Studio legale penalista Stefano Palmisano
 

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Lettera ad un medico

Illustre Dottore,

anch’io, come certamente Lei, a modo mio “da bambino volevo guarire i ciliegi”, per dirla col sommo poeta di Via del Campo.

Per questo io sono diventato avvocato; come per questo, verosimilmente, Lei è diventato medico.

Oggi non so chi di noi due svolga la professione più liberamente ancillare.

Non Le paia un incipit aggressivo, né obsoleto, né, men che meno, “ideologico”.

Forse è impropriamente generalizzante, anche se a questo errore metodologico proverò a porre rimedio nel corso di questo scritto; in ogni caso, è solo l’elementare, solare constatazione sulla natura stessa delle nostre auguste professioni che può fare chiunque, come chi Le scrive, faccia questo mio mestiere ormai da qualche anno ed, in particolare, abbia trascorso la gran parte di quegli anni a contatto (cartaceo, s’intende) con inquinamento dell’ambiente, malattie da lavoro, lavoratori malati e, soprattutto, scienziati “dell’ambiente”, anche se non certo ambientalisti, e medici “del lavoro”, anche se non proprio dei lavoratori.

Ma, non tema, egregio Dottore: non Le scrivo certo per offenderLa, né per ingiuriare la Sua categoria professionale, e neanche per criticarLa; anzi, intendo esternarLe il mio apprezzamento perché Lei ha avuto ragione.

Vede, io Le ho citato all’inizio il verso di una canzone del mio cantore d’elezione; è una poesia più che una canzone, quella, come la gran parte dei componimenti di quell’autore. E, forse, anch’io, pur non avendo alcun talento né alcuna velleità lirica, per molti anni della mia attività professionale ho avuto nei confronti di questo mestiere una sorta di approccio poetizzante: la Giustizia, l’Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, anche a questa legge che pure in buona parte contestavo, la Costituzione, la Legalità, la Repubblica fondata sul lavoro, i diritti dei lavoratori e di tutti i cittadini, specie di quelli più deboli, in primis quello alla salute ed alla vita.

Per molto tempo, pur non potendo io far nulla, per via del mestiere che facevo, “perché i ciliegi tornassero in fiore”, ho, però, accolto nel mio studio molti di quei “ciliegi malati in ogni stagione… che si chiamavano gente.”

Se non potevo ridar loro la salute, e, in alcuni casi, la vita, volevo, comunque, almeno dargli giustizia, come si dice con tenera locuzione. Per non “tradire il bambino per l’uomo”.

Ma, per chiudere la citazione della mirabile canzone di Fabrizio De Andrè, qualche tempo fa anch’io, per l’appunto, “capii, fui costretto a capire che fare il dottore (nel mio caso, l’avvocato) è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente, se non vuoi ammalarti dell'identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

Per questo prima Le rivolgevo il mio sentito plauso, esimio Dottore: perché la storia della Sua vita dice a chiare lettere che Lei questo crudele quanto fondativo principio della società nella quale viviamo l’ha recepito molto tempo fa e ne ha tratto tutte le dovute conseguenze.

Aveva, evidentemente, anche Lei, come chi Le scrive, un mutuo a tasso variabile da pagare e, lucidamente, non ha atteso per prendere drastici ma necessari provvedimenti neanche che il tasso e la rata schizzassero in alto in seguito allo scandalo dei mutui subprime o alle millanta altre simili porcate da alta finanza che costellano ormai quotidianamente lo scintillante arco celeste del nostro capitalismo reale.

Lei ha colto, con la lungimiranza analitica che è propria delle grandi avanguardie, che se avesse continuato a regalare la sua scienza alla gente, il sistema L’avrebbe ineluttabilmente presa per fame.

Ma la Sua grandezza è data dal fatto che Lei, illustre Dottore, non si è limitato, a quel punto, a non regalare più la Sua scienza alla gente malata.

Ha fatto assai di più: ha venduto a caro prezzo quella scienza, sperimentata anche sul corpo vile di quella gente, proprio a chi aveva, più o meno pesantemente, contribuito a far ammalare quelle stesse persone.

