all’ingresso sul territorio regionale delle “cose” in questione, ma solo un principio di assoluto buon senso per il quale era consentito lo smaltimento dei rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi extraregionali “a condizione che quelli siti nella regione Puglia” fossero “gli impianti di smaltimento appropriati più vicini al luogo di produzione dei medesimi rifiuti speciali”), oggi vasti territori pugliesi si accingono a tornare potenziali immondezzai d’Italia.

Sarebbe interessante, in tal senso, laddove mai fosse possibile, verificare se il legislatore costituente avrebbe effettivamente voluto dare all’art. 120, 1° c., Cost un ambito di applicabilità così esteso, se avesse potuto immaginare che quella interpretazione avrebbe finito per avallare oggettivamente un uso di ampie parti di territorio nazionale (più o meno regolarmente collocate nella parte bassa dello stesso) come vero e proprio tappeto sotto il quale buttare l’immondizia, peraltro “speciale pericolosa e non pericolosa”, di altri pezzi d’Italia.

Comunque, il caso specifico che ci occupa, risolto dalla Consulta, condivisibilmente o meno, nel modo sopra illustrato sulla scorta dell’art. 120, 1° c., Cost., costituisce un ottimo esempio di necessità di riforme costituzionali “sane”, perché utili effettivamente alla tutela della salute e della (qualità della) vita della stragrande maggioranza degli abitanti (cittadini o no) di questo Paese, e non, more solito, a quella degli interessi (di regola abbastanza sporchi) di lorsignori e dei loro stretti sodali.

Quando gli intellettuali e le persone “Costituzionalmente orientate” affermano che la Costituzione non abbisogna di presunte “riforme” (di chiara ispirazione piduista, o comunque sabotatrice), ma solo di aggiornamenti – integrazioni anche del catalogo dei diritti inalienabili, che servano a completare e ad attualizzare quelli già mirabilmente contenuti nei “principi fondamentali” della Carta, innanzitutto a questo ambito si riferiscono: alla tutela dell’ambiente assunta come valore fondativo e prioritario dello Stato e della società italiana.

Nella nostra Carta costituzionale, infatti, la stessa parola “ambiente” non compare mai, ma, al massimo, si parla di “tutela del paesaggio” (art. 9, 2° c). E, per quanto, apprezzabilmente la giurisprudenza, anche quella costituzionale, abbia ormai creato il “diritto all’ambiente”, ancorandolo saldamente anzitutto all’art. 32 che statuisce la “tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, è di tutta evidenza che un formale inserimento, per la principale via legislativa, di quel diritto nella griglia di quelli fondamentali otterrebbe un notevole, tonificante effetto di maggiore tutela, a tutti i livelli, del bene ambiente stesso.

Siccome, nel “dibattito sulle riforme” fra i cosiddetti “addetti ai lavori” fa molta tendenza indicare un modello costituzionale di riferimento tra quelli vigenti nei Paesi esteri, assai modestamente chi scrive si permette di segnalarne uno assolutamente illuminato ed illuminante in tal senso: la nuova costituzione dell’Ecuador votata il 28 settembre 2008 a larga maggioranza dalla popolazione ecuadoriana.

Una Costituzione, la prima nella storia, in cui vengono riconosciuti i diritti della natura insieme a quelli delle persone e della collettività.

Diritti della natura affermati come uno dei presupposti per il «buen vivir»: un concetto chiave, nel testo costituzionale ecuadoriano.

Forse, una riforma costituzionale “all’ecuadoriana” (che riguardasse, per l’appunto, tra gli altri, l’art. 120, 1° c., Cost.) non avrebbe lo stesso appeal nel su citato, più o meno autorevole, “dibattito sulle riforme”.

Di sicuro, per i territori e le popolazioni di questo Paese (a partire, come nel caso in questione, da quelle meridionali) avrebbe una maggiore utilità.

Fasano, 16\2\2009

Stefano Palmisano

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Postato il 22/02/2009  


Diossina: una modesta proposta

La legge regionale sulle \ contro le diossine è certamente merito di un governo regionale che, su questa questione, ha finalmente e seriamente ascoltato la voce, le urla, di rabbia, d’indignazione e di dolore, che si levavano sempre più alte da un pezzo significativo della società pugliese e tarantina in particolare.

Ma, per l’appunto, quella legge è, anche e soprattutto, un regalo che ha fatto a se stesso e al resto dell’ignava, quando non proprio cor-riva (in tutti i sensi), popolazione la parte più lucida, degna e combattiva della cittadinanza ionica, a coronamento di una lotta dura, generosa e soprattutto impari.

Una lotta che, però, ha pagato.

A sorprendente dimostrazione che, come si diceva qualche era geologica fa, spesso la lotta paga.

