Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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SPECIE NON PROTETTE

Poco più di un mese fa, l'omicidio di una giovane donna italiana, secondo l'accusa, ad opera di un immigrato rumeno scatenò immediatamente gli spiriti animali della permanente “emergenza sicurezza”, che nella variante scaturita da questo tragico fatto assunse i tratti somatici granguignoleschi della “razza rumena”.

Quella presunta emergenza, letteralmente costruita nel laboratorio bipartisan degli orrori, tra strilli di avvoltoi di destra e ruggiti di conigli di sinistra, mise in luce, secondo costoro, le presunte lacune o addirittura “il lassismo” del nostro ordinamento verso quegli odiosi titolari di licenza di uccidere e rubare che sono i migranti, specie se rumeni.

Nel nostro codice penale il furto di una scatoletta di tonno in un supermercato è punito con una pena che può arrivare a 10 (dieci) anni.

Quanto alla legislazione sui migranti, o meglio sui “clandestini”, non dovrebbe essere necessario, ci si augura, ricordare le numerose perle di “lassismo” normativo inanellate in questa materia dalla prestigiosa compagine di legislatori liberali Turco-Napolitano-Bossi-Fini-Pisanu.

Ciononostante, da quel fatto di cronaca nera, indubbiamente terribile, ma purtroppo non più di tanti altri, derivò in tempo reale un nobile decreto – legge: l'ennesimo prezioso pacchettino – sicurezza che, per riempire i fantomatici buchi nelle maglie della nostra rete repressiva (sempre ed esclusivamente, s’intende, destinata ad intrappolare ogni tipo di delinquenti, purchè rigorosamente povericristi), tra le altre sue chicche di civiltà giuridica conteneva l’istituzione di una mini-deportazione su base etnica, prontamente avviata dagli zelanti funzionari di uno Stato che, per definizione, è un delizioso giardino di legalità, amorevolmente coltivato anzitutto dalle sue classi dirigenti.

La scorsa settimana, in una fabbrica di Torino, sei sventurati lavoratori (l’ultimo si è spento ieri) sono stati uccisi in un incendio scoppiato nella linea di produzione numero 5 di quello stabilimento.

Un incendio propagatosi perché gli estintori erano scarichi e le manichette dell’acqua rotte; perché la manutenzione dei dispositivi di sicurezza, in una fabbrica che stava sbaraccando, non la faceva più nessuno.

Secondo i compilatori bipolari dell’agenda unica degli allarmi e delle paure nazionali, quegli operai sono stati uccisi dall’incendio. E basta.

Gli stessi avvoltoi che levano alti i loro gridi contro ogni rapina in villa commessa “dagli slavi”, gli stessi conigli che ruggiscono imperiosamente alla tolleranza zero ad ogni scippo commesso “dai clandestini”, in questi casi, quando si tratta solo di qualche normale morte operaia sul posto di lavoro (praticamente fisiologica, secondo alcuni degni imprenditori), ritrovano l’aplomb dello statista, l’analisi dotta e distaccata del fine giurista.

Secondo questa augusta vulgata, contro i padroni che calpestano sistematicamente le più elementari regole in materia di sicurezza dei loro dipendenti sul posto di lavoro “non servono nuove norme più severe, basta applicare quelle che già ci sono.

La nostra normativa antinfortunistica in materia di pericolo di incendio in fabbrica prevede che “ nelle aziende o lavorazioni in cui esistono pericoli specifici di incendio [….] devono essere predisposti mezzi di estinzione idonei in rapporto alle particolari condizioni in cui possono essere usati, in essi compresi gli apparecchi estintori portatili di primo intervento. Detti mezzi devono essere mantenuti in efficienza e controllati almeno una volta ogni sei mesi da personale esperto… ” (art. 34, D.P.R. 547\55).

La violazione di questa norma da parte dei datori di lavoro e dei dirigenti è punita “con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da lire un milione a lire cinque milioni ” (art. 389).

Fino a che in quella fabbrica infernale di Torino continuava, per un caso fortuito e fortunato, a non verificarsi il fattaccio, pur in quelle condizioni di criminale sfacelo delle più basilari misure di sicurezza, padroni, capi e capetti della Thyssen-Krupp, che pure avevano creato quelle condizioni, se beccati avrebbero rischiato al massimo l’arresto fino a quattro mesi o l’ammenda fino a lire cinque milioni.

A sentire il coro bipartisan delle voci tonitruanti “della sicurezza”, inopinatamente affievolitesi sino a degradare al rango di autentiche voci bianche quando è in gioco quella sottospecie di sicurezza che è quella dei lavoratori, questa sarebbe la sanzione penale sufficiente a spingere gli imprenditori a rispettare un precetto vitale, come dimostrano tragicamente i fatti di Torino, per la tutela dei lavoratori in fabbrica, come quello su citato in materia di mezzi di prevenzione antiincendi.

Cosa deve accadere perché per una volta, una soltanto, ci venga risparmiato lo spettacolo indecente di uomini politici o addirittura di uomini di governo che, in una materia ed in un momento del genere, ci imbrogliano spudoratamente oppure, in alternativa, che non sanno letteralmente di cosa stanno parlando, lasciando al lettore la valutazione su quale delle due ipotesi sia più degradante per un “governante”?

Il 24 aprile scorso il governo ha presentato un disegno di legge in materia di tutela penale dell’ambiente che tende a far finalmente diventare i reati ambientali delitti (il genere più grave di illeciti penali previsto dal codice penale), da contravvenzioni (quello decisamente meno grave; per non dire, meglio, meno serio) quali sono oggi.

La legge delega n. 123 del 3 agosto scorso, in materia di “tutela della salute e della sicurezza sul lavoro”, invece, prevede che i reati contro la salute e la sicurezza sul lavoro, cioè quelle dei lavoratori e delle lavoratrici, contravvenzioni erano e tali restino.

Con tutto quello che questa fulgida scelta del legislatore di centrosinistra (con l’ovvia astensione del centrodestra) comporta in termini anzitutto di effettiva applicabilità della sanzione, ossia di serietà della stessa, dato che, indipendentemente dal, già di loro tragicomico, merito quantitativo, comunque si tratta e si tratterà di pene che in 9 casi su 10 non vengono e non verranno mai comminate, e men che meno eseguite, per la semplice, notoria ragione che un reato contravvenzionale si prescrive, cioè si estingue, in quattro anni; un termine nel quale un processo penale di solito è ancora ai suoi primi vagiti.

Forse, insieme alle, comunque benemerite, campagne di adozione degli alberi di arance siciliane e dei ratti di laboratorio, bisognerà iniziare a pensare di avviare una campagna di adozione degli esemplari di quella specie sempre meno protetta che è la specie umana lavoratrice.