Prima lo ha fatto permettendo che costoro, i Suoi nuovi “pazienti”, potessero continuare a produrre, merci e profitti, quanto più a lungo possibile nelle stesse condizioni, senza, cioè, doversi sobbarcare oneri di sorta per rendere quelle produzioni minimamente meno inquinanti per l’ambiente e, dunque, meno nocive per la salute umana, e, in specie, per la salute di quella particolare categoria di gente di cui parlavamo sopra, quella, cioè, che stava e sta sui posti di lavoro.

Poi lo ha fatto garantendo a costoro, i “datori di lavoro”, di esser mandati regolarmente assolti da qualsivoglia tipo di sanzione che qualche magistrato ancora più poetizzante di chi Le scrive aveva avuto il candore e l’ardire di vagheggiare per questi signori, per Lorsignori, come se questi fossero dei normali criminali, degli spacciatori di cd tarocchi.

Anzi, ormai da tempo lo fa garantendo loro di esser mandati addirittura immuni dallo stesso processo, dato che oggi questi procedimenti penali si chiudono prim’ancora di iniziare, con un’archiviazione su richiesta dei medesimi uomini in toga che dovrebbero “esercitare l’accusa”. E qui il mio sincero plauso nei Suoi confronti si fa standing ovation, perché quei lucidi provvedimenti processuali vengono regolarmente adottati dai togati in questione proprio sulla base della presenza nella “Comunità Scientifica” di alcuni studi, discordi rispetto alla maggioranza, su alcune nodali questioni processuali di natura, per l’appunto, scientifica: cioè, i Suoi studi, illustre Dottore, e di altri Suoi Colleghi ugualmente a libro paga degli industriali. Che, in un certo senso, è come se oggi il Tribunale di Milano assolvesse Tanzi, l’ex padrone della Parmalat, dalle accuse di falso in bilancio sulla base di uno studio economico – contabile di Tonna, il ragioniere e co-imputato dello stesso Tanzi.

Lo ha fatto, egregio Dottore, contestando ad arte studi attendibili sulla nocività di quelle produzioni e di quei prodotti; seminando dubbi a piene mani sulle più consolidate acquisizioni scientifiche in tema di rapporto causale tra l’esposizione ad alcune sostanze e l’insorgenza di alcune malattie; concorrendo a demolire o, addirittura, ad occultare evidenze epidemiologiche che provavano enormi eccessi di alcune malattie osservate rispetto a quelle attese in alcune ben precise fasce di popolazione, per esempio i residenti intorno a ben determinati stabilimenti industriali, ed ovviamente i lavoratori di quelle fabbriche; sovvertendo disinvoltamente i più acquisiti principi scientifici in materia di composizione e studio di una coorte di lavoratori esposti ad un cancerogeno.

Lo ha fatto senza aver in mano uno straccio di controevidenza scientifica, di dato sperimentale seriamente alternativo, di letteratura minimamente attendibile, che non fosse quella costituita dai “letterati” che avevano seguito la Sua stessa parabola professionale e umana.

Lo ha fatto, soprattutto, illustre Dottore, rovesciando, rinnegando le Sue stesse, appena precedenti, affermazioni scientifiche sulle stesse questioni; senza che fosse emersa nella comunità, nella teoria e nella pratica scientifiche alcuna novità che giustificasse quella radicale conversione. In compenso, di novità ce n’erano state, ed anche di notevoli, nei Suoi referenti sociali, nei Suoi committenti professionali, nella Sua vita, nel Suo tenore di vita. Ed, evidentemente, queste, per Lei lietissime novelle, giustificavano, di loro, ampiamente quei revirement scientifici, quei voltafaccia dottrinali.

Lo ha fatto bene: quelle produzioni sono rimaste attive e quei prodotti sono rimasti sul mercato per anni dopo che essi erano stati accertati come tossici o addirittura cancerogeni oltre ogni ragionevole e decente dubbio. Quei padroni sono rimasti liberi ed innocenti dopo che per anni avevano avvelenato con quelle produzioni e con quei prodotti l’ambiente circostante le loro aziende, le persone che vi vivevano e quelle che vi lavoravano. E ciò perché Lei, illustre Dottore, ha cosparso prima “la comunità scientifica”, poi i processi penali dove venivano giudicati quei signori di dubbi irragionevoli (irragionevoli per tutti tranne che per certi magistrati, per l’appunto), ma, soprattutto, indecenti.

