Avvocato Stefano Palmisano

Diritto per i cittadini e aziende

Balle di plastica riciclata ferme davanti al cancello chiuso di un impianto industriale, simbolo degli ostacoli che impediscono alla materia recuperata di rientrare nell'economia circolare.

Raccolta plastica. O della circolarità incompiuta

La plastica di Brindisi e il grande equivoco dell’economia circolare: il problema non è la raccolta differenziata, ma un diritto che continua a pensare in modo lineare

La notizia lascia il segno.
In diversi Comuni della provincia di Brindisi la raccolta differenziata della plastica è stata sospesa a causa delle difficoltà che stanno attraversando gli impianti di destinazione. I cittadini continuano a separare correttamente i rifiuti, ma il sistema fatica ad assorbirli.
È facile leggere questa vicenda come l’ennesima dimostrazione della carenza impiantistica italiana.
È una spiegazione intuitiva.
Ed è anche, almeno in parte, corretta.
Ma è sufficiente?
Questa vicenda, in realtà, rivela un equivoco molto più profondo, che accompagna ormai da anni il dibattito sull’economia circolare.
Abbiamo finito per identificare l’economia circolare con la gestione dei rifiuti.
È qui che nasce l’errore.

 

 

La raccolta differenziata non è economia circolare

Per oltre vent’anni il dibattito pubblico ha individuato nella raccolta differenziata il principale indicatore del successo delle politiche ambientali.
Le percentuali sono diventate il linguaggio con cui raccontiamo il grado di civiltà di un territorio.
Più cresce la raccolta differenziata, più pensiamo di essere vicini all’economia circolare.
Ma la realtà industriale racconta una storia diversa.
La raccolta differenziata rappresenta soltanto il primo passaggio.
È la condizione necessaria; non è quella sufficiente.
Separare correttamente un materiale non significa che quel materiale tornerà realmente ad essere una risorsa economica.
Fra quei due momenti esiste uno spazio enorme fatto di impianti, tecnologie, investimenti, domanda industriale, autorizzazioni, mercati. Ma, soprattutto, qualificazioni giuridiche.
Ed è proprio in quello spazio che l’economia circolare europea, e soprattutto quella italiana, perdono terreno: perché continuano a portarsi addosso ingombranti zavorre normative.

 

Il vero obiettivo non è raccogliere un rifiuto

È ricostruire un mercato.
Questa distinzione cambia completamente la prospettiva.
L’economia lineare produce beni; li consuma; infine gestisce il rifiuto.
L’economia circolare segue una logica completamente diversa.
Il suo obiettivo non consiste nel gestire meglio il rifiuto.
Consiste nel fare in modo che quel rifiuto cessi, giuridicamente ed economicamente, di essere tale.
Il punto di arrivo non è un impianto, è un mercato.
Quando una plastica recuperata viene acquistata da un’industria manifatturiera come materia prima (seconda), il ciclo si chiude davvero.
Quando questo non accade, possiamo avere anche la migliore raccolta differenziata del mondo, ma continuiamo semplicemente a spostare un rifiuto da un luogo ad un altro.
La vicenda di Brindisi ci ricorda proprio questo.
Non è fallita la raccolta differenziata; è venuta meno la capacità del sistema di restituire valore economico alla materia raccolta.

 

Il diritto continua a guardare la materia con gli occhi dell’economia lineare

A questo punto emerge una domanda inevitabile.
Perché la materia fatica a tornare sul mercato?
Le risposte sono molteplici.
Servono investimenti; servono impianti; serve innovazione tecnologica.
Tutto vero.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Esiste un fattore meno visibile, e proprio per questo spesso sottovalutato: il diritto.
Gran parte della disciplina ambientale europea e nazionale nasce in un’epoca nella quale il problema principale era eliminare il rifiuto nel modo meno pericoloso possibile.
Era una logica perfettamente coerente con l’economia lineare.
Oggi, però, chiediamo a quelle stesse categorie giuridiche di governare una realtà completamente diversa.
Non dobbiamo più soltanto eliminare i rifiuti. Dobbiamo consentire alla materia di tornare ad essere prodotto.
Ed è qui che emergono le tensioni.