E, in modo assai lucido, l’associazione Peacelink, per bocca del suo imprescindibile presidente, Alessandro Marescotti, coglie questa “antica novità” di straordinaria importanza e rilancia la sfida, questa volta direttamente nei confronti del governo nazionale, chiedendo al ministro dell’ambiente una radicale modifica dell’allegato tecnico al Codice dell’ambiente che pone come “limite” alle emissioni di diossina per gli agglomeratori (ossia gli impianti di agglomerazione dell'industria siderurgica da cui fuoriesce il cancerogeno) l’oscena cifra di 10000 (diecimila!) nanogrammi a metro cubo calcolati in concentrazione totale, quando la nuova legge regionale prevede un limite, a regime, di 0,4 nanogrammi: praticamente una licenza di uccidere, anche le generazioni future, tenendo conto dei noti effetti genotossici delle diossine.

Naturalmente, Peacelink sa benissimo quali siano le reali speranze di spazzare via dal nostro ordinamento quella norma ecocida solo sulla base di una pur inattaccabile, giuridicamente e moralmente, lettera al governo che ha assunto, su ispirazione – istigazione dei padroni delle ferriere più illuminati d’Europa, le posizioni ed i provvedimenti più inquinanti della Repubblica, dal sabotaggio di fatto della direttiva europea 20-20-20 al sostanziale azzeramento dei benefici fiscali per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, fino alla delirante idea, che pure qualche ministro non ha mancato di esternare, restando serio, di “rimettere in discussione Kyoto”.

Il discorso cambierebbe sensibilmente se intorno a quell’obiettivo si coagulasse nuovamente un movimento reale di uomini e di donne di buona ed ambientalistica volontà che iniziasse una nuova determinata mobilitazione per incalzare dal basso, per l’appunto, governo e parlamento per l’adozione di un nuovo limite di emissione di diossine in sede nazionale, in pratica per l’approvazione di quella che sarebbe a tutti gli effetti una misura urgente di salute pubblica.

Ed è facilmente immaginabile che Peacelink si accinga a fare proprio questo.

E, allora, perché non inserire nella piattaforma rivendicativa di quell’incipiente nuova mobilitazione ecologica un altro obiettivo altrettanto vitale per l’ambiente e per gli esseri umani in questo paese, oltreché potenzialmente assai aggregante nei confronti di ampie fasce di opinione pubblica, quale l’introduzione, finalmente, nel nostro codice penale dei delitti contro l’ambiente?

Oggi, in Italia, quelli contro il suolo ed il sottosuolo, contro l’aria, contro l’acqua, insomma contro i nostri territori sono regolarmente qualificati (fatte salve rarissime eccezioni) come contravvenzioni, ossia considerati come reati di serie B e come tali trattati sotto il profilo sanzionatorio.

Le conseguenze pratiche di quest’impostazione sono devastanti per i procedimenti penali che hanno a base questi illeciti, i cui autori vengono, più o meno sistematicamente, immunizzati da qualsiasi seria conseguenza penale, anzitutto perché i reati ed i conseguenti processi vengono falcidiati da vere e proprie epidemie di prescrizione (al massimo cinque anni dalla commissione del fatto).

Gli ulteriori effetti che derivano da questa genetica neutralizzazione dei reati in questione, in termini di effettiva tutela dei beni che essi tenderebbero a garantire, sono facilmente intuibili da chiunque: la capacità deterrente nei confronti di inquinatori spesso seriali, per non dire di professione, di una fattispecie di reato che nasce già votata all’autoestinzione precoce è simile a quella che dispiegherebbe l’intimazione ad arrendersi fatta nei confronti di un killer da un poliziotto armato di una pistola - giocattolo.

L’art. 3 della legge regionale approvata il 16 dicembre afferma che “in caso di superamento dei limiti” di emissione di diossina, il contravventore avrà 60 giorni di tempo per rimettersi in regola, superati vanamente i quali “lo stesso sarà tenuto ad arrestare immediatamente l’esercizio dell’impianto”.

La norma non prevede altro per il caso di violazione di quei limiti e di successivo mancato “ravvedimento operoso” da parte dell’inquinatore; in particolare, non dice precisamente chi avrà la competenza, o meglio il dovere istituzionale, di fare concretamente cosa nei confronti di costui.

In ogni caso, secondo l’odierna normativa nazionale vigente in quest’ambito, quell’infrazione, pure di una norma espressa e cogente come quella approvata dalla Regione Puglia qualche giorno fa, non integrerà alcun serio illecito penale, che non sia, al massimo, la solita patetica contravvenzione di “getto pericoloso di cose”, prevista e “punita” (si fa per dire) dall’art. 674 c.p. “con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda fino a euro 206” (sic!) o, a tutto concedere, quella (sempre contravvenzione, ovviamente), per così dire, “più grave” di “ inosservanza dei provvedimenti dell’autorità”, di cui all’art. 650 c.p. punita con “l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a euro 206”.

Se fosse diventato legge dello stato il disegno di legge del Governo Prodi che prevedeva l’inserimento nel codice penale di un apposito titolo dedicato ai “DELITTI CONTRO L’AMBIENTE”, approvato dal Consiglio dei ministri il 24 aprile 2007, quella, tutt’altro che ipotetica, violazione della nuova normativa regionale in materia di diossina che si ipotizzava sopra, ossia “l’immissione nell’ambiente di sostanze o energie” pure solo idonee “a cagionare o contribuire a cagionare il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante” dell’ambiente avrebbe potuto esser punito “con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da cinquemila a trentamila euro”.

