Avvocato Stefano Palmisano

Diritto per i cittadini e aziende

Materia organica scura in primo piano con campo agricolo sullo sfondo, simbolo del passaggio da residuo a risorsa.

Quando una materia ha valore, ma non mercato

Residui, digestato ed End of Waste: quando una materia può diventare fertilizzante e accedere davvero al mercato

Un’impresa ha una materia che contiene nutrienti. Le analisi sono buone, l’utilizzo agronomico è tecnicamente possibile, dall’altra parte della filiera c’è qualcuno disposto a impiegarla.
Sembrerebbe una storia normale, già scritta. Quella materia ha valore; basta portarla sul mercato.
E invece è proprio lì che la storia può fermarsi.
Perché tra una sostanza che può essere utile e un fertilizzante che può essere effettivamente utilizzato o commercializzato esiste un confine che non è fatto di chimica, né soltanto di tecnologia.
È un confine giuridico; e, per un’impresa, attraversarlo può valere quanto tutto il processo industriale che viene prima.

 

 

Una materia utile non è ancora un prodotto

L’economia circolare ci ha abituati a una narrazione abbastanza semplice: ridurre i rifiuti, recuperare materia, restituirle valore.
È una narrazione corretta, ma incompleta. Perché il recupero non coincide necessariamente con il ritorno al mercato.
Una materia può aver cessato di essere rifiuto oppure, in altri casi, non esserlo mai stata. Ma questo non significa che sia già pronta per il mercato.
Nel primo caso occorre verificare che il passaggio fuori dal regime dei rifiuti sia giuridicamente solido; nel secondo, che ricorrano davvero le condizioni che consentono di qualificarla e utilizzarla secondo il regime applicabile.
In entrambi i casi resta la domanda decisiva per l’impresa: quella materia può entrare stabilmente in una filiera di prodotto?
È qui che il tema dei fertilizzanti diventa particolarmente interessante.
Non basta sapere che una matrice contiene azoto, fosforo, sostanza organica o altri elementi utili. Occorre capire attraverso quale percorso quella materia possa entrare legittimamente nel mondo dei prodotti, con quali requisiti, quali controlli e quali responsabilità.
Il diritto, insomma, non arriva alla fine per mettere un timbro.
Contribuisce a decidere se quel prodotto potrà esistere.

 

Il digestato: una materia che racconta un problema più grande

Il digestato è un buon osservatorio proprio perché mette in crisi le categorie più comode.
È il risultato di un processo industriale; può avere valore agronomico; può inserirsi in filiere che puntano al recupero dei nutrienti. Eppure la sua qualificazione giuridica può dipendere anche dalla storia delle matrici che sono entrate nel processo.
Ne ho scritto recentemente a proposito del rapporto tra sottoprodotti, End of Waste e decreto carburanti.
Il paradosso, in estrema sintesi, è questo: una materia che abbia già cessato legittimamente di essere rifiuto può incontrare (o creare) un nuovo ostacolo quando entra in un processo destinato a produrre digestato. È uno di quei casi nei quali il diritto sembra continuare a interrogare la materia sul suo passato, mentre l’economia circolare vorrebbe utilizzarla per ciò che è diventata.
Ma fermarsi al digestato sarebbe riduttivo: il problema è più ampio.
Riguarda tutte le volte in cui una materia attraversa più trasformazioni e, ad ogni passaggio, deve conquistare una nuova identità giuridica.
Rifiuto; sottoprodotto; materiale recuperato; componente; fertilizzante; prodotto.
Non sono semplicemente parole diverse: sono porte diverse.
E dietro ciascuna porta cambiano condizioni, responsabilità e possibilità economiche.

 

Il momento decisivo: quando posso cominciare a vendere un prodotto?

Vista dall’impresa, la questione diventa molto concreta.
Finché una materia resta all’interno del mondo dei rifiuti, il problema è soprattutto governarne correttamente la gestione.
Quando invece aspira a diventare prodotto, cambia il terreno di gioco: entrano in scena requisiti di conformità, sicurezza, composizione, tracciabilità, responsabilità dell’operatore e condizioni di accesso al mercato.
Il Regolamento europeo sui prodotti fertilizzanti ha già aperto, a determinate condizioni, a materiali provenienti da processi circolari; la stessa evoluzione europea sui nutrienti recuperati mostra chiaramente che Bruxelles considera il recupero di nutrienti non soltanto come politica ambientale, ma anche come strumento di competitività e autonomia strategica. Nel febbraio 2026, ad esempio, la Commissione ha adottato nuove regole RENURE proprio con l’obiettivo dichiarato di favorire fertilizzanti ottenuti dal recupero di nutrienti dagli effluenti zootecnici e ridurre la dipendenza da fertilizzanti importati, mantenendo le necessarie garanzie ambientali.
Il punto, allora, non è soltanto recuperare materia.
È costruire il percorso che consenta a quella materia di diventare qualcosa che il mercato possa utilizzare con sufficiente certezza.

 

L’incertezza che non entra nel business plan

Immaginiamo un imprenditore che abbia già risolto la parte tecnica.
Ha investito nell’impianto; ha svolto le analisi; ha individuato un possibile utilizzo; conosce i costi del processo. Quello che non riesce a misurare è un altro costo: il rischio che la qualificazione giuridica sulla quale ha costruito la filiera non regga.
Ed è qui che il problema cambia natura.
Una norma severa può essere studiata. può imporre investimenti, procedure, controlli, adeguamenti. Ma, almeno in linea di principio, può essere trasformata in un costo: l’incertezza molto meno.
Perché l’impresa può decidere se un investimento da centomila euro sia sostenibile.
È molto più difficile decidere se investire quando non sa quale sarà, tra due anni, la qualificazione della materia sulla quale quell’investimento si fonda.

 

Quando il rifiuto diventa la scelta più prudente

Il paradosso nasce qui.
Una materia può avere valore; può sostituire risorse vergini o fertilizzanti convenzionali; può avere un utilizzatore. E l’impresa può comunque decidere di non valorizzarla. Non perché sia vietato farlo; ma perché la strada giuridicamente più prudente appare più prevedibile di quella circolare.
Così può accadere che il rifiuto diventi la soluzione più semplice proprio nel momento in cui le politiche pubbliche chiedono che quella materia smetta di esserlo.
È un cortocircuito che vale più di molte dichiarazioni programmatiche sull’economia circolare. Perché mostra una cosa essenziale: la circolarità non si blocca soltanto quando manca una tecnologia. Può bloccarsi quando manca una strada giuridica sufficientemente leggibile e difendibile.

 

Non basta chiedere alla materia che cosa può diventare

Forse, allora, bisogna fare un ulteriore passo. La domanda non può più essere soltanto:
“che cosa può diventare questa materia?” Occorre aggiungerne un’altra: “attraverso quale percorso può diventarlo davvero?”
È qui che il diritto ambientale incontra il diritto dei prodotti e, soprattutto, le decisioni industriali.
Non serve un diritto più permissivo; serve un diritto capace di proteggere ambiente e salute senza lasciare indefiniti i confini sui quali le imprese devono costruire investimenti e filiere.
Perché il successo dell’economia circolare non si misura nel momento in cui una materia smette di essere rifiuto: si misura quando riesce ad attraversare tutti i passaggi successivi, entrare in una nuova filiera e restarci.
Solo allora il recupero diventa davvero mercato.
E la materia torna davvero a vivere.

 

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