Fasano, 20\12\2007

Stefano Palmisano

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Postato il 23/12/2007  


REATI CONTRO L'AMBIENTE: ALTRI DELITTI SENZA CASTIGO

L'ennesima “emergenza ambientale” che sta coinvolgendo un territorio della provincia di Brindisi, in questo caso quello di Torchiarolo, probabilmente per le emissioni inquinanti della centrale Enel di Cerano, pone di nuovo l'ormai antica, ma evidentemente sempre più stringente, questione degli strumenti di tutela giuridica dell'ambiente, il che vuol dire, dunque, anche delle persone che nell'ambiente in questione vivano, dalle aggressioni più disparate, “legali” o clandestine che siano; meglio, dell'effettività, dell'efficacia, verrebbe da dire della stessa serietà di quegli strumenti.

La questione, pur investendo nel nostro paese sostanzialmente tutte le branche del diritto, riguarda in particolare l'ambito penale.

Discorso a parte meriterebbe l'ambito del diritto civile, soprattutto alla luce delle possibili (anche se ancora assai remote, per non dire improbabili, alla luce di quello che sta accadendo in parlamento) novità in tema di “class action”, cioè l'azione giudiziaria di risarcimento danni proponibile da una collettività (una “classe”, per l'appunto) di persone, accomunate tutte dall'aver subito sostanzialmente lo stesso tipo di danno a causa dello stesso fatto illecito, contro l'autore o gli autori di quest'ultimo.

L’azione di classe prevista dalla prossima legge finanziaria, come delineata dal voto del Senato dello scorso 16 novembre, infatti, comprende anche le ipotesi di danno ambientale, ossia di attentato alla salute derivante ad una pluralità di persone residenti su un determinato territorio da una certa fonte d’inquinamento, di regola di natura imprenditorial-industriale.

In ogni caso, oggi, il quadro giuridico di matrice civile in materia di tutela ambientale è completamente privo di un promettentissimo istituto come quello di cui si discute, e, anche per questo, non risulta dei più confortanti.

Quel quadro, però, appare come una vivida tavola impressionista se viene confrontato con la natura morta costituita dalle norme penali in questo ambito.

Tanto per dare subito l'idea della situazione, in tema di inquinamento ambientale il nostro codice penale, allo stato, prevede un solo reato in qualche modo utilizzabile per punire gli autori di questo fenomeno criminale ormai non propriamente marginale.

Si tratta dell'ipotesi contemplata dall'art. 674, denominato " getto pericoloso di cose".

Questo reato, più precisamente questa contravvenzione, cioè il genere di reato meno grave previsto dal nostro ordinamento (l'altro, quello più serio, è il delitto), prevede come punibile il comportamento di "chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti."

A prescindere, dalle vere e proprie piroette interpretative cui verrebbero costretti (come in qualche, non casualmente sporadico, caso, è accaduto) un pubblico ministero e soprattutto un giudice che volessero usare questa norma, così congegnata (nel 1930), per sanzionare comportamenti, anche gravi, di inquinamento del suolo, del mare o dell'aria, è illuminante della reale efficacia repressiva di questa ipotesi di reato la pena prevista dalla stessa: l'arresto fino a un mese o l'ammenda di Euro 206 (diconsi duecentosei).

Questa sanzione, peraltro, già di suo così draconiana, ha il suo destino già ineluttabilmente segnato nel senso di una genetica inattudine ad essere applicata nella quasi totalità dei processi penali italiani. La natura contravvenzionale del reato, sopra accennata, infatti, fa sì che lo stesso si prescriva, cioè si estingua, in quattro anni, in un tempo, cioè, nel quale, nella gran parte dei procedimenti non si riesce ad arrivare neppure alla sentenza di primo grado.

Non si farà molta fatica ad immaginare che ritenere di poter contrastare seriamente con quest'arma penale diffuse e devastanti, se non proprio sistematiche, aggressioni ad un territorio, quando non veri e propri disastri ambientali, specie se provocati da colossi industriali, è come ritenere di poter sventare una rapina a mano armata agitando una pistola ad acqua.

Il 24 aprile di quest'anno il Consiglio dei ministri ha finalmente approvato un disegno di legge che introduce nel nostro codice penale un'ampia serie di reati in materia ambientale.

In particolare, si tratta di sedici nuovi articoli che costituiscono il " Titolo VI - bis. Dei delitti contro l'ambiente."

La costruzione delle nuove fattispecie di reato, dunque, è anzitutto basata sulla natura delittuosa degli stessi. Il che, di suo, come si è accennato sopra, è garanzia di maggiore serietà, prima di ogni altra considerazione, delle norme stesse.

Con questa riforma legislativa, si coniano, per la prima volta, figure di delitti come l' "inquinamento ambientale ", punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro. Ipotesi criminosa che viene disegnata come reato di mero pericolo concreto, per integrare il quale, cioè, è sufficiente l'immissione nell'ambiente di sostanze o energie che cagionino o contribuiscano "a cagionare il pericolo concreto di una compromissione durevole o rilevante: a) delle originarie o preesistenti qualità del suolo, del sottosuolo, delle acque o dell'aria; b) per la flora o la fauna selvatica."

O ancora come il "danno ambientale", con eventuale "pericolo per la vita o l'incolumità personale", che scatta quando " la compromissione durevole o rilevante prevista dall'articolo precedente si verifica "; nel qual caso l'autore del reato subisce "la pena della reclusione da due a sei anni e la multa da 20.000 a 60.000 euro." E "se dalla illegittima immissione deriva il pericolo concreto per la vita o l'incolumità delle persone, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni. "

Proseguendo su questo filone si introducono i delitti di "alterazione del patrimonio naturale, della flora e della fauna", di "traffico illecito di rifiuti" ecc....

Inoltre, tra le altre sanzioni, dirette o indirette, che si dispongono per i vari delitti contro l’ambiente che vengono istituiti, si segnala in particolare l’importantissima novità di collegare la responsabilità amministrativa da reato delle imprese (introdotta con la legge 231\2001) anche ai reati ambientali; in particolare, prevedendo pene pecuniarie che vanno da 200 a 1.000 quote della società in questione, nonché sanzioni interdittive, temporanee o anche definitive, dall’esercizio dell’attività.

Insomma, si tratta di una griglia di figure di reato e di relative sanzioni organica ed incisiva che va decisamente nella direzione giusta.

È probabile che, in sede applicativa di queste nuove disposizioni, si presentino incongruità e contraddizioni di non secondaria importanza a causa di una tecnica legislativa che, ancora una volta, in alcune delle nuove norme non brilla per linearità e puntualità, come osservano già alcuni commenti al testo legislativo del governo.

Tuttavia, il vero elemento di criticità della questione non è certo questo; il punto dolente sono i tempi della riforma, per non dire la stessa possibilità che essa passi indenne il vaglio parlamentare, diventando legge dello stato nella sua totalità o quasi totalità.

Lo sconfortante ritardo politico-culturale che scontano le classi dirigenti di questo paese, nella loro totalità, nello stesso approccio alle questioni della difesa ambientale anche e soprattutto in sede giuridica, e penale in specie, testimoniato dal fatto che se oggi in Italia siamo ancora alle prese con il reato previsto dall’art. 674 c.p., sopra illustrato, in Germania le prime serie norme penali a tutela dell’ambiente sono state inserite nel 1980 e quelle in materia di lotta alle eco-mafie nel 1994, ha fatto sì che noi, alla fine del 2007, siamo in presenza ancora di un mero disegno di legge in questa materia non proprio residuale rispetto alle stesse possibilità di sopravvivenza di interi ecosistemi, ossia di pezzi del territorio nazionale.