Come Lei, illustre Dottore, precisamente come Lei, pure in ambito diverso, hanno fatto tanti miei Colleghi, ovviamente molto più prestigiosi di me, seguendo lo stesso funambolico percorso professionale, politico – culturale, umano. Per questo, ad inizio di questa missiva mi permettevo quella trattazione sinottica tra le nostre professioni.

Ha fatto bene, illustre Dottore; come hanno fatto bene i miei Colleghi. Come farò bene io quando ripulirò la mia attività professionale, e per molti versi la mia stessa vita, dalle ultime scorie pseudo –poetiche. O, forse, semplicemente, quando mi si presenterà in concreto l’occasione.

Siamo tutti contro l’inquinamento dell’ambiente, le produzioni nocive, gli infortuni sul lavoro (si chiamano così, nelle sedi ufficiali; come si trattasse dello stiramento di un calciatore), ma il lavoro (proprio) è lavoro, o, più propriamente, gli affari sono affari. E, soprattutto, se i lavoratori hanno diritto alla vita e all’incolumità fisica, lei, illustre Dottore, i miei colleghi, noi professionisti abbiamo altrettanto diritto ad una vita agiata, consona al nostro status professionale: abbiamo tutto il diritto di pagare le rate del nostro mutuo senza angoscia, senza farci distrarre da questioni poetiche, per l’appunto, quasi metafisiche rispetto ai nostri legittimi, impellenti bisogni materiali. Perché, come insegna un grande scrittore catalano, l’angoscia metafisica, anche quella più profonda, è destinata a dissolversi di fronte all’angoscia delle bollette da pagare. Figuriamoci, dunque, di fronte a quella della rata del mutuo.

Solo vorrei porLe una domanda che spero non Le risulti indiscreta: quanti mutui sta pagando lei, illustre Dottore? E quando finiranno le rate? Perché con quello che Lei ha verosimilmente guadagnato in tutti questi anni di prestigiosa attività professionale, il cui contenuto mi sono permesso di descrivere sopra in forma poco paludata, si sarebbero potuti estinguere i mutui di interi condomini.

Insomma, per dirla in breve: qual è il suo fabbisogno di cassa mensile? Quale deve essere il suo reddito, secondo le sue esigenze?

Ovviamente, questa modesta, per quanto impertinente, domanda io la rivolgo idealmente tramite Lei a tutti i Suoi e miei colleghi che si trovano nella Sua stessa condizione. La rivolgo anche e soprattutto a me.

Un autore italiano dice che ognuno di noi quando inizia a lavorare o comunque ad un certo punto della sua vita professionale dovrebbe decidere quanto vuole guadagnare, o meglio accumulare, nella sua vita; di modo che, raggiunta quella somma, il soggetto in questione possa fermarsi, godersi la vita, smettere di calpestare i suoi simili, lasciare spazio ad altri che hanno maggiori necessità di guadagno e volontà di aiutare la società. Ovviamente, questo brillante assunto può esser applicato solo a quei fortunati che hanno la possibilità di risparmiare, o meglio, per l’appunto, di accumulare ricchezza, che oggi non sono precisamente la larga maggioranza della popolazione.

Lei, però, illustre Dottore, è indubitabilmente tra quei pochi privilegiati.

Io non ci sono ancora, e, come Le ho già confessato, non escludo affatto di finirci, prima o poi, o quanto meno di volerci finire. Se dovesse accadermi, però, stabilirei immediatamente quella somma – obiettivo di cui parla l’autore teatrale che Le citavo sopra, raggiunta la quale riterrei di aver preso tutto quello che ho da prendere da questa professione e, non ritenendo, verosimilmente, in quella situazione di avere ancora molto da dare alla società tramite quest’attività professionale, cederei senza meno il passo a qualcuno più giovane, motivato e, soprattutto, dignitoso di me. Non dubito che ce ne sarebbero, come ce ne sono già oggi.

Perché non fa lo stesso anche Lei, già oggi, illustre Dottore, dato che Lei in quella condizione aurea si trova già alla data odierna?

La scienza, la Sua scienza, almeno nell’ultima maniera in cui Lei l’ha interpretata, Le ha dato tanto, tramite i Suoi munifici committenti, e Lei, con tutto il rispetto, non è più imberbe. Perché, dunque, non smette di ammorbarsi la vita con studi di mortalità da sabotare, studi di coorte da falsificare, dati scientifici da occultare o da gonfiare ecc….?