A tacere dell’ipotesi in cui quell’immissione cagionasse non solo un pericolo per l’ambiente, ma un “danno ambientale” con “pericolo per la vita o l’incolumità delle persone” (reclusione da due anni e sei mesi a sette anni), se non addirittura un “disastro ambientale” (reclusione da tre a dieci anni e multa da trentamila a duecentocinquantamila euro).

Ma, l’elemento di novità sanzionatoria forse più importante di questo testo di legge, stava nella possibilità di applicare anche ai violentatori per professione dell’ambiente tutto l’apparato di norme in materia di responsabilità amministrativa da reato per le imprese istituito dal d. lvo n. 231 del 2001; quello, per cui, quando si è in presenza di un certo tipo di reati commessi, per dirla in breve, nell’esercizio dell’attività d’impresa, alla pena ordinaria nei confronti dei singoli, ossia degli autori dei reati, si aggiunge altresì una vasta gamma di sanzioni volte specificamente contro la personalità ed il patrimonio dell’impresa per cui agiscano gli individui colpevoli del reato in questione. E si tratta di sanzioni, se possibile, probabilmente ancor più incisive di quelle strettamente penali su cennate, dato che incidono, per l’appunto, sulla “profittevolezza”, ossia sulla cassa, per non dire sulla stessa sopravvivenza dell’azienda: sanzioni pecuniarie fino a mille quote aziendali, sanzioni interdittive (incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione, ossia incapacità di aggiudicarsi appalti pubblici) per un minimo di un anno, interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività.

Questo disegno di legge, purtroppo, non ha fatto in tempo a diventare legge.

Cosa si è verificato, cosa hanno fatto a Taranto in questi anni: un pericolo per l’ambiente, un danno ambientale con pericolo per la vita o l’incolumità delle persone o un disastro ambientale?

Il giorno dopo l’entrata in vigore della legge regionale contro le diossine, Emilio Riva, il padrone dell’Ilva di Taranto, ha freddato gli entusiasmi di tutti i tarantini, dichiarando che "le attuali tecniche di additivazione di urea consentono di abbassare gli attuali 7 nanogrammi fino al 50 percento e non fino a 2,5 nanogrammi per metro cubo", come invece richiesto dalla legge regionale per l'aprile prossimo.

E’ lecito supporre che se fosse in vigore una normativa in tema di delitti contro l’ambiente appena seria, come quella sopra illustrata, patron Riva avrebbe qualche stimolo in più a trovare sul mercato tecniche tali da consentire il raggiungimento dell’obiettivo previsto dalla legge regionale?

In ogni caso, sarebbe doveroso per il movimento ambientalista tarantino e pugliese fare tutto il possibile per fornire quegli stimoli ulteriori alla pur notoria sensibilità ambientalista del padrone dell’acciaio.

Anche le migliori volontà, com’è noto, a volte hanno bisogno di un aiuto.

Fasano, 20\12\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 26/12/2008  


Il senso di un processo

Dopo l’ordinanza di archiviazione del procedimento penale per i morti ed i malati del petrolchimico di Brindisi chiesta dal pm (pubblico ministero) e disposta dal gip (giudice per le indagini preliminari) presso il Tribunale di Brindisi a conclusione di una “riserva” durata più di quattro mesi, in questa curiosa vicenda sostanziale e processuale sappiamo finalmente qualcosa di certo: quello che non sapremo mai.

Non sapremo mai perché di alcuni studi scientifici sia stata data dal pm ed, evidentemente, condivisa dal gip un’interpretazione sostanzialmente opposta alle complessive, effettive conclusioni di quegli studi.

Non sapremo mai perché non si potesse \ dovesse aggiornare lo studio condotto sulla coorte dei lavoratori del petrolchimico dal prof. Maltoni, uno studio che, in realtà, andava profondamente revisionato poiché effettuato su basi scientifico - epidemiologiche a dir proco fragili: analisi dello stato di salute delle varie mansioni \ categorie di lavoratori aggregati per classi quantomeno eterogenee (le cc.dd. “procedure di categorizzazione dell’esposizione”); mancato aggiornamento dei dati sui quali l’autore ha lavorato (alcuni operai risultavano in vita nella coorte Maltoni e morti in altro contestuale studio di coorte svolto presso l’Istituto Superiore di Sanità); provenienza esclusivamente aziendale degli stessi dati ecc….

Uno studio che, quindi, ha accertato ben poco, quantomeno ben poco di effettivamente determinante ai fini del processo, ed, in particolare, ben poco nei confronti di alcune specifiche categorie di lavoratori del petrolchimico, come gli insaccatori di polvere di pvc in relazione ad alcune specifiche patologie, come il tumore al polmone.

Considerazione, peraltro, che è tutt’altro che irriguardosa nei confronti del pur prestigioso autore, dacchè il prof. Maltoni era un insigne oncologo sperimentale, non certo un epidemiologo.