Disegno di legge vuol dire semplicemente che questo deve affrontare le forche caudine del cosiddetto “dibattito parlamentare”, con tutto quello che ciò significa in termini di passaggi in commissione, navette da una camera all’altra, tempi morti quando non biblici, ma soprattutto veti incrociati, operazioni, più o meno limpide, di lobbying da parte dei soggetti, specie di natura imprenditoriale, che da queste norme hanno tanto da perdere, con i conseguenti ricatti dei peones parlamentari prezzolati dalle stesse lobbies.

Infatti, a distanza di quasi otto mesi dall’approvazione del d.d.l., in parlamento su questo provvedimento è accaduto poco o nulla.

Probabilmente, per sperare in una minima accelerazione dell’iter parlamentare di questo provvedimento non resta che augurarsi un disastro ambientale commesso da un immigrato rumeno; in tal caso, si potrebbe fondatamente confidare anche in un decreto legge in materia.

Nel frattempo, la difesa penale dell’ambiente in questo paese resta eroicamente affidata a quella norma incriminatrice, come accennato degna, per durezza ed efficacia repressiva, del legislatore ateniese Dracone, che è il “getto pericoloso di cose”.

Purtuttavia, forse, in alcune situazioni limite di inquinamento ambientale, il ricorso a questa larva di strumento penale potrebbe esser meglio che rinunciare in partenza a qualsiasi mezzo penale.

Non foss’altro perché, così facendo, si contribuirebbe a creare sensibilità anzitutto nell’opinione pubblica, il che vuol dire sostanzialmente nel “popolo inquinato”, sull’imprescindibilità di uno scudo penale contro gli attacchi più lesivi dei violentatori dei nostri territori.

E, com’è noto, il primo, altrettanto imprescindibile passo di ogni lunga marcia che ha portato alle più significative riforme del nostro ordinamento giuridico è stata proprio la sensibilizzazione dei soggetti, o della gran parte degli stessi, che le nuove norme dovevano tutelare.

Se a Torchiarolo le cose per l’aria che respirano i cittadini e per la terra dalla quale essi traggono la loro frutta e la loro verdura dovessero realmente stare nei termini drammatici che si denunciano da più parti, anche dai più alti scranni istituzionali della provincia, non vi sarebbe ragione per non tentare anche questa via di autodifesa giuridica; quella stretta ed impervia dell’odierno codice penale.

D’altronde, se in passato ad un pastore è riuscito anche di abbattere un gigante filisteo con un fionda, perché oggi una popolazione inquinata non potrebbe riuscire a bloccare la sistematica rapina, per non dire lo stupro, del proprio territorio con una pistola ad acqua?

Fasano, 3\12\2007

Stefano Palmisano

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Postato il 10/12/2007  


Reati contro il lavoro: vittime irrilevanti, pene inesistenti.

È ancora lunga e irta di ostacoli la strada da fare per provare almeno a ridimensionare l’elenco quotidiano dei morti sul lavoro, quella specie di bollettino di una delle guerre più sporche, perchè non dichiarata e soprattutto perchè combattuta contro civili inermi e, per molti versi, inconsapevoli di essere in prima linea piuttosto che in un cantiere.

Ma, prima ancora che lunga e accidentata, quella che realmente può portare al doveroso obiettivo di salvare qualche vita di lavoratore in più è una strada difficile da individuare, se, com’è tristemente evidente, c’è ancora tanta approssimazione in giro su alcuni aspetti nodali della questione; in primis, quello della repressione penale di un fenomeno che è, comunque, anche, se non soprattutto, criminale.

L’esempio più mirabile, in tal senso, riguarda il vagheggiato “Testo unico sulla sicurezza”, mitica panacea della gran parte dei mali e dei rischi da lavoro nella considerazione di tanti, anche onesti, addetti ai lavori.

Lo Schema di disegno di legge recante: “Delega al governo per l’emanazione di un testo unico per il riassetto normativo e la riforma della salute e sicurezza sul lavoro”, approvato dal Consiglio dei ministri il 16 febbraio scorso, prevede al n. 2, lettera f) (“riformulazione e razionalizzazione dell’apparato sanzionatorio, amministrativo e penale, ….”), co. 2, art. 1 dell’articolato la “determinazione delle sanzioni penali dell’arresto e dell’ammenda, previste solo nei casi in cui le infrazioni ledano interessi generali dell’ordinamento [….] da comminare in via esclusiva ovvero alternativa…”

Tradotta dal lessico normativo, questa direttiva, che dovrebbe “riformulare e razionalizzare l’apparato sanzionatorio”, altro non vuol dire che le violazioni di norme antinfortunistiche da parte dei datori di lavoro e degli altri soggetti tenuti rimarranno contravvenzioni, ossia il tipo di reati più lieve previsto dal nostro ordinamento, reati puniti secondo il codice penale con le pene dell’arresto, che “si estende da cinque giorni a tre anni” (art. 25 c.p.), e\o dell’ammenda, che “ consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a euro 2 (sic!) né superiore ad euro 1.032.” (art. 26 c.p.).

Non è affatto superfluo rimarcare, come afferma la stessa legge delega, che i due tipi sopra citati di sanzioni draconiane possono essere comminati “in via esclusiva ovvero alternativa.”

Per proporre un esempio che in questo territorio, per talune vicende, peraltro sempre meno note, dovrebbe risultare illuminante, un datore di lavoro che non adempia l’obbligo su di lui gravante di “adottare appropriate misure tecniche ed organizzative, al fine di ridurre ai valori più bassi le concentrazioni di cloruro di vinile monomero cui i lavoratori sono esposti” (art. 3, c. 1, l. 962\1982), è punito “con l’ammenda da L. 1.500.000 a L. 3.000.000” (art. 13, c. 1).

Solo “nei casi di particolare gravità i trasgressori sono puniti con l’arresto fino a tre mesi.” (art. 13, c. 2).

E’ solo uno dei millanta esemplari della variegata flora legislativa contenuta nella giungla del nostro diritto penale del lavoro, ma rende perfettamente l’idea di quale valenza fondamentale potrebbero avere questi reati (se fossero realmente applicati) e le relative sanzioni (se fossero appena men che ingiuriosamente risibili) una volta tanto addirittura in chiave preventiva, e non solo meramente repressiva, rispetto all’effettiva salvaguardia del bene giuridico sostanzialmente tutelato dalle medesime norme, ossia la salute e la stessa vita dei lavoratori.

Com’è, invece, perfettamente comprensibile da chiunque, l’entità microscopica della sanzione, la mortificante sproporzione tra la stessa ed il titanico precetto (la tutela della vita e dell’integrità dei lavoratori di fronte a micidiali serial killers come il cvm e coloro che ne hanno permesso la libera circolazione nei posti di lavoro) del quale essa è posta a presidio, rende desolantemente anche quella norma, come la stragrande maggioranza di quelle poste a difesa del lavoro e dei lavoratori, appena meno seria ed imperativa di una grida della Milano del diciassettesimo secolo.