Perché con i Suoi, verosimilmente non esigui, risparmi, certo meritati, non si ritira a vita privata e gaudente in un buen retiro, come quel principe del foro che si favoleggiava volesse comprarsi un atollo tropicale con i proventi delle difese penali dei più criminali tra le centinaia di padroni assassini che questo nostro meraviglioso paese può vantare?

Perché non fa un passo indietro, come si dice nei dibattiti televisivi sull’invecchiamento del paese, per farne fare uno avanti a qualche Suo collega un po’ più giovane, un po’ meno incrostato intellettualmente, ma, soprattutto, un po’ meno corrotto moralmente?

Ce ne sono tanti ancora, specie nel Suo campo, e, se non li si mette nella condizione di fare quel passo in avanti, chi andrà sempre più indietro, o meglio sempre più in basso, non saranno solo loro: sarà anche e soprattutto questo Paese nel suo complesso. Come, per l’appunto, si ammonisce in quegli alati consessi mediatici.

Lei da bambino voleva guarire i ciliegi, illustre Dottore, e poi ha finito per tenere mano a chi ha prodotto i veleni che di ciliegi hanno sterminato intere piantagioni, sia di quelli vegetali, sia di quelli che “si chiamano gente”.

Se oggi Lei e quelli come Lei vi faceste spontaneamente da parte, non solo rendereste un enorme servigio, il più grande che abbiate mai reso, al nostro ambiente ed alla salute pubblica, ma esorcizzereste per sempre il rischio di esser “bollati per sempre truffatori imbroglioni, dottori professori truffatori imbroglioni”, come il medico di De Andrè. Anzi, vi consegnereste agli annali della scienza e a generazioni posteriori di studenti come luminosi paladini della tutela dell’ambiente e della salute, come hanno già fatto tanti vostri simili che vi hanno preceduti, anche in altri campi.

Perché non ci pensa?

Con perfetto ossequio.

Fasano, 14\10\2008

Stefano Palmisano

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Postato il 19/10/2008  


Il contesto della scienza

"Il codice tradizionale di comportamento degli scienziati, che pretende da loro un atteggiamento neutrale e avalutativo, diventa dunque eticamente scorretto, in quanto impone di camuffare sotto un aspetto asettico e oggettivo, ipotesi scientifiche sulla natura della vita, della mente e dell'uomo che implicano al tempo stesso giudizi di valore. L'esplicitazione del contesto (sottolineatura del sottoscritto), inteso come il complesso delle premesse di qualunque tipo assunte a priori, all'interno del quale vengono formulate le proposte di sviluppo del corpo di conoscenze di una data disciplina, dovrebbe dunque diventare un obbligo morale per qualunque scienziato che non voglia contrabbandare come verità scientifiche le proprie credenze individuali ed i propri pregiudizi sociali.”

Così Marcello Cini, negli Atti del Convegno internazionale dell'Università di Milano in occasione del ventennale della morte di Giulio Antonio Maccacaro, nel 1997 (pag. 27).

L'analisi è acuta e la sua esposizione, tenendo conto che proviene da un appartenente prestigioso, per quanto meritoriamente eteroclito, alla “comunità scientifica”, coraggiosa. L'autore, però, pur evocandolo, implicitamente quanto chiaramente, nel corpo dell'articolo sopra riportato, omette, probabilmente per carità di scienza, di citare espressamente un terzo elemento, oltre alle “proprie credenze individuali” ed ai “propri pregiudizi sociali”, che mai uno scienziato dovrebbe “contrabbandare come verità scientifiche”: i propri interessi personali, concetto e, soprattutto, pratica, invece, oggi assai in voga.

L'obbligo morale, in capo a qualunque scienziato, dell’esplicitazione del contesto dovrebbe servire anzitutto a scongiurare che si avalli o addirittura si incoraggi un comportamento sociale nefasto, che venga adottata una decisione politica in materia di salute pubblica, che venga emessa una sentenza in un processo penale per decine di morti per esposizione a sostanze nocive sulla base di “verità scientifiche” che, in realtà, altro non sono che interessi personali, opportunamente quanto impunemente camuffati, degli scienziati che quelle “verità” hanno affermato.