L’aver affidato a lui una consulenza epidemiologica e, soprattutto, il non aver, di fatto, seguito da parte del pm le osservazioni e le richieste rivolti sulla questione allo stesso pubblico accusatore dai due più prestigiosi consulenti epidemiologici che egli aveva a disposizione (Comba e Pirastu), pure consulenti epidemiologici dello stesso Maltoni nella redazione dello studio, costituiscono ulteriori, inspiegabili elementi sui quali non avremo mai modo di saperne di più.

Non sapremo mai perché il pm ed il gip (che pure aveva disposto un rinvio di qualche mese del procedimento proprio per acquisire questo studio) abbiano completamente ignorato le rilevantissime conclusioni dell’ultimo meeting IARC (l’Istituto internazionale di studi e ricerche sul cancro) sui cosiddetti “vinilici”, ossia le sostanze a base di vinile, tenutosi a Lione nel giugno 2007: è ormai da considerarsi certa la relazione causale tra esposizione a cvm \ pvc ed epatocarcinoma, oltre a quella, ormai acquisita, tra cvm \ pvc ed angiosarcoma epatico.

Non sapremo mai perché sia il pm sia, soprattutto, il gip abbiano continuato ad attribuire significato agli aggiornamenti forniti alla fine della camera di consiglio dai consulenti del pm in materia di studi epidemiologici sul nesso causale tra cvm \ pvc e tumore al polmone - i quali avrebbero ribadito l’insufficienza delle evidenze per affermare con certezza quel nesso - anche dopo che quegli studi erano stati letteralmente demoliti da alcuni difensori di persone offese, supportati da autorevolissimi contributi medico – epidemiologici, sotto il profilo della pertinenza degli stessi lavori scientifici ai fini del processo (le realtà industriali e, quindi, di esposizione al cancerogeno esaminate erano incomparabili, per quantità e qualità, a quella brindisina), nonché, more solito, sotto l’aspetto dell’indipendenza degli stessi studi rispetto agli interessi in causa (alcuni erano stati commissionati da fondazioni finanziate da associazioni dei produttori di plastiche).

Non sapremo mai perché, al contrario, non siano stati minimamente considerati gli studi epidemiologici più recenti, attendibili ed effettivamente rilevanti rispetto alla situazione del petrolchimico di Brindisi, dunque agli specifici scopi del processo, pur ampiamente segnalati da alcuni difensori di persone offese, come lo studio dei dottori Gennaro, Ceppi, Montanaro.

In questo lavoro, in particolare, si legge: “L’analisi per ogni sottogruppo specifico rivela un tasso RR significativamente elevato per tutti i tumori tra gli operai dei residui di PVC (RR = 1,74; CI = 1,06 – 2,85), per i tumori al polmone tra gli operai addetti all’insacchettamento del PVC (RR = 3,04; CI = 1,15 – 7,99) e per il tumore al fegato (RR = 9,57; CI = 1,69 – 5,41) e per la cirrosi epatica (RR = 6,32; CI = 1,37 – 29,07) per ciò che riguarda gli operai dei residui di PVC.” (Reanalysis of mortality in a petrochemical plant producing vinyl chloride and polyvinyl chloride - Rianalisi della mortalità in un impianto produttivo di Cloruro di Vinile e policloruro di Vinile; Gennaro V, Ceppi M, Montanaro F., Servizio di epidemiologia ambientale e biostatistica, Istituto nazionale per la ricerca sul cancro)

Su tale studio è il caso di fare qualche puntualizzazione per la peculiarità del medesimo, anche e soprattutto in termini di estrema attendibilità delle sue risultanze.

Lo studio in questione, infatti, costituisce una novità rispetto agli altri studi di coorte perchè, a differenza di altre analisi occupazionali sinora condotte, confronta i dati emergenti da ogni gruppo di lavoratori esaminato non con la popolazione generale, come Maltoni ha fatto a Brindisi, bensì con un gruppo di confronto costituito da lavoratori non esposti della stessa azienda composto da tecnici ed impiegati. Da tale comparazione emerge che la mortalità per tutte le cause e per tutti i tumori è aumentata negli esposti rispetto ai non esposti. Questo dato non era mai emerso nei confronti tra esposti e popolazione che costituiscono una condizione di maggiore disparità di condizioni di salute a sfavore della popolazione. Quindi a Porto Marghera scompare il c.d. “effetto lavoratore sano” di cui parla anche il PM. Il rischio osservato di tumori polmonari negli insaccatori è di tre volte maggiore rispetto ai non esposti.

Alla luce di queste fondamentali puntualizzazioni di metodologia epidemiologica, le affermazioni contenute nell’ordinanza di archiviazione in merito al presunto “ dato epidemiologico”, a tenore delle quali “se si verifica – come si è verificato nello stabilimento Petrolchimico di Brindisi – per il tumore al polmone, la presenza di un numero di malattie al polmone inferiori a quello che ci aspettavamo di trovare all’esterno dello stabilimento, si arriva alla conclusione che nello stabilimento industriale si muore di meno di cancro al polmone (sic!) come stabilito dal c.t.p. del Dott. P.M. Cesare Maltoni....”, si commentano letteralmente da sole, come usa dire.