A tacere degli effetti, altrettanto poco salubri, che ha la natura contravvenzionale di questi reati sulla prescrizione degli stessi, prima causa di mortalità dei processi penali in Italia, giacchè la regola in materia prevista dal nostro codice penale è che le contravvenzioni si prescrivono in quattro anni dalla commissione del reato; termine nel quale di regola, in Italia, non si riesce ad arrivare neppure alla sentenza di primo grado.

Questo luminoso scenario normativo, ma prima ancora, ovviamente, politico-culturale, di perenne amnistia, più che strisciante, marciante a passo di carica, meno di un anno fa è stato impreziosito dalla perla dell’indulto che ha coperto, in tutti i sensi, anche i crimini contro il lavoro; e non certo solo le contravvenzioni in materia antinfortunistica, bensì anche gli stessi omicidi colposi.

Per quanto sopra illustrato, questo brillante scenario rimarrà sostanzialmente immutato anche con il cosiddetto “Testo unico sulla sicurezza del lavoro”.

Sì, la strada da fare contro le morti da lavoro è lunga e perigliosa; ma, prima ancora, difficile da individuare.

Anche e soprattutto per questo, prima di incamminarcisi, bisognerebbe provare a consultare una mappa.

Fasano, 18\5\2007

Stefano Palmisano

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Postato il 27/05/2007  


Intervista a MD su processo petrolchimico - amianto

Medicina Democratica

Bimestrale

Supplemento al n.152/153

BRINDISI: PROCESSO PER LE MORTI DA AMIANTO NEL PETROLCHIMICO. INTERVISTA ALL’AVV. STEFANO PALMISANO, DIFENSORE DELLA PARTE CIVILE MEDICINA DEMOCRATICA

All'Avvocato penalista Stefano Palmisano, difensore di Medicina Democratica nel processo per le morti da amianto nel Petrolchimico in corso dinanzi al Tribunale di Brindisi (Giudice monocratico dott.ssa S. Toscani e pubblico ministero dott. P. Montinaro) abbiamo rivolto alcune domande per far meglio conoscere lo stato di avanzamento del procedimento ed il significato dei lavori finora svolti.

Di cosa sono accusati i 20 dirigenti del Petrolchimico imputati in questo processo?

I dirigenti nazionali dell'Enichem e della Montedison, oltre che quelli del petrolchimico di Brindisi, sono imputati per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. In particolare, essi devono rispondere della morte di due dipendenti dello stabilimento di Brindisi per mesotelioma pleurico e delle lesioni da placche pleuriche, che sono una patologia asbesto-correlata di tipo non neoplastico, di un terzo.

Quelli che vengono contestati agli imputati sono reati di natura "omissiva"; più precisamente essi sono accusati non solo di aver consentito o addirittura disposto, a seconda delle rispettive funzioni e responsabilità nella gerarchia aziendale, che questi lavoratori venissero adibiti a lavorazioni comportanti l'uso o, comunque, il contatto con sostanze, come in questo caso l'amianto, che si sapevano, da molti anni, essere notoriamente cancerogene, e da ancora più anni, comunque, tossiche.

I dirigenti aziendali in questione sono accusati anche, e soprattutto, di aver consentito eo disposto queste mansioni materiali dei lavoratori che poi hanno contratto la malattia professionale senza averli dotati di alcuna seria misura di sicurezza eo dispositivo di protezione (in questo caso per limitare le quantità di fibre di amianto che i poveretti avrebbero certamente inalato); di non aver sottoposto i lavoratori alle visite ed agli accertamenti medici periodici, necessari a diagnosticare per tempo eventuali patologie di natura professionale; e, addirittura, di non aver neppure minimamente informato i medesimi dipendenti della stessa enorme pericolosità dell'amianto, sì quantomeno da permettere ai diretti interessati di adottare autonomamente qualche minima forma di cautela, preventiva, diagnostica o terapeutica, a fronte delle rischiosissime mansioni lavorative che venivano loro imposte.

Quali sono i "nodi" giuridici e scientifici intorno a cui si è svolto il confronto tra accusa e difesa?

Le questioni scientifiche cardine dello scontro dibattimentale che si è sviluppato fino a questo momento nel processo sono, fondamentalmente, tre.

Assodato che l'amianto è un potentissimo cancerogeno e che l'esposizione all'amianto è causa dell'insorgenza del mesotelioma (ma le difese degli imputati non hanno rinunciato a provare ad attaccare, in particolare in alcuni passaggi, più o meno aperti e più o meno convinti, dell'esame dei loro consulenti tecnici di parte, anche questi assunti, in verità ormai non più seriamente attaccabili), i punti nodali sui quali si gioca il giudizio sono: a) la cosiddetta relazione dose-risposta, nel rapporto tra esposizione ad amianto e sopravvenienza della malattia; b) di conseguenza, la natura dell'amianto come "cancerogeno completo"; c) la conoscenza o conoscibilità della tossicità, se non addirittura della cancerogenicità dell'asbesto.

Quanto al punto a), il senso del contenzioso è facilmente spiegabile: le difese degli imputati cercano di affermare che non esiste una relazione tra quantità di amianto inalate e insorgenza della patologia neoplastica in esame, ma che, invece, basterebbe l'inalazione di pochissime quantità di fibre per innescare (di qui l'invenzione, e la conseguente definizione, di taluni studiosi della cosiddetta "dose trigger", cioè dose-grilletto) il meccanismo oncogeno che poi procederebbe in maniera sostanzialmente autonoma e porterebbe, infine, alla formazione del mesotelioma. In questo quadro ezio-pato-genetico, più che la quantità delle dosi del cancerogeno assunte, risulterebbe fondamentale ai fini della formazione definitiva del tumore il decorrere del tempo (la c.d. "latenza"). In pratica, l'obiettivo delle difese è far passare l'assunto della sostanziale irrilevanza causale, rispetto al risultato finale del sorgere del mesotelioma, di tutte le esposizioni alle fibre di asbesto successive alla prima o alle primissime.

Questo assunto (o, forse, sarebbe il caso di chiamarlo più correttamente teorema), e veniamo al punto b), va di pari passo con l'altro per cui l'amianto non sarebbe un cancerogeno completo, cioè non sarebbe in grado di fungere, nel processo di formazione del cancro, anche da agente "promotore", ma solo da agente "iniziatore".

Quanto al punto c), infine, le difese dei dirigenti accusati, asseriscono, e chiedono al Tribunale credito anche su questo punto, che le proprietà tossiche e, soprattutto, cancerogene dell'amianto siano diventate patrimonio acquisito nella comunità scientifica, e quindi nel mondo aziendale, solo negli anni '80, e non già a cavallo tra gli anni '50 e '60, come afferma, invece, la letteratura medica ampiamente consolidata.