A tal proposito, la prima esplicitazione del contesto che bisognerebbe operare da parte di uno scienziato, o sedicente tale, quando si accinga a formulare una “legge scientifica” consiste in ciò: nel rivelare che co-interessenze abbia il divulgatore in questione con qualsiasi altro soggetto, individuale o societario, pubblico o privato, in capo al quale dalla formulazione della stessa legge possano derivare specifiche conseguenze materiali.

Insomma, in molti casi, anche e soprattutto con le leggi scientifiche, come con tutte le altre forme di legge, bisogna verificare che le stesse non vengano emanate in una situazione per il legislatore di conflitto d'interessi.

In tal senso, è assai sintomatica spesso la parabola “scientifica”, l'evoluzione, quando non la vera e propria mutazione, delle teorie scientifiche propugnate o addirittura coniate dallo studioso di cui si tratti.

Sempre per restare in ambito candidamente deontologico, lo scienziato, nel caso in cui sulla stessa questione abbia affermato a distanza, più o meno lunga, di tempo “verità scientiche” assai distanti, per non dire opposte, tra loro, dovrebbe sentire il noto obbligo morale di spiegare, pur in maniera sommaria, ma almeno verosimile, i motivi che lo hanno indotto ad una tale inversione dommatica a 180 gradi: che si tratti di nuove emergenze in ambito di ricerca, piuttosto che di serrata e, si immagina, tormentata rielaborazione personale sullo stesso argomento.

In questo paese, sia quello “reale”, sia soprattutto (ma solo per motivi di maggiore visibilità mediatica) quello “legale”, è ormai pratica diffusa, per non dire vero e proprio senso comune, quello per cui si può passare tranquillamente ed impunemente da destra a sinistra (più spesso il contrario), dal bianco al nero (con una particolare frequentazione, in queste transumanze, per le zone grige, poichè spesso le più nutrienti, oltrecchè le più facilmente evacuabili in caso di bisogno), senza preoccuparsi di fornire particolari motivazioni di forma, essendo quelle di sostanza note e, nei fatti, condivise dai più: che si tratti di un posto alla crapulenta, orgiastica, eterna tavolata delle consorterie politico-economiche (di ogni colore), o, a seconda del peso del soggetto in questione, di un posto sotto quella tavola, a razzolare le briciole e gli avanzi del banchetto.

Ma uno scienziato questo non può permetterselo; non può permettersi di passare disinvoltamente dal sistema tolemaico a quello copernicano senza spendere una parola di spiegazione, o peggio fornendone di platealmente inverosimili; se no, si potrebbe sospettare che ve ne siano di invereconde, tanto simili nella sostanza a quelli di un qualunque politicante voltagabbana, quanto inconfessabili per l'aura di sacralità scientifica che avvolge il personaggio in questione.

Si badi, non si sta certo mettendo in discussione il diritto\dovere di un ricercatore di aggiornare il proprio punto di vista, di rimettersi continuamente in discussione, di revisionare il lavoro svolto e le acquisizioni raggiunte alla luce delle nuove scoperte della ricerca; e nemmeno gli si può chiedere di rimanere fedele nei secoli ad un ideale politico-culturale, ad un soggetto sociale al quale ispirare la sua attività scientifica.

Insomma, nessuno sta evocando il martirio formulato da Maccacaro, per cui “.... non è concessa alla medicina nessuna neutralità, nè illusione di averne. Perdersi con il capitale o salvarsi con il lavoro: è l'unica scelta che rimane alla medicina...

È legittimo che un medico o un epidemiologo che ha svolto per anni la sua attività professionale e scientifica “al servizio” dei lavoratori e dei loro sindacati decida di arricchire la sua esperienza di studio e di lavoro, oltrecchè il suo conto in banca, passando ad assistere l'altra parte, quella padronale.

E questo discorso oltre che per gli scienziati vale anche per tutti gli altri soggetti portatori di un sapere tecnico all'interno di una società; a partire dai giuristi, più precisamente dagli avvocati.

La categoria degli “imprescindibili”, di cui parlava Brecht, di quelli, cioè, che lottano per una vita sempre dalla stessa parte della barricata, è costituita, per definizione, da volontari, da persone che lo decidono liberamente e responsabilmente; il che vuol dire che se qualcuno non se la sente di essere “imprescindibile”, nessuno avrà il diritto di condannarlo.