Non sapremo mai perché il pm abbia applicato quegli stessi, soggettivissimi, parametri interpretativi usati, come detto, sugli studi scientifici anche nei confronti di un testo giuridico, di una sentenza; più precisamente, della sentenza cardine in materia di accertamento del rapporto causale, la cosiddetta “sentenza Franzese”, della quale il pm, nell’esegesi che ne ha fatto, ha letteralmente tagliato i due pezzi più illuminanti del suo effettivo contenuto, in termini di principi giuridici affermati.

Proprio quei due passi che avrebbero permesso, per non dire imposto, in questo caso il dibattimento, pur in presenza di una situazione di non unanimità nella comunità scientifica in materia di “causalità generale” nel rapporto tra esposizione a cvm \ pvc e patologie varie.

Non sapremo mai perché non una della massa di obiezioni mosse, sulla base del testo stesso degli studi e delle sentenze in questione, da alcuni difensori di persone offese a queste peculiari interpretazioni del pm abbia ricevuto l’onore di una sola citazione nell’ordinanza di archiviazione del gip, foss’anche per affermarne la totale infondatezza. Col lacerante dubbio, quindi, che a mancanza di citazione corrisponda specularmente mancanza di considerazione.

Sappiamo, però, in alcuni casi ci siamo ricordati, da questa vicenda anche qualcos’altro.

Sappiamo che altro è “la giurisdizione”, il “dire la giustizia”, altro è l’affermazione della giustizia, il “fare giustizia”.

La prima è frutto del rito (“ordine prescritto”, etimologicamente); dell’ attività delegata ai tecnici, svolta nel chiuso delle aule d’udienza (quando si tratta, come in questo caso, di camera di consiglio, ma spesso anche quando si tratta di dibattimento “aperto al pubblico”), scandita da tempi e da forme che spesso prescindono o, quantomeno, dimenticano la sostanza di dolore, di morte, come in questo caso, di speranza di giustizia (la speranza più disperata) che stanno sotto un processo del genere.

La seconda è, o meglio dovrebbe essere, frutto della liturgia (“opera di popolo”); della richiesta di verità e di giustizia continua e consapevole, rispettosa e determinata, unitaria e vigile, da parte di un popolo ai suoi magistrati; dell’agire collettivo di quel popolo, a tutti i suoi livelli ed in tutte le sue articolazioni; del suo spirito civico; della sua etica pubblica; della capacità di partecipazione dei suoi membri, ovunque socialmente collocati, ai momenti alti, nel bene e nel male, di quella comunità; dell’assunzione di responsabilità prima individuale e poi collettiva; dell’iniziativa politica, sociale e culturale per l’affermazione dei valori fondamentali di quella comunità, per ricordare (“riportare al cuore”) a tutti la sostanza di un processo come questo, prima che le forme.

I rapporti tra “le due giustizie” sono molto più stretti di quanto si pensi.

La prima è molto meno indipendente, nel bene e nel male, dalla seconda di quanto alcuni possano o vogliano credere e\o far credere.

La seconda ha una capacità di condizionamento, in un senso o nell’altro, della prima molto maggiore di quanto molti, più o meno in buona fede, ritengano o propalino.

Tutto questo avviene sia che da parte della seconda vi siano effettivamente petizione unitaria, agire collettivo, spirito civico, etica pubblica, assunzione di responsabilità, valori condivisi ecc. …. , sia che, invece, vi siano indifferenza, passività, rassegnazione, subalternità, conformismo, opportunismo: cambia solo il senso del condizionamento a seconda che si verta in un’ipotesi o nell’altra.

A Brindisi, nel popolo di Brindisi si è verificata, con varie gradazioni e combinazioni, la seconda ipotesi, a tutti i livelli: istituzionali, di tutte le istituzioni; partitici, di tutti i partiti; sindacali, di quasi tutti i sindacati; culturali, di tutti gli ambienti e le persone di cultura; ma soprattutto sociali, della quasi totalità dei soggetti sociali, a partire dalle stesse vittime.

Il rapporto tra “le due giustizie” ha avuto, dunque, un senso ben preciso.

Sappiamo che, forse, questa è una delle cause ultime se questo processo, del quale in molte sue componenti non abbiamo capito il senso, per altro verso ha avuto, anch’esso, un senso ben preciso: un senso unico.

Fasano, 9\7\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 19/10/2008  


Connivenze parallele

“Nei procedimenti relativi ai reati riferiti alla gestione dei rifiuti ed ai reati in materia ambientale nella regione Campania, […. ] le funzioni di cui al comma 1, lettera a), dell'articolo 51 del codice di procedura penale sono attribuite al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, il quale le esercita anche in deroga a quanto previsto dall'articolo 2 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106, e successive modificazioni.” (art. 3, c. 1, D.L. 90\2008)

Traduzione: “In questo modo viene ad essere dilatato il potere di gestione del Procuratore capo, in ordine alle indagini e all’azione penale…. Il rischio che si prospetta è quello di vedere cancellata l’indipendenza interna e la autonomia professionale dei sostituti…. Invero, viene ad essere conferito al procuratore della Repubblica un ampio potere discrezionale nella gestione degli affari di cui all’art 3 comma 1° del DL citato, con facoltà di impartire qualsivoglia disposizione e direttive anche specifiche ai magistrati (non più) ‘titolari’ dei procedimenti in materia ambientale, ma solamente co-assegnatari.”