La combinazione, praticamente sillogistica, di queste tre affermazioni scientifiche, porta diritto alla formulazione di una conclusione tutta giuridica, ovviamente in chiave strettamente difensiva degli imputati di questo processo:

- se non esiste una relazione dose-risposta tra l'esposizione all'amianto e l'insorgenza del mesotelioma;

- se, cioè, tutte le esposizioni successive alla prima, o alle primissime, sono praticamente irrilevanti rispetto alla formazione finale della malattia;

- e questo è confermato dal fatto che l'amianto non è un cancerogeno completo, non è, cioè, in grado di fungere anche da promoter, oltre che da iniziatore, del meccanismo carcinogenetico;

- se si è "saputo" solo negli anni '80 che l'asbesto era cancerogeno;

- siccome le prime esposizioni dei due lavoratori vittime in questo procedimento risalgono agli anni '70, se non addirittura agli anni '60;

tutto ciò premesso (come si scrive negli atti giudiziari), nessun "rimprovero", ossia nessun giudizio di colpevolezza colposa si può muovere nei confronti degli imputati.

La costruzione teorica, vista da fuori, ha anche una sua affascinante solidità; peccato che i pilastri scientifici della stessa, come su accennato, ad un esame men che superficiale e, soprattutto, men che interessato, risultino praticamente fatiscenti.

Quale contributo ha fornito Medicina Democratica al dibattimento?

La presenza di Medicina Democratica in questo processo, fuori da ogni fuorviante modestia, è stata palesemente centrale (e non si usa l'aggettivo determinante solo perchè ancora non c'è una sentenza di condanna degli imputati).

I consulenti tecnici di Medicina Democratica, i dottori Vito Totire, Carlo Bracci e Maurizio Portaluri, hanno letteralmente alfabetizzato il Tribunale (come deve essere, fisiologicamente, il ruolo di un soggetto, intellettualmente onesto, portatore di un sapere scientifico assolutamente specialistico nei confronti di un profano; nel caso di specie, di tre medici specialistici nei confronti di una persona, come il Giudice, naturalmente estranea a specifiche questioni tecnico-scientifiche che esulino dall'ambito giuridico) su una materia assai complessa come l'amianto e le sue conseguenze sulla salute umana.

Complessità che, come in tanti altri ambiti medico-scientifici, con particolare riferimento alle nocività nel mondo della produzione capitalistica e del lavoro subordinato all'interno di quest'ultima, è anche il frutto di teorie e prospettazioni scientifiche non propriamente neutrali, per non dire più brutalmente al servizio degli interessi della classe padronale.

In tal senso, questo processo, come tanti suoi simili, sta fornendo delle autentiche perle "didattiche" che servono a meglio lumeggiare, per l'appunto, quegli oscuri ed ineffabili bassifondi spesso, troppo spesso costituiti dal rapporto tra scienza medica e aziende, cioè tra "scienziati" medici e capitalisti.

Chi sono i periti nominati dal Tribunale a termine del dibattimento e quale è il significato della nomina di un perito in questo processo?

I periti nominati dal Tribunale sono i dottori Pietro Comba, direttore del Laboratorio di Epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità, e Francesco Facciolo, primario di chirurgia toracica presso l’Istituto Tumori di Roma. La decisione di procedere a perizia, su tutte le questioni citate al punto 2), per il Tribunale era praticamente obbligata, tenendo conto che nel processo sugli stessi, nodali argomenti erano state affermate, dai diversi consulenti tecnici, d'ufficio e di parte, che sono stati esaminati, teorie praticamente contrapposte. Il Giudice non poteva che rimettersi, per far sciogliere le stesse questioni, a due scienziati di sua fiducia, oltre che di assoluta levatura professionale, anche internazionale, com'è stato in questo caso.

In quale panorama nazionale e regionale si colloca il processo di Brindisi? Quali conseguenze giuridiche e politiche potrebbe produrre un esito del processo favorevole alle parti civili?

Il nostro processo si colloca in un panorama giuridico - processuale nella materia dell'amianto oggi non del tutto consolidato, e, più in generale, in ambito di malattie professionali ancora più incerto e inquietante, oltre che in un contesto socio-economico-territoriale assolutamente peculiare (per usare un pietoso eufemismo) come quello brindisino.

Per quanto riguarda il primo aspetto, in materia di amianto, che pure dovrebbe essere uno dei cancerogeni più "scontati", basti pensare che solo nel maggio scorso il Tribunale di Pistoia ha assolto tutti i dirigenti di una fabbrica di quella zona, nel cui processo di lavorazione l'amianto aveva un ruolo centrale, imputati del delitto di omicidio colposo a danno di 22 (ventidue) lavoratori, tutti morti per mesotelioma pleurico (esattamente come nel nostro caso), "perchè il fatto non sussiste".

Quanto, più in generale, al campo delle malattie professionali, qui, come si accennava sopra, alcuni segnali sono ancora più devastanti, per la stessa sopravvivenza del cossiddetto "diritto penale del lavoro"; ossia per la stessa possibilità di continuare a processare padroni e dirigenti aziendali per le malattie professionali che contraggono e dalle quali vengono falcidiati i loro dipendenti.

E qui, ovviamente, il pensiero corre anzitutto alla sciagurata sentenza di assoluzione di Venezia, di tre anni fa, per la strage di lavoratori del petrolchimico di Porto Marghera.

Ma corre anche ad un altro procedimento assai più vicino a noi: quello, pendente innanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brindisi, per le morti da CVM (cloruro di vinile monomero) di decine di lavoratori del petrolchimico della stessa città. Procedimento nel quale il P.M. procedente ha chiesto, in maniera sconcertante, l'archiviazione; tra l'altro trovando anche il modo di dedicare en passant, nella sua ponderosa costruzione giuridica, due disinvolte paginette all'amianto, semplicemente per escludere, anche in questo caso, la prova del nesso causale tra l'esposizione allo stesso agente e l'insorgenza di qualsivoglia patologia tumorale. Questa richiesta di archiviazione, della quale i mass media già parlavano dal lontano settembre 2002, è stata notificata alle persone offese soltanto tra il maggio e il settembre di quest'anno, dopo, peraltro, una costante, lunga e faticosa mobilitazione pubblica organizzata dal neonato Comitato delle Vittime del Petrolchimico; il che vuol dire che le stesse vittime sono state messe nella condizione di difendersi, da quella che moltissimi di loro hanno vissuto come una tragica beffa che andava ad aggiungersi ad un danno devastante, quando non direttamente mortale, solo pochi mesi fa. E si sono difesi nell'unico, ultrarestrittivo modo che il nostro ordinamento giuridico metteva a loro disposizione; proponendo, cioè, opposizione all'archiviazione.

Quanto, infine, al contesto "ambientale" di Brindisi, ebbene quello è sotto gli occhi di tutti: il petrolchimico, come gli altri, sciagurati mega-insediamenti industriali appartengono ancora alla cronaca (ormai sempre più nera.... come il carbone) della città, e non smettono, nè promettono di farlo a breve, di emanare i loro miasmi inquinanti la salute e la vita individuale, oltre che quella pubblica, dei cittadini di Brindisi.

Una sentenza di condanna degli imputati del nostro processo significherebbe anzitutto un risarcimento concreto, monetario alla famiglia del lavoratore morto che si è costituita parte civile; e già questo sarebbe da solo un risultato di assoluto rispetto, anche per la Giustizia.