Chi scrive, per conto suo, da tempo ormai non si sente più tale; in ogni caso, non lo è mai stato.

È per questo che gli imprescindibili, da sempre ma oggi più che mai, sono una splendida, residualissima minoranza.

Quello che non è tollerabile è che nelle vicende delle umane mutevolezze e debolezze ne vada di mezzo “la scienza”, la sua credibilità, la sua affidabilità.

Quello che non è tollerabile è che uno scienziato che decide di passare armi e bagagli nell'altro campo nei suoi bagagli ci metta pure “le leggi della scienza”, che vengono messe al servizio del nuovo referente sociale, per non dire del nuovo padrone; che degradano, quindi, al rango di un prontuario di difesa sociale, politica o addirittura giudiziaria di quest'ultimo. Una difesa che, formulata su queste basi, diventa un'offesa, l'ennesima, tra le più moralmente, se non materialmente, sanguinose, delle quali i padroni sanno essere capaci.

Quello che non è tollerabile è che questi scienziati, per raggiungere quest'ultimo obiettivo, rivendichino la genuinità dei loro studi, l'oggettività delle loro “evidenze scientifiche”, l'inconfutabilità delle loro “rilevazioni”, la neutralità della scienza, della loro scienza, e poi, messi di fronte ad altri contrastanti studi, ad altre demolitorie evidenze, ad un'altra opposta scienza, la buttino sul relativistico, sull'impossibilità di un'unica verità scientifica; riparino su pelose professioni di modestia epistemologica, arrivando a strumentalizzare incolpevoli premi nobel per la letteratura, come Montale, che mai avrebbe immaginato di essere arruolato in un processo penale tra i consulenti tecnici di qualche padrone accusato di omicidio colposo di qualche suo lavoratore dipendente (“non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba è secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”); coltivino il dubbio sistematico, non certo nel senso in cui lo intendeva lo studioso Robert Merton, che ne parlava come di uno dei quattro elementi fondativi dell' “ethos della scienza moderna”, quanto nel senso di dubbio che serve al Sistema, a partire da quel dubbio, da quei dubbi che, opportunamente coltivati e propalati in un processo penale, spesso risultano provvidenziali per ottenere l'assoluzione del committente imputato; alzino cortine fumogene dietro alle quali lasciano comunque intravedere le proprie vergogne morali e, ahimè, anche la vera natura e la vera funzione di tanta parte della scienza ufficiale.

Anche di quella a cui ognuno di noi, più o meno quotidianamente, si rivolge per i propri bisogni che necessitano di una risposta scientifica, a partire proprio da quelli sanitari.

Sì! Perchè tutto ciò non è tollerabile. Ma accade, spesso.

Dunque, bisogna trarne elementi di valutazione sullo “statuto epistemologico” delle singole scienze; su tante acquisizioni “scientifiche” che diamo per scontate, come patrimonio comune; sulla reale possibilità della gran parte della scienza ufficiale di essere utilizzata come strumento di tutela della salute e della vita di ognuno di noi, ma soprattutto delle classi subalterne, dei soggetti più deboli, delle persone in carne e ossa più indifese, per ragioni economiche, sociali, anagrafiche.

Se questo è il contesto della scienza, delle scienze, o almeno di tanta parte di esse, a quei soggetti che la patiscono “sistematicamente” sulla loro carne non resta, in tanti casi, che contestarla. Individualmente ma soprattutto collettivamente.

È la stessa storia, anche molto recente, di questo Paese come di tutto il mondo ad insegnare che i soggetti deboli, gli “ultimi”, gli oppressi hanno visto materialmente riconosciute forme minime di diritti civili e sociali solo quando essi si sono alzati in piedi e hanno iniziato a lottare insieme, pagando prezzi alti, per quei diritti, anche quando questi ultimi erano già scritti in qualche legge o in qualche codice.

Questo deve valere anche per quel vero e proprio diritto che è, che dev'essere l'imparzialità e l'universale utilità e salubrità della scienza, delle scienze, biomediche e sociali, compresa quella peculiarissima forma di scienza che è “la giustizia”. Diritto tanto più incontestabile e cogente poichè chiaramente riconducibile nell'alveo del più ampio e fondamentale diritto all'uguaglianza, formale prima ancora che sostanziale, stabilito nella nostra Carta costituzionale all'art. 3.