“Nei procedimenti indicati al comma 1 le funzioni di giudice per le indagini preliminari e dell'udienza preliminare sono esercitate da magistrati del Tribunale di Napoli. Sulle richieste di misure cautelari personali e reali decide lo stesso tribunale in composizione collegiale. [….]” (art. 3, c. 2)

Traduzione: “L’attribuzione – prevista in via ‘transitoria’, siccome legata al perdurare dell’emergenza (fissata normativamente per il 31 Dicembre 2009, ma destinata a perdurare oltre, per circa trenta mesi, come affermato dal Sottosegretario di Stato dr. Guido BERTOLASO) - della competenza territoriale al Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli per i procedimenti penali relativi a reati riferiti alla gestione dei rifiuti ed ai reati in materia ambientale nella regione Campania, nonché a quelli ad essi connessi a norma dell’articolo 12 del codice di procedura penale, solleva non poche perplessità di conformità al modello costituzionale di giurisdizione disegnato dagli artt. 25 e 102 Cost. ed altrettante ne suscita quanto alla previsione della efficacia futura della azione giudiziaria. Viene ad essere individuata, infatti, una nuova figura di giudice - il Tribunale in composizione collegiale che si occupa delle misure cautelari personali e reali relative a reati in tema di rifiuti – che, da una parte, è straordinario, poiché temporalmente e territorialmente limitato, dall’ altra speciale, avendo cognizione di una specifica e limitata materia. Per di più tale modifica riguarda anche i procedimenti già avviati, con un mutamento delle regole nel corso del procedimento, che non può non rilevare anche in relazione all’art. 3 Cost.”

Memo: “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.” “La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull'ordinamento giudiziario. Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali.” (estratti rispettivamente, dagli artt. 25 e 102 Costituzione della Repubblica Italiana)

“Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano anche ai procedimenti in corso prima della data di entrata in vigore delle disposizioni medesime, per i quali non e' stata esercitata l'azione penale.” “Le misure cautelari eventualmente disposte prima della data di entrata in vigore del presente decreto, o convalidate da giudice diverso da quello indicato al comma 2, cessano di avere effetto se entro venti giorni dalla trasmissione degli atti il giudice competente non provvede a norma degli articoli 292, 317 e 321 del codice di procedura penale.” (art. 3, commi 5 e 6)

Traduzione: “[….] le misure, personali e reali, già disposte prima della entrata in vigore del D.L., dovranno essere oggetto di una nuova delibazione da parte del nuovo giudice speciale collegiale: con il paradosso per cui ordinanze di custodia da considerarsi stabili (cd. giudicato cautelare) - avendo superato positivamente tutti i controlli giudiziari, compreso quello della Corte di Cassazione - dovranno essere nuovamente esaminate, riaprendo così una nuova serie di impugnazioni e aggravando ulteriormente il lavoro dei magistrati, tutto ciò ovviamente a scapito della celerità e della efficienza della azione giudiziaria. Egualmente contraria, rispetto alla auspicata efficienza giudiziaria da assicurare, è la previsione per cui le richieste di misura cautelare ancora pendenti dinnanzi al GIP e non ancora decise dovranno passare al nuovo giudice specializzato collegiale: in tal modo si renderà inutile il tempo trascorso e impiegato dal GIP per studiare gli atti in vista della decisione sulla misura e si renderanno ancora piu’ lunghi i tempi di decisione del nuovo giudice speciale, nel frattempo oberato di tutto il carico di lavoro pendente in Campania e concentrato solo dinnanzi ad esso.”

“Non si applicano le previsioni dell'articolo 321, comma 3-bis, del codice di procedura penale.” (art. 3, c. 2, ultimo periodo)

Traduzione: “Sotto il profilo investigativo inciderà non poco sulla efficacia dell’azione il divieto per il P.M. e per la P.G. di ricorrere al sequestro preventivo di urgenza, uno dei pochi strumenti validi per la lotta contro gli inquinatori, avendo esso sempre assicurato una risposta rapida ed efficace contro i reati ambientali.”