Significherebbe poi un risarcimento altrettanto concreto, ma soprattutto un riconoscimento politico-culturale ancor più prezioso e straordinario per Medicina Democratica di Brindisi.

Significherebbe un risarcimento morale al "diritto penale del lavoro", ossia alla forma di tutela della vita, della salute e della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici che passa, ed è doveroso che continui a passare, per un processo penale e che da vicende giudiziarie come quelle sopra velocemente ricordate ha subito un autentico danno esistenziale.

Significherebbe, infine, un risarcimento civile, simbolico ma non per questo meno importante, alla città ed al territorio di Brindisi, sempre più ridotto a ricettacolo di ogni sorta di nocività, in una spirale perversa di iniziative e di insediamenti inquinanti che, lungi dal mostrare segni di resipiscenza, o quantomeno di rallentamento, è, ormai, letteralmente irrefrenabile, come insegna la vicenda di quell'altra nefasta e nefanda creatura che si chiama rigasificatore.

Medicina Democratica

Bimestrale

Supplemento al n.152/153, Aut Trib Milano n. 23 del 19 gennaio 1977, Direttore Fulvio Aurora

Redattore Maurizio Portaluri

Brindisi, novembre 2004

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Postato il 05/09/2006  


Note sulla repressione

Alcune note dell'avv. Stefano Palmisano, tra il giuridico ed il politico, sulla repressione, passata, presente e futura del movimento antagonista.

Prima di Genova e prima dell'11 settembre.

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Postato il 25/08/2006  


Sull’inaugurazione dell’anno giudiziario

Domani i magistrati aderenti all’Associazione Nazionale Magistrati diserteranno l’inaugurazione dell’anno giudiziario per protesta contro l’approvazione da parte del governo Berlusconi degli schemi dei decreti legislativi di attuazione della legge delega di controriforma dell’ordinamento giudiziario, a sua volta varata qualche mese fa dalla maggioranza di centrodestra.

Fanno bene e devono avere la solidarietà di tutto il popolo della Costituzione.

Il provvedimento in questione e la complessiva politica giudiziaria del governo e del ministro Castelli, in particolare, costituiscono un tale, invalidante sfregio al nostro ordinamento giudiziario, nonché al più generale e concreto funzionamento della nostra amministrazione della giustizia, che rende, evidentemente, non più sufficienti le pur significative proteste poste in essere negli anni scorsi dai magistrati in occasione di un rito, di suo già incrostato di retorica surreale e di formalismo inquisitorio, quale l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

D’altronde, a questo punto risulterebbe quantomeno grottesco continuare ad “interloquire pacatamente” con chi sta effettivamente facendo tutto il possibile per riportare la magistratura italiana indietro di cinquant’anni, ai bei tempi in cui la stessa usava regolarmente la mannaia nei confronti di ladri di polli e oppositori politici e sociali ed il piumino da cipria nei confronti dei colletti bianchi, mafiosi, padronali o politici che fossero.

Né avrebbe molto senso mettersi a replicare, citando dottamente Montesquieu, ad un praticante di riti “celtici” (per un accidente del destino cinico e padano, ministro di giustizia) come Castelli che, pur di affermare il presunto “primato del potere legislativo su quello giudiziario”, passa con estrema disinvoltura, nonché, ovviamente, padronanza, da Asterix a John Locke.

Resta, però, qualche dubbio, di forma ma forse anche di sostanza, su queste iniziative dell’Anm.

Sono dubbi collegati al fatto che il sindacato dei magistrati, nel corso di questi cinque anni, ha dato il massimo ed il meglio delle mobilitazioni di denuncia e di protesta solo o prevalentemente con riferimento alla legge di controriforma dell’ordinamento giudiziario, ossia la legge che, per molti versi, riguarda anzitutto, anche se non solo, la condizione lavorativa dei magistrati stessi.

A tacere in questa sede di ogni altro ordine di considerazioni, questa impostazione dell’Anm è quantomeno miope “politicamente”, giacchè dà chiaramente fiato alle trombe di quanti, a volte in buonafede più spesso a gettone, non perdono occasione per qualificare, più o meno apertamente, le iniziative di dissenso dei giudici come atti di mera difesa corporativa di privilegi di casta.

Se di questo non si tratta, e in quest’occasione, almeno nella maggior parte dei casi dei singoli magistrati, di questo non dovrebbe trattarsi, e si è, invece, realmente in presenza di una polemica di dignità Costituzionale che gli uomini e le donne della magistratura italiana conducono anzitutto in difesa di diritti fondamentali di tutti i cittadini della repubblica, in primis quello all’uguaglianza di fronte alla legge, è inspiegabile come mai l’Anm non leghi pubblicamente, quantomeno nelle concrete attività di protesta (sia nei documenti ufficiali di indizione delle stesse sia nelle relative iniziative periferiche di presentazione, com’è accaduto ieri nell’assemblea aperta tenutasi nel palazzo di giustizia di Brindisi) la denuncia dello stravolgimento dell’ordinamento giudiziario a quella, più ampia, della complessiva devastazione del nostro ordinamento giuridico e Costituzionale, che ha perpetrato quella stessa maggioranza parlamentare e di governo in questa stessa legislatura.

Una protesta forte e formale dei magistrati, come quella che adotteranno domani nelle varie Corti d’appello, anche su questioni e su leggi adottate, anche recentissimamente, da questo esecutivo e dal relativo schieramento parlamentare, che, pur non incidendo direttamente sullo status dei magistrati stessi, fanno altrettanto scempio del nostro stato costituzionale di diritto quanto quello provocato dalla controriforma dell’ordinamento giudiziario, renderebbe, soprattutto nella percezione di tanta opinione pubblica, più autorevole anche una manifestazione di dissenso come quella di domani.

In tal senso, invece, è da registrarsi la recente, meritevole iniziativa di protesta dell’Unione delle Camere Penali che, rimosso finalmente, almeno in quest’occasione, l’ossessionante feticcio della separazione delle carriere, la scorsa settimana ha proclamato un’astensione dalle udienze contro quella bruttura para-lombrosiana che è la legge ex Cirielli, ora Vitali, in materia di recidiva e di prescrizione, che, sostanzialmente, riesuma in ambito penale una brillante teoria, quella del c.d. “tipo d’autore”, cui corrispondeva un’altrettanto nobile pratica giudiziaria: quella di calibrare la pena e le stesse regole processuali da applicarsi di volta in volta, sia quelle di trattamento sia quelle di giudizio, per ogni singolo fatto di reato, non più sul reato in sé e sulla sua gravità ma sul reo, o presunto tale, e sulla sua “personalità”, il che voleva dire anzitutto classe sociale di appartenenza.

Se questo, com’è facilmente intuibile, non è un principio penalistico propriamente legittimato dalla nostra Carta costituzionale, basata sul c.d. “diritto penale del fatto” ma prima ancora sul fondamentale canone di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, in compenso è un principio che è stato il cardine di vari ordinamenti giuridici del novecento: in primis, quello della Germania nazional-socialista.