Ma proprio sulla base di questa consapevolezza, si può tranquillamente affermare che una collettività passiva, rassegnata, indifferente, pavida, una collettività che rinuncia a rinvendicare il proprio sacrosanto diritto all'imparzialità ed all'utilità universale delle scienze è una collettività che a questo diritto ha rinunciato, consapevolmente o inconsapevolmente; si può pacificamente dedurre che una collettività con quelle caratteristiche quel diritto è destinata a non vederselo riconosciuto nei fatti mai.

Questo deve essere chiaro a tutti, in primis ai diretti interessati, cioè ai singoli appartenenti alle, tutt'altro che ipotetiche, collettività in questione; si tratti di un gruppo di consumatori in relazione alla nocività di un dato prodotto, di lavoratori (o di loro parenti) esposti a sostanze cancerogene sul posto di lavoro, di abitanti di una città nei pressi della quale vi sia un sito inquinante, uno dei tanti, ecc.... Sia che il danno in capo ad ognuno di questi soggetti sia ancora solo temuto; sia soprattutto, per quanto di più diretta competenza professionale dello scrivente, che il danno essi lo abbiano già patito e, quindi, “chiedono giustizia”.

Come nessuno gli ha regalato l'imparzialità e la beneficità delle scienze, a nessuna di queste collettività, a nessuna di queste classi, a nessuna di queste persone nessuno regalerà la giustizia, se essi non si leveranno in piedi, non si uniranno e non lotteranno per averla. Ma prima di tutto, se essi non prenderanno coscienza e responsabilità, prima individuale e poi collettiva.

Nè essi potranno seriamente immaginare che qualcun altro lotti al posto loro perchè loro possano avere giustizia; che sia uno sparuto manipolo di volontari di qualche associazione “vicina” in piazza o un ancora più disperato e disperante pugno di avvocati in aula d'udienza.

A tacere di ogni altra considerazione, quest'ultima, senza la diretta partecipazione dei diretti interessati, sarebbe una lotta vana.

La strada, lunga e tortuosissima, per rendere la scienza, e la medicina in particolare (e la giustizia in parallelo), strumenti di tutela e di promozione della vita e della salute del maggior numero di persone, di quelle oppresse in particolare, passa per la presa di consapevolezza e di responsabilità di queste ultime, in prima persona, individuale e collettiva, in merito al loro rapporto con la scienza e con la medicina in particolare; passa per la rivendicazione da parte di questi soggetti di condizioni di vita e di lavoro meno nocive, meno patogene, più umane; per la richiesta di giustizia quando un loro diritto, quando la loro incolumità, quando la loro vita viene violata, nel duplice senso della punizione dei colpevoli e del risarcimento dei danni; passa, infine, per una nuova stagione di partecipazione popolare alle politiche della sanità, cioè della salute pubblica.

Sperando che qualcuno non ritenga di adempiere questi compiti solo guardando in televisione “Elisir” o, al massimo, facendo un'offerta con un sms a “Telethon”.

Per riprendere la mirabile conclusione del saggio di Marcello Cini, “il pubblico si trova così di fronte a false certezze che si contraddicono mutuamente senza essere in grado di scegliere fra l'una e l'altra con un'idea anche approssimativa delle poste in gioco. In un modo o nell'altro, qualcosa deve dunque cambiare nel rapporto tra esperti, potere politico e opinione pubblica, sia sul piano culturale che su quello giuridico istituzionale. (....) il coinvolgimento sempre più esteso nel processo decisionale dei soggetti che in un modo o nell'altro saranno investiti delle innovazioni tecnoscientifiche, introdotte a ritmo sempre più rapido nella biosfera per fini determinati e parziali, deve essere l'obiettivo di ogni politica intesa ad affrontare in modo responsabile e previdente le emergenze che l'umanità si trova a dover fronteggiare a scadenza ravvicinata. Credo che questo sia il modo più degno per seguire l'esempio che Giulio Maccacaro ci ha dato con la sua vita di uomo e di scienziato.” (pag. 28)

La scienza non è neutrale, la scienza è di chi la paga, perché pagando si può dimostrare tutto e il contrario di tutto". Luigi Onestini, sindacalista della Solvey di Ferrara.

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Postato il 22/04/2007  


 

 

 

 

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