 

Lo stigma giuridico del rifiuto

Una delle caratteristiche più evidenti dell’attuale sistema normativo è che il passato del materiale continua a pesare sul suo futuro.
Anche quando un rifiuto è stato recuperato. Anche quando possiede caratteristiche tecniche comparabili alle materie prime vergini. Anche quando esiste un mercato disposto ad acquistarlo.
La sua origine continua a generare diffidenza regolatoria.
Quasi che il diritto non riesca ad accettare fino in fondo la possibilità che ciò che è stato rifiuto possa davvero tornare ad essere materia.
È uno stigma giuridico. E ogni stigma produce conseguenze economiche, procedure più lunghe, autorizzazioni più complesse, interpretazioni divergenti, investimenti rinviati, mercati più scettici. Rischi legali pesanti per gli operatori.

 

Le zavorre giuridiche

A volte li ho chiamati “paradossi”; altre volte “colli di bottiglia” (riprendendo una locuzione della stessa Commissione Europea in quest’ambito). Ma, forse, il concetto più appropriato, quello di più immediata comprensione, è quello di zavorra giuridica per descrivere questi fenomeni.
Una zavorra giuridica è qualsiasi regola, interpretazione amministrativa o incertezza normativa che impedisce alla materia recuperata di completare il proprio ciclo economico pur in assenza di un concreto rischio ambientale. Insomma, un peso non necessario, che ostacola senza apportare necessariamente valore in termini di tutela ambientale sostanziale.
La definizione è importante: sposta l’attenzione.
Non ci chiediamo più soltanto se una norma protegga l’ambiente.
Ci chiediamo anche se quella stessa norma, così come viene interpretata e applicata, ostacoli inutilmente la circolazione delle materie recuperate.
È una domanda diversa.
Ed è probabilmente la domanda che accompagnerà il diritto ambientale europeo nei prossimi anni.

 

Non è una richiesta di deregolamentazione

Questo punto merita di essere esplicitato con la massima chiarezza da chi scrive.
Ogni volta che si parla di semplificazione normativa qualcuno teme un abbassamento della tutela ambientale.
È una preoccupazione comprensibile.
Ma non è questo il tema.
L’economia circolare ha bisogno di controlli rigorosi, di tracciabilità, di verifiche, di sanzioni adeguate. Ha bisogno di responsabilità.
Ciò di cui non ha bisogno sono incertezze interpretative permanenti.
Per un’impresa seria, il problema non è tanto una regola severa: è una regola imprevedibile.
L’investimento industriale può adattarsi a prescrizioni rigorose.
Molto più difficilmente può adattarsi a oscurità legislative, a contraddizioni sistematiche, a prassi amministrative a macchia di leopardo, a orientamenti giurisprudenziali mutevoli, a qualificazioni giuridiche instabili.
La certezza del diritto è essa stessa una forma di sostenibilità.

 

Dalla gestione del rifiuto alla governance della materia

Forse il vero salto culturale che siamo chiamati a compiere consiste proprio in questo.
Smettere di pensare che il diritto ambientale abbia come unico oggetto il rifiuto.
Il suo oggetto, oggi, dovrebbe essere la materia. Materia che cambia funzione. Materia che cambia qualificazione. Materia che entra, esce e rientra nei processi produttivi.
Se continuiamo a costruire l’intero sistema giuridico attorno alla nozione di rifiuto, rischiamo di perdere di vista il vero obiettivo dell’economia circolare: non eliminare gli scarti; ma mantenerli il più possibile all’interno del ciclo economico.
È una differenza che può sembrare soltanto terminologica.
In realtà è una differenza di paradigma.

 

La lezione di Brindisi

Per questo motivo la crisi della plastica nel Brindisino non dovrebbe essere archiviata come una semplice emergenza locale.
Essa rappresenta un promemoria.
Ci ricorda che la raccolta differenziata, da sola, non costruisce l’economia circolare.
Ci ricorda che gli impianti sono indispensabili, ma non sufficienti.
Ci ricorda che il mercato delle materie prime seconde ha bisogno tanto di infrastrutture quanto di certezza giuridica.
Soprattutto, ci ricorda che il diritto ambientale non può continuare a limitarsi a disciplinare il momento in cui nasce il rifiuto.
Deve imparare a governare il momento, assai più complesso e decisivo, in cui quella materia torna ad essere economia.
Solo allora potremo dire di avere davvero superato il modello lineare.
Non quando avremo raccolto più rifiuti.
Ma quando avremo smesso di considerarli, giuridicamente e culturalmente, il centro del sistema.
Il centro dell’economia circolare non è il rifiuto: è la materia.
Ed è proprio lungo il percorso che conduce il rifiuto a tornare materia che il diritto è chiamato a liberarsi delle sue zavorre per l’innovazione.
Avv. Stefano Palmisano

Immagine generata con I.A.

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