“Per tutta la durata dell'emergenza, le aree destinate a discarica ed a siti di stoccaggio di cui all'articolo 9, nonche' quelle individuate con provvedimento del Sottosegretario di Stato, possono essere sottoposte a sequestro preventivo quando ricorrono gravi indizi di reato, sempreche' il concreto pregiudizio alla salute e all'ambiente non sia altrimenti contenibile.” (art. 3, c. 8)

Traduzione: “Ma egualmente preoccupante e costituzionalmente illegittima per violazione del dell’art. 3 Cost. è anche la introduzione di requisiti ulteriori (necessità della gravità indiziaria e dell’ ‘incontenibilità altrimenti’ del pregiudizio alla salute ed all’ambiente) per la adozione di misure cautelari reali di aree destinate a discariche e siti di stoccaggio, nonché quelle ulteriori individuate dal Sottosegretario di Stato – art 3 comma VIII del decr. cit. Infatti, il divieto di operare il sequestro preventivo urgente consentirà, da una parte, solo il ricorso al sequestro probatorio che, come noto, presenta spazi di operatività non sovrapponibili al sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p., dall’altra, in ultima analisi, si tradurrà in un fattore di rilevante depotenzionamento della azione di contrasto alle attività illegali posti in essere da tutti gli inquinatori del territorio e delle acque marine ed interne della regione e, quindi, anche della azione di contrasto della stessa criminalità organizzata camorristica che, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, opera illegalmente in questo settore sin dalla fine degli anni ‘80.”

“Ai fini dello smaltimento nelle discariche di cui al comma 1, i rifiuti urbani oggetto di incendi dolosi o colposi sono assimilati ai rifiuti aventi codice CER: 20.03.01.” (art. 9, c. 3)

Traduzione: “Da ultimo, non possono non evidenziarsi disposizioni che assicurano una deroga a principi generali in materia di gestione dei rifiuti informati su parametri comunitari. A titolo esemplificativo si evidenzia l’art. 9 comma III del decr. cit. che effettua una assimilazione normativa obbligatoria dei cd. rifiuti combusti ai rifiuti solidi urbani (CER 20.03.01) senza possibilità di assegnare un altro codice ricompreso nel catalogo europeo dei rifiuti, ciò sulla scorta di specifiche analisi fisico chimiche. In altri termini, e solo nella regione Campania, posto che per le altre regioni italiane vige un divieto assoluto, sarà possibile smaltire in discarica un rifiuto normativamente considerato pericoloso in qualunque paese europeo – in quanto i parametri dei metalli pesanti ovvero di altre sostanze inquinanti lo indicano come tale – atteso che la nuova normativa lo equipara ad un rifiuto non pericoloso.”

Il testo è quello di alcune tra le più illuminanti disposizioni dell’ennesimo “decreto Berlusconi”, stavolta in materia di rifiuti campani; quello che muove dall’espressa considerazione della “necessità di fornire adeguate risposte, anche in termini di efficienza, nello svolgimento delle attività di indagine in ordine ai reati commessi nell’ambito delle predette attività di gestione dei rifiuti [….]”

La traduzione è costituita da stralci di un documento inviato al C.S.M. da 75 dei 100 magistrati della Procura della Repubblica di Napoli, tra i quali vi sono coloro che hanno chiesto l’arresto, avvenuto qualche giorno fa, di un gruppo di capi e capetti, pubblici e privati, del limpido maxi-business della spazzatura campana, più precisamente del segmento delle cosiddette “ecoballe”.

Provvedimenti giudiziari a loro volta tradotti, nella vulgata bipartisan più acuta giuridicamente e coraggiosa politicamente dello “schieramento avverso a quello che ha vinto”, come “intervento spettacolare e fuori contesto” che rischia di “ostacolare la soluzione del problema rifiuti”.

La perspicua esegesi è del c.d. “ministro ombra dell’ambiente”; curiosamente, proprio il fiero fustigatore del c.d. “ambientalismo del no”, l’espressione più genuina del nobile ambientalismo del sì, dal sì agli inceneritori a quello al nucleare (nelle sue propaggini più estreme, ma dalla matrice legambientista indubitabilmente comune), che torna, dopo decenni di sì con sempre meno “se” e meno “ma”, ad affermare un no forte e chiaro: quello agli interventi spettacolari ecc…., ossia agli interventi della magistratura.

Ma subito dopo si rimette senza indugio sulla retta via dichiarando l’ultimo sì in ordine di tempo: quello al su citato decreto Berlusconi, considerato, evidentemente, quantomeno una possibile “soluzione del problema rifiuti”.

Fino a qualche tempo fa quell’ennesima, ineffabile pagina dell’autobiografia di questa nazione che si chiama centrosinistra “si limitava”, quando era al governo, a fare cose sostanzialmente simili a quelle che fa il centrodestra quando è maggioranza, al massimo evitando (ma non abolendo) le più impresentabili “norme – vestito”, i provvedimenti legislativi, cioè, più spudoratamente ritagliati sulle esigenze di un solo committente e dei suoi sodali; ma questo solo perché, com’è noto, nel centrosinistra non c’è il committente unico.

Per il resto, però, le differenze tra i due “schieramenti” (si fa per dire) erano sempre più evanescenti su millanta questioni e millanta leggi tra le più qualificanti (dall’indulto esteso ad ogni tipo di corruttori, grassatori e manutengoli dei mafiosi, purchè rigorosamente in colletto bianco, ai “pacchetti sicurezza” all’interno dei quali interi gruppi etnici o nazionali presenti sul territorio italiano trovavano la lieta sorpresa di deportazioni di massa).