Forse, bisognerebbe iniziare ad allargare il tema della giornata della memoria.

Fasano, 27\1\2006

Stefano Palmisano

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Postato il 26/06/2006  


Reati contro il lavoro: i soli delitti senza castigo?

La recente sentenza della Corte d’Appello di Bari, che ha confermato le condanne inflitte in primo grado ai dirigenti aziendali nel processo per i lavoratori della Fibronit morti da asbestosi, costituisce uno spiraglio di luce in una materia sulla quale il telo impietoso che da più parti è stato steso ha fatto calare, da tempo, un buio sempre più fitto: quella dei reati contro il lavoro e, soprattutto, contro i lavoratori.

Il buio è anzitutto quello che regna sovrano nella cosiddetta opinione pubblica, i cui riflettori da sempre, ma oggi come non mai, sono incommensurabilmente più sensibili al “dramma” di virtuosi virgulti di manager di sangue blu industriale che si intossicano di creativi cocktails a base di cocaina che ai banali mesoteliomi pleurici da amianto dei coibentatori dei cantieri navali di Monfalcone piuttosto che degli operai della stessa Fibronit di Bari.

Ma il buio, ahimè, è anche e soprattutto quello che sta calando nelle aule di giustizia dove si celebrano (quando si celebrano) i processi per omicidio e lesioni colpose a carico dei dirigenti delle numerosissime aziende che hanno esposto nei loro stabilimenti, nei decenni scorsi, i lavoratori alle loro dipendenze ad ogni sorta di sostanze tossiche, quando non direttamente cancerogene, consumando a danno degli stessi autentiche stragi bianche e silenziose sotto la forma, semanticamente curricolare, di “malattie professionali”; stragi le cui ultime massicce propaggini, per i lunghi tempi di latenza di queste malattie, sono ancora di là da venire.

Il buio nelle aule di giustizia cala perché si insinuano e si affermano interpretazioni di alcune norme del codice penale, in particolare di quelle in materia di nesso causale tra l’esposizione ad un agente cancerogeno e l’insorgenza di una determinata patologia tumorale, che pretendono la cosiddetta “certezza scientifica”, perché si arrivi ad una sentenza di condanna di un datore di lavoro imputato, nella individuazione di quel rapporto tra il cancerogeno ed il singolo caso di cancro; “certezza scientifica” che, alla stregua delle più consolidate acquisizioni della comunità scientifica in materia di cancerogenesi, altro non è che la pretesa di una impossibile, e perciò grottesca (o semplicemente strumentale), calcolabilità matematica (“nel 100%, o almeno nel 99,999%, dei casi”) di quel rapporto causale.

Una pretesa che, quindi, non può che avere il finale e ferale effetto concreto di impedire la stessa celebrazione dei processi penali per quelle stragi cui si accennava sopra.

Una pretesa (ed il conseguente effetto concreto che si evocava) che, è interessante rimarcarlo, è apertamente rivendicata da giuristi che, al contempo, sono anche, curiosamente, prestigiosissimi difensori, spalleggiati da consulenti “scientifici” di parte altrettanto blasonati, di quei dirigenti e di quegli imprenditori imputati nei vari processi penali che oggi ancora si tengono.

La sentenza della Corte d’Appello di Bari è rilevante perché contribuisce a sbarrare la strada, pur nella peculiarità dei casi e delle malattie specifiche poste a base di quel processo, a quella pretesa ed al conseguente effetto pratico demolitorio della stessa categoria di tutela penale del lavoro, o quantomeno della parte più significativa di essa.

Questo è un risultato importante in assoluto ma importantissimo in Puglia dove, a parte il caso Fibronit, si stanno celebrando a Foggia, come a Taranto, come, in particolare, a Brindisi procedimenti penali estremamente significativi non solo per le dirette parti in causa ma per le intere collettività di quei territori; e ciò per le dimensioni letteralmente pervasive degli effetti che i crimini contro il lavoro sottoposti a processo nei casi su citati hanno avuto su quei territori e sulle relative popolazioni.

Ma l’unico modo certo e definitivo per spazzare il campo da applicazioni pseudo-garantiste di norme in materia di reati contro il lavoro e contro i lavoratori come quelle di cui si discute è quello di affrontare e risolvere la questione direttamente a monte, ossia in ambito legislativo, più precisamente in sede di riforma del codice penale, formulando previsioni di legge in tema di nesso causale, in particolare nei cosiddetti reati omissivi impropri (come tecnicamente vengono classificati, di solito, i delitti contro i lavoratori di cui si sta discorrendo), che escludano alla radice la possibilità stessa di quelle esegesi nocive; nocive anche perchè direttamente abrogatrici della medesima norma che si sta “interpretando”.

In assenza di un intervento legislativo, tendenzialmente chiarificatore, in questo ambito, il triste destino delle innumerevoli persone lese (ma, sull’altro lato, anche degli imputati dei singoli processi) dai “crimini di pace” che si sono sistematicamente consumati nei posti di lavoro e nei territori circostanti, a partire da quelli riguardanti la Puglia, sarà quello di vedere le proprie speranze di giustizia letteralmente in balia delle diverse sensibilità giuridiche, ma anche, inutile nasconderlo, politico-culturali, nonché dei diversi approcci alla scienza e, soprattutto, agli scienziati, dei vari magistrati, giudici e pubblici ministeri, di volta in volta investiti delle singole, per quanto enormi, questioni processuali.

Con possibili conseguenze pratiche letteralmente sconcertanti, quali quella che si è registrata all’interno di una Procura della Repubblica di questa regione, quella di Brindisi, laddove con riferimento alla stessa questione specifica, il rapporto tra esposizione all’amianto e insorgenza di patologie tumorali, un pubblico ministero ha esercitato l’azione penale, mandando sotto processo e chiedendo la condanna di numerosi dirigenti del petrolchimico per la morte di due lavoratori, e un suo collega di ufficio, in un altro procedimento molto più corposo, ha ritenuto di dover chiedere l’archiviazione, anche relativamente alla specifica fattispecie citata sopra, liquidando la questione in due paginette della richiesta di archiviazione con la perspicua motivazione che l’amianto sarebbe “ubiquitario” (cioè sarebbe ovunque) nella nostra società e, dunque, sarebbe impossibile ricostruire un nesso causale tra l’insorgenza di un cancro in una persona e l’esposizione, quale e quanta essa sia stata, di quella stessa persona all’amianto sul posto di lavoro.

Se una “diversità di vedute” del genere susciterebbe, per l’appunto, sconcerto in qualsiasi osservatore neutro della vicenda, non è difficile immaginare che tipo di sensazioni possa suscitare nelle persone che portano sulla propria carne e nel proprio spirito i segni di queste vicende.

L’auspicio caloroso, dunque, è che la prossima maggioranza parlamentare si riveli, anche nei termini che si caldeggiavano sopra, appena più sensibile di quella odierna alla richiesta di giustizia che sale alta dalle decine di lavoratori lesi e dalle centinaia di parenti di quelli uccisi; da quelli che, per citare Gianfranco Bettin, sono “il prezzo del progresso…. il segreto che spiega il progresso, un segreto impronunciabile”.

Fasano, 16\10\2005

Stefano Palmisano

avvocato

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Postato il 26/06/2006  


Tutela del risparmio o tutela del falso in bilancio?

La scorsa settimana è stata approvata la cosiddetta legge di tutela del risparmio.

Il problema è capire il risparmio di chi.

La realtà di questa legge, in chiave di effettiva tutela apprestata al risparmio, in senso “tradizionale”, è, infatti, assai diversa da quella che si è da più parti provato a far passare tramite lo specchietto delle allodole dell’introduzione del mandato a termine del governatore della Banca d’Italia; quantomeno sotto il profilo, non proprio secondario, della tutela penale.

Questo provvedimento, infatti, sguarnisce ulteriormente i già traballanti presidi di difesa penale del risparmio, nella misura in cui conferma sostanzialmente la mirabile riforma del reato di false comunicazioni sociali, il cosiddetto falso in bilancio, approvata nel 2002 dall’attuale maggioranza di governo a tempo di record (quindi, nel prosieguo si parlerà di “riforme”).

Ciò comporta, anzitutto, la permanenza della doppia figura di reato: quella “di pericolo”, prevista dall’art. 2621 c.c. (“false comunicazioni sociali”), di natura contravvenzionale e punita con la pena draconiana dell’ “arresto fino a due anni”; e quella “di danno”, disciplinata dall’art. 2622 c.c., (“false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori”), di natura delittuosa punita “con la reclusione da sei mesi a tre anni”.

Fare l’elenco delle “peculiarità” di queste due norme richiederebbe lo spazio di una monografia: a partire dall’emblematica questione delle soglie quantitative del falso richieste dalla legge perché il fatto sia punibile. Questione sostanzialmente sintetizzabile nel principio “falsificare poco non è reato”, con quel “poco” che va letto in chiave assolutamente relativa, giacchè in taluni casi, per l’ineffabile meccanismo delle percentuali di variazione del 5 per cento sul risultato economico di esercizio oppure dell’1 per cento sul patrimonio netto della società, nel caso di colossi aziendali può significare licenza per legge di falsificare i bilanci per centinaia di milioni di euro.

Qui è sufficiente, ai fini dell’illustrazione del complessivo spirito delle riforme nonché delle loro possibili conseguenze concrete, rimarcare soltanto un paio di aspetti singolari delle stesse.

Il primo. Siccome il legislatore ha individuato il falso “di danno” come l’ipotesi più grave, qualificandolo come delitto, a fronte del falso “di pericolo”, sancito dall’art. 2621, cui si è data natura di contravvenzione, logica avrebbe voluto che se si è prevista la perseguibilità d’ufficio per quest’ultimo (come per tutte le contravvenzioni), a lume di buon senso, a fortiori si sarebbe dovuto prevederla anche per il delitto (per definizione, più grave della contravvenzione) di cui all’art. 2622.

Evidentemente il buon senso ed il senso comune di questo legislatore, ossia della maggioranza di governo, non coincidono, giacchè all’art. 2622, c. 1, si prevede che “gli amministratori…, sono puniti, a querela della persona offesa, ….”

Siccome, come visto, le persone offese di questo reato, secondo questa norma, possono essere solo i soci o i creditori, tenendo conto che spesso i soci, almeno quelli che contano e che hanno un interesse economico significativo nella società, spesso non sono proprio alieni, direttamente o indirettamente, dalle vicende gestionali della stessa società, il giudice Camillo Davigo ne ha tratto l’acuta considerazione che far perseguire il reato di falso in bilancio a querela del socio spesso può esser come far perseguire il furto a querela del ladro.

Né può confortare più di tanto il dato normativo per cui per le società quotate in borsa è prevista la perseguibilità d’ufficio del reato in questione, giacchè per il magistrato che dovesse ancora nutrire balzane idee di esercizio dell’azione penale anche nei confronti di questi reati e di questi rei, chiaramente diversi dagli altri, da un lato scatterebbe, comunque, il percorso a ostacoli delle soglie quantitative di punibilità cui si è fatto cenno sopra, con tutta la carica fiaccante della stessa azione penale che è propria di un congegno di tal fatta; dall’altro lato, ed è l’ultimo aspetto della legge cui si dedica un cenno, scatterebbe quell’autentica corsa contro il tempo costituita dalla nuova prescrizione che si applica oggi a questi privilegiatissimi reati e rei per il “combinato disposto”, come si dice, della riforma (un’altra!) della prescrizione approvata lo scorso 4 dicembre con la legge “salvapreviti” e dei nuovi limiti di pena dei reati che si stanno esaminando. Combinazione di norme che porta la stessa prescrizione di regola a sei anni per il reato di danno e addirittura a quattro per quello di pericolo.

In pratica, è l’amnistia preventiva e perenne per una sola categoria di reati e, soprattutto, di rei.

A nulla varrebbe indignarsi contro queste leggi obiettando che il falso in bilancio è uno dei reati dotati di maggiore potenzialità distruttiva nei confronti del risparmio, come dimostra plasticamente il caso Parmalat, giacchè i difensori della vecchia e della nuova riforma ben potrebbero controobiettare che queste norme perseguono interessi superiori: come dimostra, ancor più plasticamente, la recente assoluzione dello statista dalla chioma che si rigenera nel processo All Iberian di Milano dall’accusa di falso in bilancio “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”.

E non è più previsto dalla legge come reato per la semplice ragione che se lo è depenalizzato lo stesso imputato con l’ormai nota, apposita legge del 2002.

Ma il vero dramma di questo Paese non è questo.

Il vero dramma è capire chi abbia le carte in regola per denunciare e opporsi a tutto questo, se è vero come è vero che giusto tre giorni fa, Giovanni Consorte, il già fiore all’occhiello della finanza, e dunque dell’economia, “rossa”, il che dovrebbe voler dire anzitutto etica, ha disinvoltamente ammesso davanti agli sbalorditi P.m. di Milano di aver fatto rientrare in Italia pochi anni fa una parte dei suoi sudati risparmi, pari a 5 milioni di euro, grazie ad un’altra delle riforme creative del governo Berlusconi in materia economica e finanziaria, il cosiddetto “scudo fiscale”, la prima vera legge di tutela del risparmio varata dal governo Berlusconi; o quantomeno di un certo tipo di risparmio. Come quello di Consorte.

Consorte, l’interlocutore, quantomeno telefonico, dello stato maggiore del principale partito “della sinistra” che si candida a governare il Paese in alternativa, anzitutto morale, al governo Berlusconi.

Si il vero dramma di questo Paese non è Berlusconi è il compagno Consorte. E tutta la consorteria.

Tanto da far pensare alla geniale descrizione che Ennio Flaiano faceva del personaggio di un suo racconto, il re cinico, al quale lo scrittore faceva dire che “non sono questi i tempi per affezionarsi al proprio paese. Bisognerebbe avere una sola valigia”. “Percio,” chiosava Flaiano, “la sua lettura preferita era l’Orario delle Ferrovie”.

Fasano, 31\12\2005

Stefano Palmisano

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Postato il 26/06/2006  


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