Tanto che le menti più critiche e le voci più intemerate della vita pubblica nazionale ammonivano severamente: “se queste cose le facesse Berlusconi, domani saremmo tutti in piazza.”

Oggi il centrosinistra non si limita più a questo: fiancheggia platealmente, o meglio “dialoga” col centrodestra anche quando è all’opposizione, pardon al governo ombra; e anche quando si tratta di provvedimenti legislativi altrettanto scellerati quanto la più sconcia legge ad personam, poiché eversivi dell’ordine costituzionale e criminalmente attentatori contro la salute pubblica di intere popolazioni.

Nel silenzio più tombale della gran parte di quelle menti ex critiche e di quelle voci una volta intemerate.

A tacere delle menti e delle voci “ecologiste”, il cui più temerario slancio di fronte al disastro ecologico e politico campano è quello di dichiararsi “stupite e perplesse”: ma “su quanto contestato dalla Procura di Napoli”, ossia sull’ennesima impietosa e coraggiosa radiografia della legalità nazionale in materia ambientale fatta per mano giudiziaria (poiché, come afferma il presidente della già citata Legambiente, “che i rifiuti in uscita dagli impianti della Fibe non fossero proprio a norma così come la loro destinazione finale era una questione già nota a tutti da anni.” Sic!), non certo sulla nuova perla di legislazione ambientale del governo Berlusconi.

Sabato 7 giugno, a Milano, c’è la “Marcia per il clima” promossa da decine di sigle ambientaliste, per “abbassare la febbre al mondo”.

Sacrosanta.

Ma quando si porranno gli ambientalisti del sì il problema della febbre gialla che ormai da anni sta divorando loro e con loro, purtroppo, la migliore tradizione e le maggiori energie ecologiste di questo paese? Quella febbre per contrarre la quale basta qualche frequentazione con la più diroccata, ma comunque infettante, delle stanze del potere, e che, una volta attecchita, permette, curiosamente, di riconoscere e di combattere un nemico dell’ambiente solo quando è incorporeo ed invisibile (come il povero CO2) e, soprattutto, quando, non sedendo in un ministero, in un assessorato o in un consiglio d’amministrazione, esso non è in condizione di dispensare servigi e prebende varie?

Fasano, 3\6\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 11/06/2008  


Non hanno voluto

Avremmo voluto sapere qual è stato veramente il prezzo che Brindisi ed i suoi abitanti hanno pagato per la loro industrializzazione, “per il loro sviluppo”.

Avremmo voluto sapere cosa è stato realmente acquistato con quel prezzo.

Avremmo voluto sapere chi lo ha deciso. E dove. E cosa ha avuto, ognuno di costoro, in cambio del prezzo che ha fatto pagare ad una città lontana. Ad una popolazione affamata di lavoro. Che aspettava l’industria, “il progresso”, la fine delle privazioni, delle migrazioni.

Avremmo voluto sapere chi ha deciso, e dove, che quel prezzo non andava rivelato a nessun costo a coloro che lo stavano pagando, a coloro che lo avrebbero pagato. Il perché, no: lo conosciamo già, anche senza processi. È sempre lo stesso, a Venezia come a Brindisi, a Monfalcone come a Taranto: si chiama profitto.

Avremmo voluto sapere chi ha avuto per primo l’idea del patto di segretezza; il giuramento tra i padroni della chimica mondiale, a partire dalla "nostra" Montedison, di non svelare a nessuno il segreto del cvm, il loro segreto. I giuramenti della Sacra Corona Unita sono venuti dopo quel giuramento. E hanno fatto meno morti. Anche se hanno portato più persone in galera.

Avremmo voluto sapere chi ha applicato nel petrolchimico di Brindisi l’ordine perentorio del padrone della chimica italiana per tanti anni, del padrone della Montedison ai suoi sottoposti: “manutenere il meno possibile ”.

Avremmo voluto sapere quante vite umane, quante vite operaie si sarebbero potute salvare, se quell’ordine non fosse stato eseguito. Come tanti altri ordini di quel tipo.

Avremmo voluto sapere perché alcuni scienziati dicono che l’unico tumore che provoca il cvm è l’angiosarcoma epatico: il tumore più raro.

Avremmo voluto sapere perché quasi tutti questi scienziati, in un modo o nell’altro, hanno avuto rapporti con l’industria. Hanno avuto soldi.

Avremmo voluto sapere perché alcuni scienziati hanno con la scienza lo stesso rapporto che un pizzaiolo ha con la pizza: la fanno come chiede il cliente.

Vorremmo sapere perché due magistrati della Repubblica hanno creduto a questi scienziati.

Avremmo voluto sapere chi ha rovinato la vita, chi ucciso qualche decina, qualche centinaio di lavoratori del petrolchimico di Brindisi.

Avremmo voluto. Avremmo dovuto. Avremmo potuto.

Non hanno voluto.

Fasano, 8\6\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 11/06/2008  


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Studio legale penalista Stefano Palmisano